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L’odio degli imbecilli da tastiera

Gli haters – coloro che approfittano dell’anonimato sul Web per insultare gli altri- sono ovunque. Perché?

Io odio Federico Zeri e desidero la sua morte”. Questo fu il proclama di Vittorio Sgarbi, primo hater mediatico che nei primi anni 90 che suscitò un certo scalpore, affrettandosi però a precisare che augurare la morte di qualcuno non è reato se non è accompagnato da minacce. Ci siamo un po’ assuefatti a tali sparate, anzi, se ci mancassero, ci sentiremmo privati di qualcosa e che il mondo è chiaramente sulla via del declino.

Il tema dell’odio e dei cosiddetti “odiatori”, gli haters per dirla alla globale, viene di questi tempi discusso e sviscerato in tutte le salse, quasi fosse sorto improvvisamente, come il riscaldamento globale, la migrazione dei clandestini, il rialzar della cresta dei terrapiattisti e la no-vax sparata che i vaccini facciano aumentare le varianti virali.

Ne discute Milena Santerini, ordinario di pedagogia all’Università del Sacro Cuore di Milano, nel suo bel libro La mente ostile uscito quest’anno per le Ed. Raffaello Cortina.

La Santerini parte dalla costatazione che l’odio appare come un’immanente realtà dominante nella storia dell’umanità. Quello che prima era solo “io”, adesso è diventato un “noi” che ci contrappone a un “loro”, indentificati come stranieri in genere (eccetto se sono turisti che pagano 10€ una bottiglietta di minerale), ebrei, zingari/rom, musulmani, omosessuali, portatori di handicap, donne che non obbediscono, i tifosi rivali.

Forse la nostra mente ha una natura ostile e il nostro cervello è programmato all’odio? Se pure ogni animale nutra sospetti verso il diverso, è anche vero che per curiosità ed empatia si tende in modo innato a identificarsi con l’altro.

In realtà sono le politiche dell’odio che trasformano e radicalizzano il razzismo biologico trasformandolo in culturale.

Tuttavia, la Santerini ci lascia qualche speranza: In un mondo in cui sembra ancora prevalere il pregiudizio emotivo, odio, aggressività e reazioni ostili non sono inevitabili. Anzi, è possibile contrastare il disimpegno morale e riscoprire il senso di un destino comune”. Ce lo diceva Leopardi quasi due secoli fa.

Ma contro il WEB è una battaglia dura, quasi persa in partenza, come quando si pretende di combattere con gli imbecilli.

Nel 2015, durante la consegna di una laurea honoris causa, Umberto Eco disse che i social danno diritto di parola a legioni di imbecilli, che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”.

Eco alludeva ai danni talvolta devastanti dei social, non auspicava a limitare la libertà, come invece ritennero quelli che si sentirono colpiti e subito gridarono (via web naturalmente) che “anche questi imbecilli poi vanno a votare!“. Aggiungerei che purtroppo questi decerebrati vanno anche a comprare, aspetto fondamentale per qualsiasi portale che vive sui banner pubblicitari e che pare restio a pretendere nome e cognome dei propri utenti.

Nutrire pregiudizi e intolleranza verso un gruppo nemico, non è odio, ma semplicemente ignoranza, nel senso letterale del termine, pigro conformismo mentale. L’odio indefinito e diffuso a pioggia su tutti e su tutto nasce da sovrastrutture culturali, da stereotipi che per tradizione e pigrizia sono duri a scomparire, soprattutto se alimentati dall’anonimato.

In realtà l’odio è una cosa seria, e non cosa da tutti.  Non è roba da ammazzasette della tastiera. L’odio, quello vero, richiede intelligenza, perseveranza, cultura, progettazione, e lunghe notti e giorni per coltivare un sentimento che si abbraccia così tanto con la ragione. L’insulto gratuito è roba da dilettanti imbecilli.

Coltivare l’odio è un esercizio per la mente, allontana l’Alzheimer e il rimbambimento, allena il cervello a stare all’erta, come studiare nuove lingue o fare le parole crociate, quelle a schema libero. Con buona pace di Kant.

È probabilmente questo che distingue l’homo sapiens dagli altri animali, anche perché, per quanto ne sappiamo, la bella famiglia d’erbe e d’animali non perde tempo in speculazioni filosofiche.

Empedocle antico riteneva che Amore e odio fossero le due grandi forze cosmiche sulle quali si regge il mondo manifestato: non si trattava di un dualismo morale tra il Bene e Il Male, ma di due forze fisiche opposte, entrambe necessarie per costruire e sorreggere il mondo. Il leone odia la gazzella che sta per sbranare? No. Semmai l’ama, in quanto gli permette di sopravvivere (pur divorandola, ahilei).

La volontà di fare il male fine a se stessa è uno stato patologico della mente, quella che più prosaicamente si definisce come imbecillità, e l’imbecillità si alimenta di viltà, d’ignoranza, di complessi d’inferiorità, di assenza di memoria.

Ci fanno sorridere (e poi annoiare) le diatribe sui social dei vari VIP del momento, spesso funzionali a coltivare la propria immagine pubblica. Proprio durante la stesura di queste note apprendo con stupore che Loretta Goggi, rea di essersi fatta “qualche ritocchino”, con un ultimo lungo e amaro annuncio su Facebook, ha deciso di lasciare i social dopo aver ricevuto “commenti di una cattiveria, un’arroganza, una gratuità indescrivibili”. Vani sono stati tentativi di Mara Venier di far desistere la Loretta nazionale da questa drammatica scelta, la quale, invece, poteva contrattaccare con un semplice “vaff…!”, tramite tastiera, naturalmente.

Infine, apprendo con sgomento che una pioggia di insulti social si è appena riversata sulla finalista di Miss Mondo Italia solo perché lesbica.

Queste sono delle boutade a confronto ai danni incalcolabili che questi leoni da tastiera compiono su tantissimi ragazzi, i quali arrivano a credere che il mondo vero sia quello sullo schermo del computer o del cellulare, e che gli imbecilli siano davvero dei Nobel.

Ormai tutti, chi più chi meno, usiamo la tecnologia e le piattaforme per mantenere le nostre relazioni. Molti riescono a conoscere altre persone solo attraverso i social. Sui treni tutti hanno in mano un cellulare dotato di auricolari che ci isolano dall’esterno, ed è impossibile attaccar bottone. Con WhatsApp (o FB o altro) fare della avances è assai più facile e sicuro, specie sotto nickname… e poi ci sono le faccine che permettono il massimo dei risultati con il minimo sforzo linguistico.

Con amarezza Umberto Galimberti rilevava come la tecnologia abbia trasformato la “società in solitudine di massa” e come i social network “uccidano la riflessione e costringano la persona ad avere sempre un’idea su tutto”. Purtroppo uccidono anche molti ragazzi, nel corpo e nell’anima.

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