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Prove generali per un ripensamento della scuola?

Con milioni di bambini a casa da scuola, a causa della pandemia di Coronavirus, l’istruzione digitale a domicilio sta fornendo una forma alternativa d’istruzione, che i genitori potrebbero decidere di abbracciare anche una volta che gli istituti scolastici riapriranno. Con quali vantaggi e quali limiti?

Sono almeno un centinaio, secondo i dati raccolti e pubblicati da The Economist, i Paesi nei quali gli istituti scolastici hanno sospeso le lezioni fino a data da definirsi a causa della pandemia COVID-19, dall’Italia alla Svizzera, dalla Spagna alla Francia, per arrivare fino alla Cina e la Corea del Sud. Anche l’Inghilterra di Johnson recentemente ha ceduto, perché, per quanto ad oggi il COVID-19 sembri aggredire il corpo dei giovani con minor violenza rispetto agli adulti, le aule scolastiche, dove rispettare la distanza sociale è pressoché impossibile, sono un luogo privilegiato per la diffusione del virus.

La chiusura delle scuole ha notevoli ripercussioni economiche legate all’attività di cura della prole – in Italia, ad esempio, un quinto della forza lavoro è costituito da lavoratori indipendenti che sono meno tutelati se stanno a casa con i figli; uno studio americano condotto nel 2009 ha mostrato che la chiusura delle scuole del Paese per un mese causerebbe una perdita dello 0,1-0,3% del PIL. Ci sono anche effetti legati alla salute fisica degli studenti: rimanendo sempre negli USA, circa 26 milioni di bambini beneficiano di pasti gratis o a prezzi ridotti nelle scuole, che offrono snack e pranzi quanto più bilanciati possibili, anche rispetto al cibo poco salutare che alcune famiglie americane consumano tra le mura domestiche.

La chiusura delle scuole, poi, porta con sé un altro fondamentale set di preoccupazioni, legate all’istruzione dei figli: che ne sarà dell’anno scolastico? Sarà fatto ripetere? E gli esami? In Inghilterra, ad esempio, sono circa 254’000 gli studenti che tra maggio e giugno dovrebbero prender parte all’esame (A-level) necessario per accedere agli studi universitari. In Italia la maturità è in forse per oltre 463’133 studenti. Non solo lo svolgimento degli esami è in dubbio, ma anche l’accesso alle risorse online per seguire il curriculum scolastico è minato dagli insoddisfacenti livelli di digitalizzazione in vari Paesi. Senza menzionare, poi, che, per i più piccoli, la scomparsa improvvisa della routine scolastica può essere fonte di stress e ansia.

Per sopperire all’impossibilitata presenza ‘fisica’, istituti scolastici e università hanno attivato modalità online, prevedendo anche la discussione di alcuni esami e della tesi di laurea ‘in modalità remota’. In Ticino, spiega Manuele Bertoli, direttore del DECS, le Scuole Medie si sono attivate con la piattaforma Moodle, che permette lo scambio di materiale per classe e personalizzato tra docenti e allievi. È stato anche attivato il sistema MS Teams, per la tenuta di lezioni a distanza per i ragazzi del ciclo della scuola dell’obbligo e post-obbligo. In Italia, vari docenti comunicano tramite Zoom e altre piattaforme online. Tra tutti, è diventata famosa la lezione della docente di Treviso che su Youtube spiega Italo Svevo e Pirandello.

In generale, però, l’accelerazione sul versante dell’informatica scolastica è tutt’altro che semplice. Soprattutto per le scuole dell’obbligo. Secondo il sondaggio TeacherTapp, in Inghilterra, ad esempio, solo il 40% delle scuole statali sarebbe in grado di offrire lezioni online. I limiti non toccano solo le capacità degli istituti di erogare servizi tramite Internet e la professionalità o creatività di docenti e dirigenti scolastici. Ci sono “problemi di rete” da parte degli studenti: non tutti hanno la possibilità di connettersi online. Secondo i dati della Banca Mondiale e dell’OSCE, in Cina meno del 60% dei ragazzi può usufruire di Internet a casa. In Italia la percentuale di coloro che hanno accesso al web tra le mura domestiche supera di poco l’80%, un dato insoddisfacente se confrontato con quello inglese e giapponese, ma migliore di quello statunitense, dove sono 7 milioni i giovani che non hanno Internet. Un’altra questione, che l’istruzione online pone, riguarda la metodologia della valutazione e la definizione degli obiettivi di apprendimento.

Eppure, la chiusura delle scuole offre ai genitori l’opportunità di ripensare la scuola convenzionale e di sperimentare l’homeschooling, ovvero la scuola a domicilio.

Finora una scelta di nicchia (negli USA sono circa due milioni, in Italia mille e cinquecento, i minori che imparano a leggere e scrivere da mamma e papà), il percorso di educazione alternativo gestito dalla famiglia – per quanto ispirato ai programmi ufficiali – potrebbe trovare terreno fertile e aprire discussioni nella società, soprattutto laddove, ‘in circostanze normali’, è non previsto, come in Ticino.

Improvvisamente, in uno spazio senza campanelli che suonano per dire quando è l’ora della prossima lezione, senza lavagna luminosa, senza strumenti adeguati e senza compagni di banco, soprattutto senza alcuna preparazione nella didattica, mamme e papà chiamano al dovere. Raccolgono i figli al tavolo della cucina, alla scrivania della cameretta o vicino a ‘un banco’ improvvisato, se in casa tutto lo spazio è già preso – ma possono scegliere in modo piuttosto flessibile e di concerto con i figli l’orario in cui fare i compiti. Si assicurano che il computer per le lezioni online sia acceso correttamente – e dunque favoriscono l’accesso alla conoscenza. Controllano che siano svolte le consegne scritte sulle pile di fotocopie che, settimanalmente, l’insegnante di una scuola elementare invia per posta agli studenti, ma sono liberi di approfondire specifici temi a seconda delle necessità, così come degli interessi specifici dei figli.

Tutto ciò si avvicina molto all’homeschooling, i cui pilastri sono proprio flessibilità, personalizzazione e responsabilità, come ci spiega Enrico Bertini, professore associato di informatica e ingegneria alla New York University e papà di un ragazzo in età scolare, sostenitore convinto dell’istruzione a domicilio: “Permette di catturare l’interesse dei bambini, cogliere i loro punti forti e le loro debolezze, e su di queste lavorare. Inoltre, offre maggiore flessibilità nell’organizzazione delle ore di studio e apre a un percorso formativo personalizzato.”

“Homeschooling – continua Bertini – non vuol dire che mamme e papà debbano essere in grado di seguire il proprio figlio per tutte le materie.” Ci sono vari siti gratuiti o a pagamento (Outschool.com e ProdigyGame.com, per esempio), che offrono ai bambini fino alla scuola secondaria un elenco completo delle lezioni e anche materie di studio integrative, per le quali non si ha tempo durante l’anno scolastico ‘tradizionale’. La tecnologia non solo aiuta a creare contenuti, piuttosto che consumarli passivamente, ma può incoraggiare la creatività e la risoluzione dei problemi. Il ruolo fondamentale del genitore è dunque di organizzare e aiutare ad accedere alla conoscenza.

Tutto ciò, naturalmente, comporta un considerevole impegno da parte degli adulti. Anche per questo, per molte famiglie l’insegnamento a domicilio, ‘forzato’ dal COVID-19, sarà una scelta temporanea, in attesa della fine della pandemia. L’homeschooling è una scelta che mal si concilia con il desiderio di mamme e papà che desiderano di lavorare: come si può pensare che i genitori siano in grado, tutto a un tratto, di assumere il duplice onere di educare i propri figli e le responsabilità del proprio lavoro, anche se fatto da casa? Ciò non toglie che, per alcune famiglie, queste settimane ‘casalinghe’ potrebbero essere utili per avvicinarsi a forme di apprendimento senza lezioni in classe.

Per tutti, però – interessati all’homeschooling oppure no – la chiusura delle scuole offre comunque un momento per esperire un modo diverso di fare scuola, più libera, personalizzata e tecnologica, ma inevitabilmente meno sociale. E allora chissà che l’esperienza presente non apra la via a un ripensamento della scuola ‘tradizionale’, quella che si fa in classe, perché torni ad essere, veramente, un luogo dove far nascere la curiosità. Fonte di stimoli. Non solo competizione. Non solo risultato finale. Non un ospedale che cura i sani e respinge i malati, per parafrasare le parole di Don Milani in “Lettera ad una professoressa”.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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