63 anni fa ci lasciava l’autrice del primo romanzo femminista italiano

Sibilla Aleramo nella sua vita e con i suoi scritti ha combattuto l’ipocrita ideologia del sacrificio imposta alle donne

di Sandra Persello, docente di Lettere

Tra gli autori che spiccano per originalità di pensiero emerge, agli inizi del Novecento, la controversa figura di Sibilla Aleramo, autrice del primo romanzo femminista italiano.

Marta Felicina Faccio, detta Rina, nasce ad Alessandria nel 1876 e si spegne a Roma il 13 gennaio 1960. É ricordata soprattutto per il romanzo autobiografico Una donna, in cui dipinge la condizione femminile a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.

Vive a Milano sino all’età di dodici anni, quando è costretta a trasferirsi, per il lavoro del padre, a Civitanova Marche, dove ben presto è obbligata a sposare l’uomo che aveva abusato di lei, quindicenne. Crede poi di trovare nella cura del figlio una fuga dall’oppressione della propria esistenza, finché, esasperata, tenta il suicidio. Riesce a risollevarsi dal baratro grazie alla battaglia per l’emancipazione femminile.

I difficili rapporti familiari la convincono ad abbandonare marito e figlio ed a trasferirsi a Roma, dove conosce Giovanni Cena, responsabile della rivista Nuova Antologia, alla quale collabora, e dove inizia la stesura del suo romanzo, in cui riesce a far coincidere arte ed autobiografia.

Edito nel 1906, Una donna narra la vicenda della sua stessa vita, in nome dell’affermazione di una condizione libera e consapevole e contro la costrizione e l’umiliazione dell’esistenza, che un’ipocrita ideologia del sacrificio intende imporre alle donne. Con questo libro ella si libera pubblicamente delle sue vesti di moglie e madre, come nessuna aveva mai fatto prima, dando vita ad un dibattito serio ed acceso sulla condizione femminile, al punto che il romanzo viene tradotto immediatamente in dodici lingue e non ha mai smesso di essere ristampato

Ecco alcuni brani particolarmente significativi:

 “Femminismo! Organizzazione, legislazione del lavoro, emancipazione legale, divorzio, voto … Tutto questo, sì, è un compito immenso, eppure non è che la superficie: bisogna riformare la coscienza dell’uomo, creare quella della donna!” […]

Un giorno trassi da una cassetta alcune vecchie carte di mia madre. Una di esse mi fermò il respiro. Era scritta a matita, in modo quasi illeggibile. La mamma annunziava a suo padre il suo arrivo per il dì dopo; diceva di essere già stata nella camera dei figliuoli a baciarli per l’ultima volta…

“Debbo partire… qui impazzisco… lui non mi ama più… Ed io soffro tanto che non so più voler bene ai bambini… debbo andarmene… Poveri figli miei, forse è meglio per loro!”

“Per noi sopra tutto era rimasta: per dovere, per il timore di sentirsi dire un giorno: ‘Ci hai abbandonati’!”

“Non avevo mai sospettato che mia madre si fosse trovata in una simile situazione. Avessi potuto sorprenderla, in quella notte, le avrei detto, anche a nome dei miei fratelli: ‘Va’, mamma, va’! Ahimè! Eravamo noi, suoi figli, noi, inconsci, che l’avevamo lasciata impazzire”. 

Terminata la relazione con Cena, Sibilla conduce una vita piuttosto errabonda e mai si adegua a ruoli o immagini femminili tradizionali, intraprendendo anche alcune relazioni omosessuali o, nel tempo, con uomini di trenta-quaranta anni più giovani di lei.

Nonostante, comunque, il turbinio dei suoi tentativi amorosi, non c’è, negli scritti, quasi nessuna traccia di sessualità. Spudorata, l’Aleramo lo è solo rispetto al sogno d’amore.

Durante la Prima guerra mondiale conosce il poeta Dino Campana, che non era al fronte per motivi di salute. Il loro rapporto, appassionato ma tormentato, non dura a lungo e ben presto i due si lasciano. Della loro storia resta traccia nel film Un viaggio chiamato amore, con Michele Placido, che riveste il ruolo maschile.

Quelle che per altre scrittrici sono vie secondarie (lettere, diari, note sparse) per l’Autrice piemontese costituiscono il tracciato portante dei suoi scritti. Niente letteratura, pochissima arte: solo un flusso irrefrenabile di vita. Non è nella storia della letteratura che l’Aleramo si pensa come “qualcosa di raro” ma “nella storia del sentimento umano”.

Nonostante le numerose opere da lei composte con un furore di “autocreazione” incessante, costretta dall’indigenza, abbraccia l’ideologia fascista, benché le sue idee fossero del tutto opposte.

Termina la vita a causa di una lunga malattia e con grande amarezza (Diario di una donna), soprattutto per il tentativo mal riuscito e fittizio di riavvicinamento al figlio.

Eugenio Montale la descrive come una signora canuta, nobile nel portamento e nello sguardo, senza gelosie, senza invidie. Sopravvissuta a tante tempeste, portava ancora con sé quella fermezza, quel senso di dignità ch’erano stati la sua vera forza e il suo segreto. Erano gli occhi a tradirla. Indomabili negli ultimi giorni come all’inizio, quando viveva in una Italia dove tutto e tutti – gli uomini, la famiglia, la società – le imponevano di abbassarli.

La sua storia è il suo testamento, in grado di infrangere gli stereotipi di genere e riaffermare il diritto ad un’esistenza libera, autentica, pienamente vissuta: una coscienza femminile anticipatrice.

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