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Se potessi avere…un lavoro all’estero

I giovani italiani puntano su Svizzera, Francia, Germania e Austria

di Giorgio Marini

Quasi tre giovani italiani su dieci visualizzano il proprio domani al di fuori dei confini della Penisola. Tra le loro mire, la Svizzera, insieme a Francia, Germania, Austria, è in pole position, grazie alle prospettive occupazionali e alla posizione favorevole e strategica che, all’occorrenza, consente di rientrare piuttosto agevolmente nella terra natale. Una delle principali preoccupazioni dei ragazzi della Penisola mediterranea al di sotto dei vent’anni, relativamente al loro futuro, risiede nella ricerca di un lavoro soddisfacente. Cresce, inoltre, l’attenzione sui percorsi didattici e formativi, considerati sempre più prioritari.

Perché si vuole espatriare

È quanto emerge dall’indagine realizzata tra maggio e luglio 2021 tra 3.023 ragazzi e ragazze tra i 14 e i 19 anni della scuola secondaria di II grado, condotta dall’osservatorio politiche giovanili della Fondazione Bruno Visentini. Dall’identikit tracciato dalla ricerca si possono evincere aspirazioni e paure della cosiddetta “Generazione Zero”, di cui fanno parte i nati tra il 1996 e il 2015. Una prima, grande difficoltà rispetto a ciò che stanno vivendo, in un periodo già estremamente critico a livello mondiale, tra pandemia e conflitti armati, è riferita a un divario generazionale: è quello che ha a che fare con il ritardo che caratterizza loro e i loro coetanei rispetto a genitori, zii e nonni, nel raggiungimento dell’indipendenza economica e sociale. Nel 2020 il gap ha toccato i 142 punti, un record mai sfiorato per quasi quindici anni, a partire dal 2006. Senza contare che, come è stato sottolineato dagli analisti, gran parte dei timori negli adolescenti italiani di oggi sono accentuati dal fatto che, spesso, nei loro nuclei familiari, sono presenti sorelle e fratelli che rientrano nella cosiddetta categoria “Neet” (“Neither in Employment or in Education or Training”), ovvero giovani che non studiano né lavorano e nemmeno seguono un percorso di formazione professionale. Sono situazioni che conoscono da vicino due studenti su dieci tra coloro che hanno partecipato alla ricerca sopra riportata e che segnano un aumento di casi di quel genere rispetto a quanto emerso nei precedenti questionari 2019 e 2020, in linea con l’attuale dato su scala nazionale. Alla domanda su dove si collocano nel 2030, il 71,5% degli intervistati ha affermato di immaginare il proprio futuro in Italia – in un’altra regione (33,6%), nella propria città (22,2%), nella propria regione, ma in un’altra città (15,7%) – ma quasi il 30% (il 28,5%, per l’esattezza) vede il proprio futuro all’estero, in un altro Paese europeo (17%), a partire, presumibilmente, da quelli a ridosso dell’arco alpino, o, addirittura, in un altro continente (11,5%).

Cosa spaventa del futuro

Come anticipato, il principale fattore di angoscia della “Gen Z” in vista del futuro è rappresentato dalla possibilità o meno di trovare un’occupazione gratificante. Gli altri elementi che lasciano perplessi e intimoriti i ragazzi sono il raggiungimento dell’autonomia finanziaria individuale e la capacità di soddisfare le esigenze del proprio nucleo di appartenenza o di costruirsi una propria famiglia. Sarebbe poi opportuno migliorare il settore della formazione-lavoro, rendendolo più efficace e con maggiori attinenze alla realtà professionale. Vi ha preso parte il 43% del campione di studenti che sono rientrati nella ricerca dell’Osservatorio della Fondazione Visentini. Tra questi il 67% si dice parzialmente o totalmente soddisfatto dell’esperienza, mentre i restanti si suddividono equamente tra chi non è molto soddisfatto e chi non lo è affatto. Altri ambiti che, per i giovani della Generazione Zero, dovrebbero essere inclusi tra le priorità dell’agenda politica tricolore sono lo sviluppo economico e l’innovazione, la sostenibilità ambientale e la salute, l’inclusione sociale e un’equa integrazione, la parità di genere, la lotta alla criminalità (inclusi i reati informatici). A livello locale, per quanto riguarda le iniziative comunali che gli studenti vorrebbero, al primo posto per loro viene posta la questione ambientale e climatica, con la richiesta di ridurre l’inquinamento e il degrado. In seconda battuta sarebbe richiesta una maggiore crescita economica, sociale e culturale della comunità di appartenenza, oltre alla creazione di più spazi dedicati ai giovani.

Nuovi migranti ad alta specializzazione

Che ripercussioni potrebbe avere, a breve termine, un quadro simile sul mercato del lavoro svizzero? Quali tipologie di nuovi migranti per motivi di lavoro si riverserebbero tra qualche anno nel territorio elvetico? Stiamo parlando di giovani in cerca di occupazioni differenti da quelle a cui hanno aspirato, per decenni, prima i “Baby Boomers”, nati tra il 1946 e il 1964, e poi i “Millennials”, venuti al mondo tra il 1981 e il 1996. In base ai dati dell’Ufficio Federale di Statistica, oltre l’80% della popolazione straniera in Svizzera proviene da un Paese europeo.

L’emigrazione dall’Italia, così come dalla Germania e, seppur in misura minore, dalla Francia ha radici storiche profonde, che affondano le proprie radici nella metà dell’Ottocento. In tempi recenti è stato registrato un cambiamento degno di nota, in cui, a quanto parrebbe, offerta e domanda si incrocerebbero in maniera spontanea. Infatti, da una parte – e rispetto ad altri Stati europei – nei Cantoni è aumentata la richiesta da parte dei datori di lavoro di manodopera altamente qualificata e di professionisti con elevata specializzazione. Dall’altra, in generale, la proporzione di lavoratori qualificati provenienti da altri Paesi è cresciuta sensibilmente, soprattutto con l’entrata in vigore graduale, a partire dal 2002, dell’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione Europea. Negli anni Ottanta, meno del 20% dei migranti in Svizzera aveva un diploma di formazione terziaria, mentre la maggior parte aveva per lo più terminato la scuola elementare. Più di recente, invece, la situazione è apparsa ribaltata. La maggior parte dei nuovi immigrati possiede un diploma universitario e i lavoratori non qualificati rappresentano soltanto il 20%. Non si discosterebbero da questa tendenza i giovani italiani che stanno per concludere gli studi e che, almeno con una laurea in tasca, puntano a trasferirsi oltralpe: tra di loro ci sono soprattutto futuri ingegneri, informatici, top manager di marketing, economia e finanza, solo per citare alcuni comparti. Un altro tratto interessante da sottolineare è che, al di là delle origini geografiche, da una generazione all’altra si è andato riducendo – e sta continuando a diminuire ulteriormente, seppure ci siano ancora ampi margini di miglioramento – lo scarto del tasso occupazionale tra uomini e donne. Gli esperti hanno sottolineato che, forse, tutti questi nuovi, potenziali innesti nel mondo occupazionale elvetico non sono ancora pienamente evidenti nei dati statistici attualmente a disposizione, ma sono destinati ad apportare un cambiamento sostanziale nell’immagine degli italiani in Svizzera. Una compagine che continua a essere, ancora oggi, la più grande comunità straniera del Paese e in certi casi ancora un po’ troppo soggetta a stereotipi ormai superati.

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