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Il ricordo e il messaggio della tragedia del Vajont ai tempi del cambiamento climatico

Il 9 ottobre, in Italia e all’estero, 130 teatri racconteranno il disastro della frana che sessant’anni fa travolse l’omonima diga nella valle del Piave, provocando 2.000 vittime

Il 9 ottobre è una data tristemente significativa per i comuni nella valle del Piave, nelle Dolomiti venete. In quel giorno nel 1963, in serata, intorno alle 22:39, è accaduta la tragedia del Vajont, provocata da una frana gigantesca del monte Toc che travolse l’omonimo bacino artificiale in cemento armato, creato per scopi idroelettrici.

Un’enorme onda d’acqua, alta una settantina di metri, abbatté gli argini della diga e spazzò via i centri circostanti, compresi i comuni di Longarone, Erto e Casso.

Le conseguenze furono devastanti: interi villaggi furono distrutti, con migliaia di abitanti travolti dall’acqua. Si stima che almeno 1.917 persone – di cui quasi 500 bambini – persero la vita in questa tragedia (ma molte salme non furono mai più ritrovate). Tra le vittime, vi erano molte famiglie che abitavano nelle aree colpite dalla frana.

La tragedia del Vajont è stata oggetto di numerose inchieste giudiziarie e dibattiti pubblici. Sono stati sollevati interrogativi sulla responsabilità delle autorità locali e delle società coinvolte nella costruzione e nella gestione della diga del Vajont, nonché sulla gestione delle informazioni relative al pericolo di frane nella zona. Il dramma ha avuto un impatto duraturo sulla coscienza nazionale italiana e ha portato a una maggiore attenzione alla sicurezza delle dighe e alla prevenzione di catastrofi simili.

Quest’anno, nella serata di lunedì 9 ottobre, in occasione del 60esimo anniversario della tragedia, prenderà vita il progetto ‘Marco Paolini VajontS 23’, azione corale di teatro civile realizzata in contemporanea in 130 teatri, in Italia e all’estero, sulla base di un celebre spettacolo portato in scena da Paolini, drammaturgo e scrittore italiano, a partire dagli anni Novanta.

Grandi attori e allievi delle scuole teatrali, teatri stabili e compagnie di teatro di ricerca, musicisti e danzatori, maestranze, personale e spettatori nei panni di lettori si riuniranno nei posti più diversi, dallo Strehler di Milano ai piccoli teatri di provincia, a scuole, chiese, centri civici, biblioteche, piazze di quartiere, dighe e centri parrocchiali: ciascuno realizzerà un proprio allestimento di ‘VajontS 23’ a partire dalle peculiarità del suo territorio.

E poi, tutti si fermeranno alle 22.39, l’ora in cui la montagna franò nella diga.

‘VajontS 23’ saràuna sorta di canovaccio, riscritto per l’occasione da Paolini e Marco Martinelli. C’è chi lo metterà in scena integralmente e chi lo userà come uno spunto e lo legherà alle tante tragedie annunciate che si sono succedute dal 1963 a oggi: l’alluvione di Firenze del 1966, in Toscana; l’esondazione del Po e del Tanaro nel 1994, in Piemonte; le alluvioni in Veneto del 1966 e del 2010, la frana di Sarno, in Campania, nel 1998, gli incendi del Carso, in Friuli, nel 2022, la valanga della Marmolada, in Alto Adige, nel luglio del 2022 e l’alluvione di maggio 2023 in Romagna. Alle ore 22.39, però, si fermeranno tutti, nello stesso momento, per ricordare la tragedia nel minuto esatto in cui ebbe luogo.

In questo modo la rievocazione di quanto avvenne non avrà solo un valore di memoria e denuncia sociale, ma diventerà una sorta di monito: la narrazione si moltiplicherà in un coro di tanti racconti per richiamare l’attenzione su quel che potrebbe accadere.

Ha spiegato Paolini: “Quella del Vajont è la storia di un avvenimento che inizia lentamente e poi accelera. Inesorabile. Si sono ignorati i segni e, quando si è presa coscienza, era troppo tardi. In tempo di crisi climatica, non si possono ripetere le inerzie, non possiamo permetterci di calcolare il rischio con l’ipotesi meno pericolosa tra tante. Tra le tante scartate perché inconcepibili, non perché impossibili”.

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