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Quando in Svizzera i figli erano tolti alle famiglie

Per una fetta di mela secca: un romanzo di Begoña Feijoo Fariña per ricordare le misure coercitive a scopo assistenziale in Svizzera

A inizio settembre, sulle pagine del Corriere dell’Italianità, abbiamo recensito una recente opera letteraria che compie un coraggioso atto di pubblica denuncia delle misure coercitive a scopo assistenziale in Svizzera attuate tra gli anni ’40 e ’80. Autrice è Begoña Feijoo Fariña, nata in Spagna e residente in Svizzera dal 1989. In Per una fetta di mela secca (Capelli Editore), Begoña Feijoo Fariña narra una storia di fantasia di ispirazione realistica: quella di Lidia Scettrini, strappata dall’amore della mamma (rea di essere stata abbandonata dal marito). Colpevole di essere figlia di una donna senza marito, condizione inaccettabile e vergognosa nella società contadina del tempo, Lidia viene condotta prima in un istituto gestito da suore e poi affidata a una famiglia. In entrambi i casi, la giovane verrà sottoposta a sofferenze psicologiche e fisiche gratuite, vedendo sistematicamente denigrata la propria dignità individuale. Il romanzo, percorso dalla tensione interiore della protagonista, la cui speranza di ritrovare l’amore di una famiglia è protesa verso la ricerca di un equilibrio in un futuro libero da violenze, propone con forza il tema del perdono e della responsabilità collettiva contro le violenze perpetuate ai danni dei singoli (e dei deboli). 

Begoña Feijoo Fariña, quando ha iniziato a lavorare al libro? 

Il progetto editoriale è iniziato un po’ per caso, guardando il documentario Cresciuti nell’ombra di Mariano Snider realizzato per la Radiotelevisione svizzera di lingua italiana: sono così venuta a conoscenza dell’esistenza delle “misure coercitive a scopo assistenziale” in Svizzera, che fino al 1981 hanno portato alla sottrazione di migliaia di bambini e bambine alle loro famiglie e contro la loro volontà per venir affidati a istituti o famiglie di contadini. La prassi era giustificata dalla povertà e precarietà dei nuclei familiari originali. Di fronte a tanta brutalità, ho sentito l’esigenza di scriverne. La necessità di raccontare una pagina della storia svizzera così terribile e al tempo stesso a lungo rimossa (almeno fino al 2013 quando l’allora consigliera federale Simonetta Sommaruga, che ora è presidente della Confederazione svizzera) ha chiesto pubblicamente scusa alle vittime). Il romanzo Per una fetta di mela secca è il frutto di oltre un anno di ricerca e lettura di documenti e testimonianze. 

Il romanzo è scritto in prima persona, quasi fosse un’autobiografia. Perché questa scelta?

Prima del mio lavoro esistevano già testi di narrativa autobiografici. Scrivere la storia di Lidia − una storia immaginaria ma che sarebbe potuta storicamente accadere − è stato per un me un modo per dare voce alle vittime e per invocare un’assunzione di responsabilità anche da parte di chi non ha vissuto e non è stato toccato personalmente dai fatti di tale ingiustizia. Ma l’ingiustizia, pur in altre forme, è sempre in agguato. Può ripetersi. Nel raccontare la storia di Lidia e delle misure coercitive a scopo assistenziale ho anche voluto sottolineare il pericolo, sempre presente, dei silenzi. Con la mia scrittura, con il ritmo della parola, posso denunciare, ad alta voce, le esperienze di persecuzione ai danni di tante e tanti giovani. La scelta della prima persona mi permette inoltre di avvicinare maggiormente il lettore ai fatti narrati, soprattutto con l’utilizzo del tempo presente.

Un tema costante dell’opera è quello del perdono: Lidia, da bambina strappata alla madre, diventa donna che “si costruisce” in relazione al passato che l’ha segnata. Al lettore, che accompagnerà Lidia in qualità di testimone e giudice, è lasciato di stabilire se gli sforzi intrapresi dalla Confederazione per far luce sul passato bastino per perdonare l’omertà… 

Nel romanzo la protagonista, Lidia, da bambina che guarda a quello che le accade e subisce le violenze, diventa una donna anche in virtù delle ingiustizie subite. Le elabora, le fa proprie, appunto, non le dimentica e non le rimuove – alcune violenze, subite fisicamente, non può proprio rimuoverle. I segni sono sul suo corpo. E così sarà proprio facendo costante esercizio di rammendo di sé − di quello che è stata e di quanto ha subito − che Lidia sceglierà liberamente come porsi in relazione al perdono verso le istituzioni e le misure a lei imposte. Credo che le si debba concedere la libertà di scegliere se perdonare chi le ha causato un dolore che non ha risarcimento possibile.

Il tema del perdono è a sua volta legato a quello della famiglia. I capitoli marcano gli anni che separano Lidia dalla morte della madre e così rievocano il senso di abbandono, perdita e vuoto della giovane… 

La madre, che per Lidia è il ricordo dell’amore, non viene mai dimenticata, per quanto la sua immagine sbiadisca nel tempo. Così come mai scordati sono i monti attorno al villaggio dove Lidia ha vissuto con la mamma. E sarà a quel paesaggio “materno” a lei familiare che la giovane tornerà una volta riottenuta la libertà. La storia si concentra sulla figlia strappata alla madre. Ma senza dimenticare l’altra faccia della medaglia – e del dolore: le famiglie alle quali sono stati portarti via figlie e figli.

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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