Il Brasile e la fragilità della democrazia

Non c’è stabilità nel Paese “costruito” dagli immigrati, portoghesi prima, poi dagli schiavi africani e infine dagli europei, soprattutto dagli italiani. Gli eventi attuali non possono lasciarci indifferenti

di Giovanna Guzzetti

L’8 gennaio 2023 a Brasilia, capitale capolavoro dell’architetto Oscar Niemeyer fondata ex novo negli anni Cinquanta, sono andate in onda scene di stra-ordinaria guerriglia. Al pari di quelle che hanno impazzato su tutti gli schermi del mondo solo 2 anni prima, il 6 gennaio 2021, a Capitol Hill. Washington, Stati Uniti, i guardiani della democrazia. Nel mondo.

Solo un desiderio di emulazione fra i due grandi stati del continente americano o forse più un effetto contagio “ritardato”? Non sembrerebbe così, ma una serie di “coincidenze” sono del tutto simili pur in contesti tanto diversi.

Al momento della consegna della Casa Bianca a Biden, Trump, che da subito aveva parlato di brogli e latrocini, con i suoi j’accuse aveva sollecitato le viscere di parecchi red necks, arrivati ad invadere il tempio della democrazia americana.
Idem in terra carioca. Dove Bolsonaro, sconfitto di misura da un redivivo Lula, al suo terzo mandato dopo un interludio nelle patrie galere per accuse poi smontate dalla Corte Suprema, non si presenta, in segno di sfregio, al passaggio di consegne al successore, va oltre confine (nella Florida buen retiro di Trump – ma guarda? – a Mar a Lago), non prende le distanze dai rivoltosi in camiseta giallo verde (alla faccia del motto ordem e progressio) e, notizia più recente, si è reso protagonista di una replica della notte dei cristalli di nazista memoria con distruzione, nella capitale, dell’appartamento presidenziale, da lui prima occupato, del palazzo dell’Alvorada. La testimonianza in un video, diventato virale.

Al di là di queste immagini di indubbio vandalismo, il punto è la fragilità. Non solo e non tanto di cristalli e suppellettili, ma della democrazia. Lula si affanna a dichiarare che l’istituto non è in pericolo; in realtà la storia, recente, del Brasile dice altro. Getulio Vargas guidò il paese, anche se con una interruzione, per un Ventennio (nomen omen…) dal 1930 al 1954: sedicente progressista, divenne dittatore con la creazione del cosiddetto Estado Novo, una vera e propria autocrazia.

In tempi ancor più vicini, dal 1964 al 1985, il Brasile ebbe una dittatura militare: la democrazia ritrovata è giovane ma non così solida e le spinte (ultra)conservatrici sempre ben presenti nel paese amazzonico. Dove non mancano pesanti differenze fra le varie parti del Paese, un Nord meno fortunato con stati poverissimi da decenni nelle mani di famiglie plenipotenziarie (un esempio il Maranao, feudo della famiglia Sarney) ed un Sud evoluto con San Paolo, capitale economica; Rio de Janeiro, sintesi della contraddizione fra la spiaggia di Copacabana e Rocinha, la più grande favela del paese, per non parlare dello stato di Santa Catarina (con la sua perla di capitale Florianopolis), dove non solo i tetti delle case ricordano la massiccia presenza tedesca in un passato non troppo remoto.

Questo è il caleidoscopio sociale, etnico, linguistico, religioso con il quale Lula da Silva si troverà a che fare. Una situazione diversa da quella che aveva preso in mano all’epoca del primo insediamento come presidente nel 2002.
Oltre ai trend altalenanti dell’economia, oggi sofferente, Lula riceve da Bolsonaro un paese fiaccato dal Covid che qui, più che altrove, ha indebolito lo Stato per il negazionismo che il presidente conservatore ha messo in campo, accompagnato da condizioni sociosanitarie non all’altezza della situazione. Anche per l’ignoranza di ampi strati della popolazione.
Basti pensare che in Brasile, nel periodo 2019 – 2021 in piena epoca Bolsonaro, infastidito dalla Sociologia al punto da proporre di abolirne lo studio in ambito accademico, l’analfabetismo funzionale della popolazione 15 – 64 anni è addirittura aumentato dal 27 al 29%.  Calate anche le scuole (da 42 a 28 mila) in grado di offrire la frequenza a tempo pieno (con 1,5 milioni di studenti in meno a beneficiarne). Con una distribuzione non omogenea dei fenomeni, sempre a tutto svantaggio del Nord, Nord Est.

Uno dei terreni di urgente intervento per Lula, questo, al pari della agricoltura dove il Brasile può svolgere un ruolo di primo piano a livello mondiale, vista la situazione ucraìna. E dove il governo dovrà mediare tra piccoli proprietari da un lato e maggiorenti dell’agrobusiness decisamente pro Bolsonaro. Che vorrebbero proseguire con la recente deforestazione amazzonica per moltiplicare le superficie da mettere a reddito.

L’America Latina sembra non trovare stabilità. Si era parlato di una Ola rosa di socialismo democratico che la stesse invadendo. L’auspicio è che l’onda da rosa non diventi nera…

(in foto: polizia stradale in Brasile)

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