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A Lugano, ai tempi del Coronavirus

E ti ritrovi con le spalle al muro. Certo, mura di casa. Ma sempre di muri si tratta. Ti ritrovi con la realtà delle cose. Con ciò che è giusto e quello che non lo è ancora. In una società frenata dalle circostanze. Che esiste, consuma, ma che si sfugge e non progetta nulla. Mi ritrovo a pensare alla vita. Alle occasioni perse. Ai traguardi da raggiungere. Ai sogni che ormai è meglio lasciare dove si trovano. Nelle pochissime occasioni per avvicinare la realtà, trovo un mondo pietrificato. Immobile nelle sue illusioni e nei suoi desideri, nel suo necessario e nel suo superfluo.

Cammino in città, tra file di negozi chiusi. Guardo le vetrine. Sorrido alle novità di una primavera che quest’anno non potrò vivere. Quando i commerci riapriranno, tutta questa merce diventerà inutile con l’arrivo della nuova stagione, quale che sia. Perché ho capito che merce è, e merce rimane. Altro che appagante esperienza di acquisto. Potessi anche acquistarla tutta e subito, non saprei cosa farmene. Passo i giorni a rovistare nei cassetti. A scoprire il necessario e il superfluo. Penso a tutte le volte che ho acquistato qualcosa d’inutile e di cui ora non so proprio cosa fare. A domandarmi cosa ho provato quando l’ho comprata, e se una prossima volta ci cascherò ancora. No, lo prometto: la prossima volta non comprerò più senza pensare.

Cammino per le strade deserte. La gente si evita. Cerco di abituarmi a una quotidianità costretta alla pura sopravvivenza, bloccata. Si ha un bel dire che questo è il vivere dei giorni nostri. Non è vero, lo so. Allora comincio a immaginare cosa accadrà quando ci diranno che siamo liberi, che si torna come prima. A sognare come sarà il ritorno al futuro.

Lo prometto. Non farò gli stessi errori. Acquisterò e vivrò nel modo necessario ai miei bisogni, quelli di cui ho vissuto in queste lunghissime settimane. Sognerò quanto basta, senza ambizioni impossibili. Darò più valore al quotidiano, al dialogo con gli altri. Non dimenticherò quello che ho riscoperto essermi veramente indispensabile.

Ho imparato a non affidare alla tecnologia il monopolio della mia conoscenza e del mio destino. Ho imparato che è inutile poter raggiungere il mondo intero se ora non posso incontrare nessuno. Lo capisco oggi, quando la nostra esistenza è a rischio, quando l’isolamento è diventato un valore sociale, ora che siamo tutti invitati a non frequentarci, a parlare attraverso un vetro, e farcelo bastare. Darò più valore al mondo e al modo in cui ho vissuto e vivrò. Darò più valore a incontrare gli altri. A condividerne socialità, esigenze e cultura. La mia nuova disponibilità verso il mondo esterno mi aiuta a dimenticare la solitudine di oggi.

Attendo di tornare a vivere come la persona diversa che sto diventando. Allora non mi opprime più il muro domestico che adesso pesa sulle mie spalle e segna il confine della libertà. Mi scosto da questa barriera di pietra fredda e inerte. Apprezzo il valore dei miei pensieri, felice di sapere che tra breve torneranno a guidare il destino della nuova persona che sarò. In quel momento, veramente, sì: andrà tutto bene.

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Andrea Grandi

Andrea Grandi è un giornalista specializzato nella evoluzione digitale delle attività economiche, d’impresa, e della industria automobilistica. ... Vedi profilo completo

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