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Cultura

Di cosa parleremo quando (ri)parleremo di live music?

L’esperienza della pandemia ha decisamente messo in frigo l’universo dei live e dei concerti dal vivo, presentando scenari distopici e forse confusi. Ho dovuto chiamare un tour manager esperto per farmi spiegare bene.

In questo infausto anno cadono ovviamente diversi anniversari, uno dei quali è il 25esimo anniversario dall’uscita del primo album solita di GZA, the Genius, veterano del rap e membro del Wu Tang Clan. L’album si chiama Liquid Swords ed è stato un vero colpo nel buio, una pietra miliare che ha cambiato per sempre la scena della cultura hip hop negli anni ‘90, consacrando New York come Mecca di questa nuova, cruda nouvelle vague.

GZA, fratello di RZA, ha fondato il leggendario gruppo Wu Tang Clan, ha introdotto la cultura islamica e cinese nei testi e nei riferimenti, campionando i film di kung fu, trasformando Brooklyn in Shaolin Temple.

Non solo super star del rap, non solo pioniere, anche attore (ha recitato in Coffee and Cigarettes di Jim Jarmusch) e divulgatore scientifico, GZA è da sempre e tutt’oggi, the genius, la mente profonda e la personalità più complessa della maxi crew newyorkese. Capite bene perché i 25 anni del suo primo disco sono così sentiti e importanti per la scena, oltre che per chi scrive. Ebbene, quest’anno però il mondo della live music è letteralmente saltato per aria, mettendo tutto nel congelatore, interrompendo tour, date, concerti e dj set. Il virus ha subito preso in ostaggio un universo legato alla diffusione, fruizione, educazione e (parte fondamentale) personificazione della musica e della cultura musicale, releganto prima gli artisti a una gratuita presenza sui social paragonabile ai lavori forzati (i social network hanno rubato i contenuti degli artisti costretti a farsi notare), poi a qualche ipotesti sinistra di streaming o drive in, concentrandosi comunque sempre e solo su quello che sta davanti al pubblico e mai su tutto quello che c’è dietro. Il virus ha preso in ostaggio gli artisti e messo in frigo l’industria, i lavoratori dello spettacolo e ha privato il pubblico di quel “proiettile che colpisce e non fa male” (citando Robert Nester Marley) chiamato musica dal vivo.

L’anniversario di Liquid Swords è stato trasmesso su internet, in streaming sulla piattaforma a pagamento LPR.tv. GZA si è presentato con una band impeccabile, in un contesto sobrio, da showcase. Ha cantanto da solo anche le strofe degli altri, ha parlato davanti a nessuno, citando il perché questo disco si chiama Liquid Swords (riferito al crack che è spesso la scelta principale nei bivi del ghetto) o ricordando di come la musica e gli scacchi lo hanno salvato dalla strada. Ha cantanto Riunited citando i suoi commilitoni del Wu Tang, a celebrato il folle artista ODB e ha scandito le metriche di Animal Planet, il mondo visto come se tutti fossero animali della giungla… “Elephants for security that move tons of leaves”.

Personalmente ho visto il live otto ore dopo (essendo in diretta in America) dallo schermo del mio portatile 13 pollici. Mi mancava un cavo per connettermi all’impianto stereo quindi l’ho visto con l’audio del computer. Con una connessione così così. Dopo averlo finito ero terrorizzato.

La prima consapevolezza è stata quella dell’estrema disparità della situazione e della frammentazione totale di quello che può essere viversi un concerto.

Chi avrà l’home theater e l’impianto pazzesco potrà godere diversamente della stessa performance. Per non parlare di quei posti che non hanno risorse per lo streaming e che quindi saranno nuovamente confinati ai margini. Penso ai tour che toccavano i paesi più poveri o meno organizzati. Poi ho pensato a come una situazione come quella che avevo appena vissuto mi fosse risultata ostile. Non era la stessa cosa di quando a sedici anni avevo visto su vhs le riprese dell’Up and Smoke Tour, l’immenso tour di Dr Dre, Eminem, Ice Cube e Snoop Dogg in giro per gli States. Quelle erano immagini di vita, di tour, di location e pubblici diversi… diversi artisti e diverse situazioni sul palco. L’anniversario di Liquid Swords mi ha messo ansia. Alla fine GZA racconta di come è nato il disco. In una cantina, nel nulla di Brooklyn giocando a scacchi, guardando film di kung fu e ascoltando musica con i suoi amici. Una formula che ad oggi sembra qualsi alchimia medioevale. L’ansia nel vedere il live mi ha convinto a rifugiarmi nelle parole di chi la musica e la scena musicale la vive veramente. Da ragazzo mi è capitato di lavorare a una data di GZA, a Roma. Lui era in tour in Europa e io avevo un gancio per lavorare con un vero professionista, Paolo Chiovini, che poi sarebbe diventato tour manager dei Gogol Bordello e di molti altri gruppi. La data romana andò bene nonostante una serie di imprevisti notevoli che culminarono tutti in una scena emblematica di io legato alla porta del backstage per non fare entrare la folla impazzita per la eccelsa performance del Genius. Carico di queste memorie, ho preso il telefono e ho chiamato Chiovini, sapendo che attualmente si trova in Italia per l’emergenza COVID. Risponde tranquillo, mi dice che è fermo da molti mesi perché ovviamente tutto il sistema dei live e dei concerti è bloccato. L’emergenza sul tema della pandemia tocca il mondo e in particolare gli Stati Uniti dove lui solitamente lavora. 

“La mia vita è il tour da ormai 15 anni” mi dice “mi è difficile star così tanto tempo nello stesso letto, figurati nelle stesse mura” lo dice sorridendo, con un tono di malinconia che rivela tutto un aspetto estremamente poco considerato. La difficoltà di adattamento, il carico psicologico che lo sconvolgimento di certe vite comporta, come quella di un tour manager abituato a gestire uno spettacolo che porta emozioni in tutto il mondo. A livello di aiuti economici, mi spiega, la situazione è più concreta, ma l’amministrazione di certe dinamiche è piuttosto randomica. Mi spiega che mentre negli USA dove l’entertainment è considerata una vera industria portante, in Italia gli aiuti sono arrivati un po’ a pioggia, senza un vero iter dinamico che tutelasse realmente i vari lavoratori dello spettacolo. In America sono arrivate donazioni e fondi di sostegno privato, che hanno generato anche piccoli ammortizzatori sociali nelle varie categorie, comprendendo anche gli aiuti psicologici e fisici (banalmente, il potersi permettere una vita decente anche quando non sei in tour). “Questa grossa disparità genera una riflessione ulteriore sulla consapevolezza e il punto di vista strategico che la musica dal vivo può assumere nelle varie nazioni e culture: se da un lato si sente la necessità di tutelare, dall’altro siamo dovuti ricorrere a proteste in Italia per avere attenzione” continua Chiovini che conosce benissimo i rischi del COVID e trova illogico dover protestare per avere tutela in un settore che oggettivamente e per estrema necessità giusta è fermo.

“Io la vedo che siamo congelati, ma che è giusto che sia così. Però è importante prepararsi a quando saremo pronti a uscire dal frigo… Cosa troveremo davanti a noi? Chiaramente non potremmo partire subito con gli stadi piedi o con i tour estremi, ma questo non vuol dire che l’orizzonte è bruciato, anzi…” Il suo pragmatismo mi tranquillizza e sento che è il momento di parlare della mia esperienza virtuale di GZA, dei ricordi di quella data, del futuro dei live… Paolo ride di gusto.

“Ricordo perfettamente quella data a Roma, ricordo la folla in delirio per GZA e per il suo show, super sobrio e super deep. Ovviamente quel tipo di situazione ora è lontana, ma anche l’Australia lo è e non per questo non ci siamo mai andati… In mezzo ci sono tantissime cose e non dobbiamo pensare che non si tornerà più a quelle serate. Capisco bene la tua frustrazione sul tema streaming, ma bisogna solo avere pazienza”.

Mi spiega che in USA hanno provato i drive in e i concerti molto piccoli con le distanze di sicurezza. Sono esperimenti, mi spiega e per farmi capire usa il parallelismo con la farmaceutica. “I medici e gli scienziati stanno studiando i modi e i vaccini per fronteggiare la malattia, e noi stiamo studiando soluzioni per riprendere il giro di una macchina enorme, immaginala così. Ricordi quando si parlava di ologrammi che avrebbero sostituito tutto? Ti sembra che sia andata poi così? No, semplicemente si tratta di una nuova forma di intrattenimento che viaggia anche su quei binari. I drive in, gli streaming sono come gli ologrammi”. Paolo non lo dice mai esplicitamente, ma capisco cosa vuol dire: queste espressioni non potranno mai sostituire la musica dal vivo. Gli chiedo per finire, visto che è appena successo, se è contento della sconfitta di Trump e se il presidente uscente avesse mai fatto qualcosa per l’industria della musica. Serafico chiosa: “Sono molto contento che si sia tolto dai piedi. Lui per noi e per la musica in generale non hai mai fatto nulla, se n’è sempre fregato altamente, come di mille altre cose”.

Standing ovation.

Chiudo la telefonata e penso che grazie a persone come Paolo Chiovini e come lui mille altri torneremo a parlare di live music come si deve.

GZA è un rapper veterano, membro del Wu Tang Clan, NY. Ha realizzato 25 anni fa un capolavoro chiamato Liquid Sword e ha celebrato il suo anniversario in streaming. Paolo Chiovini, invece, è tour manager dei Gogol Bordello, un gruppo gypsy punk di NY di fama internazionale. Paolo ha sulle spalle 15 anni di tour.

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Jacopo C. Buranelli

Laureato in filosofia presso La Statale di Milano con una tesi sul cinema di Ozu, da molti anni si dedica all’editoria e al mondo dell’arte contemporanea e dello spettacolo. Collabora con diverse test ... Vedi profilo completo

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