Bagagli e migranti #2 | Corriere dell'Italianità

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Bagagli e migranti #2

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Giuseppe Maria: un anno nella Ruhr 

di Valerio Furneri

Adrano è un centro abitato alle falde dell’Etna, al confine tra le province di Catania ed Enna. È un comune prevalentemente agricolo la cui notorietà a livello internazionale è dovuta soprattutto ad Eurelios, la prima centrale solare a concentrazione nel mondo, voluta e finanziata dalla CEE e costruita proprio nel paese etneo poiché il maggiormente assolato in Europa. Eppure la generosità di questo sole non basta ai suoi abitanti, molti dei quali costretti – chi in tempi recenti, chi in tempi remoti – a emigrare.

Giuseppe e Maria sono una giovane coppia adranita, lui ortolano, lei casalinga. Hanno rispettivamente 28 e 25 anni quando, nel 1963, decidono di trasferirsi a Duisburg, nel bacino della Ruhr, per cercare miglior sorte. La Repubblica Federale Tedesca costituisce la principale meta di emigrazione per i loro compaesani, seguita dalla Svizzera, dal Belgio e dalla Francia. La coppia ha tre figli in tenera età: Nino nato nel 1958, Cettina nel 1959 e Ignazio nel 1960. Una comare di Maria, che vive nella città tedesca da anni, le propone di andare a lavorare in Germania dove le prospettive di guadagno, e quindi di una vita meno precaria, sono più concrete.

Giuseppe e Maria partono così all’avventura, ospiti presso la comare e senza conoscere il tedesco. I figli sono temporaneamente affidati alla nonna materna. Giuseppe trova lavoro in una fabbrica, Maria lavora a cottimo in una smacchiatoria. Il salto di qualità avviene quando conosce alcuni vicini di casa, italiani di Bari. L’incontro è fortuito: Maria vede spesso nella strada in cui vive una bambina bionda che la accoglie festosa chiamandola “Frau Maria!”. Ogni tanto al Kiosk le compra delle caramelle, le ricorda tanto i figli lontani. Scopre accidentalmente che la bambina non è tedesca ma figlia di italiani e fa così conoscenza coi genitori, con i quali nasce una bella amicizia. Sono proprio i genitori di Pasqualina, questo il nome della bambina, a portare Giuseppe e Maria alle acciaierie dove lavorano. Lì si guadagna meglio, oltre al vantaggio di stare sempre insieme.

Maria ricorda con piacere il lavoro in fabbrica: “io mi impegnavo tanto, anche prima quando lavoravo alla smacchiatoria. Tanto che lo sceffu (“Chef”, il capo) non voleva che me ne andassi e quando gli chiesi i papìa (“Papier”, ossia documenti) non voleva darmeli. Alle acciaierie lo sceffu era cordiale e poiché io ero molto veloce mi diceva di riposare ogni tanto, diceva ‘Frau Maria, lavorare piano, geh spazieren’ (lavora più piano, va a fare una passeggiata)”. Il nuovo lavoro permette ai coniugi di prendere un piccolo bilocale in affitto all’interno di un condominio, con un letto a una piazza e mezza, più comodo del divano-letto della comare, ma inadeguato ad ospitare anche i tre figli della coppia, che rimangono così ad Adrano in attesa di tempi migliori. Anche della padrona di casa, che vive nello stesso stabile, Maria ha bei ricordi: “ci trattava con rispetto, una volta addirittura incrociò mio marito e ci invitò a casa sua per il compleanno. Disse di presentarci per le 18, con la raccomandazione di portare due sedie per sederci. Quando Giuseppe me lo riferì non gli volli credere, ‘chissà cosa hai capito’ gli dissi, ma lui si ostinava a dirmi che eravamo stati invitati. Per timore che fosse un malinteso non andammo e così alle 18.15 fu la stessa padrona di casa a venirci a chiamare. ‘Hai visto? Te lo avevo detto’ disse Giuseppe trionfante. Per non andare a mani vuote portammo una bottiglia di rosolio del paese, che avevamo preso così, prima di partire per la Germania. Fu felicissima, lei e gli altri suoi invitati, tutti tedeschi, che ci ringraziarono e ci riempirono di complimenti e belle parole, manco avessimo portato champagne d’alta classe.

Sì, avevamo proprio una bella amicizia e c’era profondo rispetto”. Purtroppo la situazione non migliorò a breve. L’appartamento era troppo piccolo ed era difficile trovare qualcosa di più idoneo per riunire il nucleo familiare. Così la struggente lontananza dai figli, che rischiava di diventare piuttosto lunga, convinse Giuseppe e Maria a fare rientro a casa dopo solo un anno. Due anni dopo, nel 1966, nacque Angelo, il quarto figlio della coppia. Giuseppe venne a mancare pochi anni più tardi. Dopo tanti anni il bilancio di questa esperienza è agrodolce: “morti di fame siamo partiti e digiuni siamo ritornati”, queste le parole di Maria che però ricorda con piacere il periodo tedesco, come un periodo di arricchimento sociale e culturale per due giovani di umili origini che hanno provato a migliorare la loro esistenza.

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