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Dostoevskij e la grande bellezza italiana

Duecento anni fa nasceva il celebre scrittore russo

Di Maria Moreni

Duecento anni dalla nascita, avvenuta l’11 novembre 1821: è l’importante ricorrenza legata al grande scrittore russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij, morto 140 anni fa, il 9 febbraio 1881. Che amava l’Italia, ricambiato. Basti pensare che, per commemorare il prossimo anniversario, a Castagnaro, in provincia di Verona, l’artista specializzato in land art Dario Gambarin ha disegnato il volto del romanziere su una tela davvero particolare – un campo di grano – utilizzando trattore, aratro ed erpice rotante al posto di matite, pennelli o carboncino. Dostoevskij è sempre stato legato all’Europa e, in particolare, all’Italia, per formazione culturale e per i suoi anni di esilio in compagnia della seconda moglie, dal 1867 al 1871, trascorsi tra il Belpaese, la Germania e la Svizzera.

Ne parla nel suo Diario di uno scrittore (1877), in cui osserva: «Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo; l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale. I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano di essere i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e le presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale».

Sia pure ammesso – prosegue lo scrittore – che questa idea mondiale, a un certo punto, si fosse logorata ed esaurita, ma che risultato si è ottenuto in seguito all’operazione diplomatica del conte di Cavour, si chiede il letterato? Commenta Dostoevskij: «È sorto un piccolo regno unito di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, cedendola al più logoro principio borghese – la trentesima ripetizione di questo principio dal tempo della prima rivoluzione francese – un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine». Dostoevskij scrive sull’unità d’Italia a ragion veduta, rievocando i suoi viaggi nella Penisola, in cui rimase incantato dall’arte e dalla civiltà tricolore, da un territorio che è tutto un museo a cielo aperto.

L’Idiota, uno dei romanzi più noti dello scrittore russo, fu composto tra Svizzera e Italia, contemporaneamente al suo esilio, dovuto ai debiti. L’autore cominciò la sua opera a Ginevra nel settembre del 1867, proseguì nella vicina Vevey, sul lago, per poi andare avanti a Milano e concluderla nel 1869 a Firenze, come attesta una targa a Piazza de’ Pitti.
Il protagonista della storia, il principe Myškin, ha un cuore puro e ingenuo, convinto che «la bellezza salverà il mondo». Per questo le persone intorno a lui lo considerano un disadattato. Ma le sue parole, tutt’oggi, rappresentano una sfida a un mondo dominato dai valori materiali. E suonano ancora adesso come un invito, per l’Italia e per il resto del pianeta, a riappropriarci di ciò che di bello e buono abbiamo a disposizione, diventando finalmente consapevoli del privilegio che abbiamo, che ci arricchisce e ci differenzia.

La targa per Dostoevskij a Piazza de’ Pitti a Firenze
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