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Jack Savoretti e la nostra vita segreta

Di Christian Repetti

Foto: Jack Savoretti credits Chris Floyd

A due anni da “Singing to strangers”, che ha debuttato al primo posto nella classifica UK, e dopo il brano solidale “Andrà tutto bene”, il suo primo singolo in italiano scritto insieme ai fan, Jack Savoretti è tornato (dal 25 giugno) con il suo nuovo disco di inediti “Europiana” (EMI Records / Polydor X Universal Music). Anticipato da “Who’s Hurting Who” feat. Nile Rodgers, il nuovo album dell’artista inglese di origini genovesi vuole far ballare, sorridere ed evocare ricordi, grazie a un sound vintage ma allo stesso tempo moderno. Il titolo, “Europiana”, racchiude e racconta l’eleganza e lo stile romantico europeo, in particolare quello di Italia e Francia degli anni 60/70. Ecco che cosa racconta l’artista in una conferenza stampa.

Com’è nato questo lavoro?
«Questo album è particolare per me. Non credo lo avrei fatto senza l’anno – quasi due, ormai – che abbiamo vissuto. Mi sono ritrovato in casa, come tutti, senza la possibilità di viaggiare e di dare ai miei figli l’esperienza delle vacanze al mare. Senza quello che significa per un italiano, ma soprattutto per un europeo, l’estate: il primo amore, il primo bacio, la prima volta in motorino da solo, il primo gusto di libertà. È il risultato del lockdown, del tempo avuto per stare con i nostri pensieri, in cui ho dovuto trovare una forma di escapismo, un modo di viaggiare chiudendo gli occhi e creando musica».

Che cosa si propone “Europiana” nei confronti del pubblico?
«Vuole mandare un messaggio di speranza (infatti l’opera si apre e si chiude con la voce dei suoi bambini e dei loro amici, ndr). Dà un sense of occasion, come si dice in inglese. Voglio che quando qualcuno ascolta questo album senta quello che avviene quando si stappa una bottiglia di champagne, che abbia l’idea che sta per succedere qualcosa».

Come mai hai scelto di iniziare con la canzone “I Remember Us”?
«Un album è come un film per me e questa è la scena di apertura in cui si incontra il personaggio principale. “I Remember Us” è un riferimento ai miei album precedenti, ma anche al mio vissuto, al senso di malinconia e al bisogno di dare importanza al passato, renderlo rilevante anche in questo momento. È come in una relazione: non puoi restare fermo a ricordare i tempi migliori, devi tenerli a mente mentre vivi il presente».

“Us”, complemento oggetto di “We”, noi: avevi in mente la tua famiglia, composta da tua moglie, l’attrice Jemma Powell, e i vostri tre figli (di 10 anni, 6 anni e tre mesi)?
«Quando abbiamo affrontato la nuova realtà del lockdown, eravamo solo noi. Mi sono ritrovato a essere un “me stesso” del quale mi ero dimenticato. Per mia moglie è stato uguale. I nostri figli vedevano solo mamma e papà, quelli che siamo noi nel nostro posto, nella nostra casa, senza “divise”, senza altri ruoli. Io e mia moglie eravamo quasi tornati quei “ragazzini” di quindici anni fa, quando ci siamo incontrati».


Un altro brano che colpisce è “Secret Life”. Come si “incastra” la propria parte segreta con il resto, dal lavoro alla sfera privata?
“Credo che solo mettere le tre vite insieme ti permette di fare la tua vita vera. Per accettarsi davvero come persona, bisogna sapere che esistono certi lati di sé. Anche se a volte si fa fatica, anche non si vorrebbe che ci fossero. Ma saper vivere con tutte le combinazioni del tuo carattere ti fa stare a tuo agio. Questa canzone è un po’ “birichina”, strizza l’occhiolino. La frase “Io non dico niente se tu non dici niente” ha lasciato perplesse molte persone, tra cui quelle della mia band! Ma il brano può essere interpretato in tantissimi modi. Non è un “mea culpa”, non è una confessione, anzi. Rappresenta una persona che sta realizzando che ha una vita segreta, che si accorge che c’è anche quella parte di sé. Ma la vita segreta possiamo averla pure con chi ci ama».

Che rapporto hai con la verità?
«Credo che posso dire la verità con la musica. Per questo ne ho molto rispetto. Anche se provo a mentire, quando scrivo non riesco a farlo. Non è una decisione cosciente. Non cerco la verità, forse perché so che se voglio conoscerla basta che mi metta a suonare. Per sapere come sto vado al piano, prendo la chitarra o schiaccio play. È lo specchio dell’anima. In “Europiana” mi metto a nudo senza paura».

La foto che compare sulla copertina dell’album è uno scatto che hai realizzato a Castello Brown, a Portofino. Ce ne parli?
«
Non volevo sfruttare questo gioiello. Volevo solo essere lì, ha a che fare più con la mia nostalgia che con l’album».

La riviera ligure evoca paesaggi vacanzieri del Mediterraneo come la Costa Azzurra e le Baleari, ma è molto legata anche alle tue radici. Ci andavi spesso da bambino, lì c’era la casa dei tuoi nonni. Giusto?
«Durante la guerra, mia nonna è finita su un monte, mentre mio nonno, che era il capo dei partigiani, si era rifugiato in una caverna poco distante per dare agli inglesi il segnale su dove erano posizionati i tedeschi. I miei nonni, pur senza conoscersi ancora, hanno trascorso la guerra vicinissimi».

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