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BENTORNATO, PHILIPPE!

Omaggio a Philippe Daverio

Di Laura Torretta

in foto: Panciroli, Ritratto di Philippe Daverio, 2006. CREDIT IL PONTE CASA D’ASTE

Basta entrare nel salone, e sembra di sognare: il viso sorridente di Philippe Daverio, come se si affacciasse da una finestrella della camera attigua anziché essere incorniciato in un quadro, pare rivolgere l‘invito a guardare le curiosità che arredano l’ambiente, dal Jukebox anni ‘50 all’automobile in bronzo, dalla bizzarra scultura-ragnatela che cattura schegge deformi, ai vasi multicolori, all’arazzo raffigurante Caterina di Russia trasformata in nobildonna-orso.

È la casa d’aste milanese Il Ponte a mettere in mostra, nelle settecentesche stanze di Palazzo Crivelli in via Pontaccio 12, una selezione di “cose” divertenti, che di Daverio, mancato nel settembre scorso, riflettono la capacità di osservare l’arte con occhio disincantato. Saranno poste all’incanto, in una vendita programmata dal 20 al 23 aprile, allo scopo di sostenere la futura Casa-Biblioteca a lui intitolata.

“…Aveva grande disponibilità con chiunque lo avesse avvicinato, da tutti traeva qualche spunto, aveva una bulimia anche nell’acquisto di ogni oggetto che potesse suscitargli un interesse, fosse un quadro, un libro, una scultura, un abito o un souvenir – scrive la moglie Elena Daverio – Amava molto le botteghe degli antiquari, le visitava ovunque andasse, ma amava anche i mercatini minimi, dove trovava la “storia dell’uomo”. Da questa bulimia è nata la sua folle collezione“.

Come definire questo personaggio, per certi versi incredibile? Sicuramente, sarebbe riduttivo etichettarlo come storico d’arte. In realtà era scrittore, autore e conduttore tv, animatore culturale, politico e infaticabile viaggiatore. Era facile incontrarlo, con i suoi occhialini tondi e l’immancabile papillon, all’appuntamento di Tefaf Maastricht, “cuore del cuore d’Europa” che ogni anno, in marzo, catalizza l’attenzione di collezionisti e antiquari di ogni parte del mondo, così come a Basilea, tanto alla Fiera dell’antico che ad Art Basel, primaria rassegna d’arte contemporanea.

E, naturalmente, durante il soggiorno nella città renana, era d’obbligo un breve tragitto sino a Rihen per una visita alla Fondazione Beyeler, luminosa costruzione ideata dal “nostro” Renzo Piano. Forse in questo Museo voluto dai galleristi Hildy ed Ernst Beyeler, che, accanto a rare sculture di Giacometti, accoglie lavori di Van Gogh e Picasso, Cézanne e Monet, Braque e Klee, ma ospita anche grandiose esposizioni temporanee, Daverio riusciva a trovare risposte alla sua inguaribile curiosità.

Era, il suo, un intenso desiderio di comprendere, di analizzare, e non si possono che apprezzare la sua straordinaria abilità nel riuscire a trasmettere l’entusiasmo per arte, storia, cultura, così come la facilità di parlare di qualsiasi argomento con semplicità. Come quando, tanti anni fa, durante un volo verso Madrid organizzato in occasione del vernissage di ARCO, cominciò con l’illustrare le peculiarità di questa manifestazione d’arte contemporanea tanto pubblicizzata quanto sconosciuta nel panorama internazionale, per proseguire con inediti, buffi dettagli su opere ed espositori.

Il fatto è che dalla sua aveva il vantaggio di conoscere “vita, morte e miracoli” dell’ambiente, essendo un mercante d’arte. Infatti, nato a Mulhouse, in Alsazia, aveva sì studiato economia e commercio alla Bocconi di Milano, ma senza laurearsi pur avendo superato  tutti gli esami, e negli anni 70 decideva di aprire una galleria in Via Montenapoleone, occupandosi di movimenti d’avanguardia della prima metà del 900, per proseguire poi con la Philippe Daverio Gallery  a New York e con un secondo spazio espositivo milanese, in Corso Italia, dedicato all’arte contemporanea.

Forte di un’esperienza che si traduceva in uno straordinario savoir faire, nel senso più autentico della parola, era del tutto a suo agio nel complesso sistema del mercato dell’arte. Ironico e scanzonato, Daverio acquistava lasciandosi guidare dall’istinto con l’obiettivo di ravvivare il suo mondo magico, dove gli oggetti potessero narrare una continua ricerca. Da un lato un nucleo di vasi dalle fogge più disparate, oggetti in marmo e ceramica ideati da Ettore Sottsass negli anni 80, creazioni in vetro pulegoso ripresi dai modelli più stravaganti degli anni Venti. Dall’altro, vetrine in legno intagliato con motivi geometrici Art Déco provenienti dall’arredo di Piero Portaluppi per casa Gadda, arredi Liberty italiani e mobili di gusto francese.

   Nel suo abbigliamento il grigio non trovava spazio, e la sua personalità si rispecchia in una raccolta “colorata”. Colorata e vivace a tal punto che rischia, e sarebbe un vero peccato, di far “sbiadire” numerosi lotti interessanti, da un nucleo di bronzetti, porcellane, tappeti orientali, agli oggetti provenienti da altre due raccolte, che andranno all’incanto nel corso della stessa vendita milanese. È il caso della raffinata selezione di arredi, tra i quali preziosi obelischi e colonne intarsiate, che ingentilivano le residenze di Cesare e Gina Romiti e documentano il loro gusto per il bello, così come l’insolita teoria di mortai, argenti, geodi e quarzi riunita dal Capitano di Fregata Giuseppe Orlando, combattente in tutte le guerre del’900 e conservata nella sua splendida villa di Bellagio.

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