Baby gang a Zurigo. Arancine meccaniche al femminile | Corriere dell'Italianità

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Baby gang a Zurigo. Arancine meccaniche al femminile

Sono un uomo all’antica, ormai ne sono totalmente consapevole. Ero rimasto alle ragazzine lunghe trecce e fiocchi rosa che giocavano a campana come farfalle nel cortile della scuola, o parlottavano furtivamente di infantili segreti. Mentre noi, vocianti e sgraziati ragazzetti si giocava a pallone e ci si scambiava le figurine… celo celo celo, manca! celo… manca! Manca!

Quelle ragazzine in grembiule bianco (noi maschi eravamo obbligati al nero, forse per la nostra indole a combinare guai), me le ricordo ancora e, al di là di qualche smorfiosetta, ancora mi danno l’idea di delicata gentilezza.

Così rimango allibito nell’ascoltare l’intervista di un padre di Verona che, avendo scoperto che la figlia quattordicenne era a capo di una banda di ragazzine che terrorizzava varie zone della città, pubblicando poi sui social la cronaca particolareggiata delle loro malefatte, ha cominciato ad andare in tv e a rendere pubblica la storia, per trovare sostegno e spingere le istituzioni a trovare qualche rimedio. Ora la figlia non gli parla più, e le istituzioni sono distratte.

In genere i genitori minimizzano, ma questo padre separato dice di essere rimasto sconvolto dal fatto che questa baby gang di ragazzine capeggiate da sua figlia se ne andavano in giro a taglieggiare altri coetanei, rubando loro soldi, scarpe firmate, cellulari eccetera. È pure stato chiamato dai carabinieri perché la ragazza era stata sorpresa rubare in un negozio. Ma la molla che ha fatto disperare il padre, fino al punto di mettere in piazza le gesta della figlia, è stata quando ha visto che in 7 andavano ad aggredire solo 2 coetanei/e, dimostrando una vigliaccheria che, evidentemente, il padre attribuisce solo al mondo degli adulti.

Questo padre sosteneva che la colpa di quanto avveniva a Verona, e in altre città, era del lockdown che ha costretto questi ragazzi a mettersi sui social, i quali offrono modelli di comportamento aggressivi. “Mia figlia – diceva – non ha bisogno di rubare o di aggredire qualcuno per comprarsi un bel paio di scarpe”.

Anche nella civilissima, ricchissima e snob cittadina vicino alla quale io abito, mia figlia mi dice che non mancano episodi simili: gruppetti di ragazzini e ragazzine multietnici si aggirano tra i vialetti silenziosi e all’occasione aggrediscono gruppetti considerati rivali.

Mi dicono che tra le mamme di ragazzini che frequentano le scuole di calcio sia doveroso organizzare gruppi WhatsApp dove sparlare e inveire contro le rivali, facendo così da catalizzatore per atteggiamenti da bulletto in campo e fuori.

Manca loro qualcosa?

Già su queste pagine parlavamo del peso dei social media nell’indirizzare gli utenti (e talvolta anche gli eventi) verso certe direzioni.

Essi spesso propongono modelli di comportamento incompatibili con la vita reale. Ma in realtà non è colpa né di internet né della pandemia. Internet è solo uno strumento e la pandemia ha solo aumentato i tempi di solitudine davanti al computer.

Questi modelli arrivano da culture molto più pervasive: dovremmo renderci conto che ciò accade non deriva solo da qualcosa che è lontano da noi e ci libera dalle nostre responsabilità.

Deleghiamo l’educazione agli smartphone, assunti come nuove “tate”, di modo che i modelli di identificazione dei bambini non sono più la mamma e il babbo, ma una cultura adulta dove il successo, la popolarità e l’individualismo sono gli irrinunciabili obiettivi di vite che non vedono un proprio futuro. Se non percepisco un mio futuro, se non sento il mio “essere”, o attacco me stesso con pratiche autolesive e disturbi alimentari, oppure attacco il corpo dell’altro, specie se diverso per condizione sociale, etnia, o addirittura fede calcistica. Tutto ciò esprime la necessità di esprimere in qualche modo una fragilità che non si riesce ad elaborare in un contesto dove il successo a tutti i costi e l’appartenenza al branco sono fini a se stessi e si riducono a surrogato del proprio valore.

Il bullismo c’è sempre stato, ma un tempo era relativamente circoscritto, almeno fino a quando non si è diffuso con la cultura dell’immagine da condividere e, con questa, farsi vedere “fighi” ad un maggior numero di followers possibile.

La cultura massmediatica ha cambiato la nostra vita, ma i modelli che proponiamo sono fondamentali, e siamo noi stessi con le nostre scelte individuali che ne forniamo i contenuti.

Come facciamo a conquistarci visibilità? Vale la pena ascoltare e aspettare il mio turno, oppure è meglio interrompere, prevaricare il diritto del mio interlocutore e finirla in rissa? È difficile dire a un ragazzino che questo è sbagliato: essi vedono ogni giorno che il successo in ogni campo e il riconoscimento come persona lo si ottiene con una presenza virtuale imposta con l’ingiuria e la violenza.

Pare assodato che, dai 20 anni in su, se non si è su internet non vi è possibilità di successo personale. La famiglia, la scuola, le istituzioni, e tutte quelle entità che basano la loro attività su un enorme serbatoio di potenziali utenti/clienti, dovrebbero essere i primi ad accorgersi della deriva che prende quella che Hegel definiva la “coscienza di sé”.

Fioriscono esperti che lanciano appelli social perché i genitori non facciano usare i social ai ragazzi. È paradossale. Come paradossale, ma sintomatica, è la scelta del padre della ragazzina di Verona: se si vuole risolvere un problema che nasce in famiglia, lo si rende pubblico, così da renderlo virtuale e dunque ingenuamente indeterminato e passeggero.

In realtà bisogna integrare la vita reale in quella virtuale che oramai sono intrecciate e che noi dobbiamo riempire di contenuti che possano curare le fragilità che tutti noi abbiamo. Forse è vero che la famiglia odierna ascolta i figli più di una volta, ma le fragilità inespresse spingono a cercare ricette che prevedono un dialogo assente o interrotto.

Dovremmo chiedere ai nostri figli non solo come va a scuola, ma anche come va su internet, avere la capacità e la pazienza di parlare soprattutto dei fallimenti, anche di quelli sui social che, a volte, da virtuali si trasformano drammaticamente in reali, quando l’insuccesso o l’ingenuità porta a morire di popolarità, o fare del male per una virtuale ed effimera visibilità.

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