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Italianità nel mondo

La storia di Sonia, italiana a Lugano

di Manuel Epifani

La storia d’Italia è strettamente connessa alla storia delle sue migrazioni. Si stima che dal 1876 sino al 1976 (ovvero dall’anno in cui si iniziò a tenere il conto delle partenze fino all’anno in cui gli arrivi di immigrati in Italia superarono gli emigrati), il numero delle persone partite per l’estero in cerca di fortuna sia stato di almeno 27 milioni. Un esodo di dimensioni bibliche che portava i nostri connazionali, perlopiù braccianti e operai, ad affrontare perfino traversate oceaniche pur di vivere in maniera dignitosa. Con gli anni del boom economico, invece, la migrazione italiana cambiò faccia e divenne migrazione interna. Migliaia di persone dalle regioni meridionali si riversarono nelle più industriali città del nord, anche loro in cerca di una migliore condizione sociale.

Oggi, dopo la violenta crisi economica e la grande recessione degli ultimi tempi, si è ricominciato a partire oltre confine. Negli ultimi 13 anni abbiamo assistito ad un incremento esponenziale della migrazione, con oltre 2 milioni di italiani che hanno preferito abbandonare il Bel Paese. Il profilo del nuovo migrante, tuttavia, è molto diverso dal passato.

Se un tempo erano soprattutto operai, oggi lasciano il nostro paese tanti ragazzi con meno di 35 anni, molte volte con un’istruzione medio-alta, delusi dalle poco rassicuranti prospettive economiche e da una situazione sociale di stallo. E nonostante non ci siano più lunghi viaggi in nave da affrontare, le difficoltà sono ancora molte per chi decide di partire.

Noi vogliamo raccontarvi alcune di queste storie.

***

Sonia ha 29 anni, è all’estero da quando ne aveva 2; ha vissuto a Londra, a Oldenburg e ora si è fermata in Svizzera, prima a Zurigo e poi a Lugano.

“Per adesso non ho alcuna intenzione di muovermi! Tornerò a Zurigo nei prossimi mesi ma la Svizzera mi piace e dopo tanto viaggiare non vorrei muovermi da qui” confessa.

La sua storia inizia a Macomer, paese dell’entroterra sardo che non riusciva ad offrirle la sicurezza economica sperata.

“Quando ho deciso di partire, avevo appena finito la stagione estiva in un ristorante. Da noi il mercato del lavoro dura 5 mesi e poi bisogna aspettare di nuovo l’arrivo dell’estate. Non potevo permettermelo e, vista anche la difficile condizione economica della mia famiglia, presi contatto con un parente a Londra e preparai la valigia. Ero molto emozionata e allo stesso tempo spaventata. Non conoscevo una sola parola d’inglese e non avevo idea di cosa sarebbe successo”.

Ricordi qual è stata la prima cosa che ti ha colpito una volta arrivata in Inghilterra?

“Potrà sembrare strano, ma rimasi completamente affascinata dalle luci. È un’immagine che continuo a portarmi dietro con affetto, perché mi ricorda quel periodo di difficile integrazione in una realtà completamente diversa. Non avevo mai visto una tale illuminazione e soprattutto non mi era mai capitato di non riuscire a vedere le stelle. Londra è una città sempre viva e la notte non fa eccezione”.

Hai detto “di difficile integrazione”. Come mai?

“Intanto per la lingua. Non conoscendo bene l’inglese non riuscivo a comunicare con nessuno, se non con altri italiani. Il primo periodo mi esprimevo a gesti e non è stato per niente piacevole. Una notte, ad esempio, stavo tornando a casa in metro ma non avevo notato che si avvicinava l’orario di chiusura. Riuscii ad arrivare solo a metà strada e poi fui costretta a scendere. Immediatamente mi resi conto che ero completamente sola e quei pochi che incontravo non mi capivano. Fortunatamente dopo un po’ incontrai un ragazzo che mi aiutò a chiamare un taxi. Ricordo che provai tanta paura. Ero da sola, alle due di notte, in una città che conoscevo da appena un mese e senza riuscire a comunicare”.

Ma sei comunque riuscita a trovare subito lavoro?

“In meno di due settimane. L’Inghilterra contava molto sulla manodopera straniera e questo ha favorito la ricerca. Inizialmente trovai lavoro nel volantinaggio e poi in un bar italiano. Non era granché e neanche lo stipendio. Ero sottopagata e i ritmi erano davvero stressanti, ma almeno lavoravo. Non dovevo chiedere nulla a mia madre e potevo permettermi comunque una stanza, anche se la casa era molto vecchia e convivevo con altre 8 persone. Non proprio il sogno di ogni ragazza di 21 anni, ma andava bene così”.

Avevi nostalgia della Sardegna?

“Sì. Più che altro avevo una grande nostalgia dei miei amici e dei miei parenti. Poi mi mancava quella tranquillità che contraddistingue le giornate italiane. Londra invece è davvero molto veloce e caotica! C’è sempre un’enorme quantità di gente di corsa che scappa da un posto all’altro. In Inghilterra stavo iniziando a guadagnare ma mi sentivo sola. Credo che sia normale e che ogni ragazzo all’estero come me abbia provato le stesse emozioni. Poi, ci si abitua alla lontananza e la malinconia va a scemare, ma la propria terra resterà sempre nel cuore”.

Oggi chi è Sonia?

“Ora vivo in Svizzera da 3 anni dove ho trovato lavoro come babysitter. Sto studiando per finire il liceo, cosa che non ero riuscita a fare in Italia, e ho imparato a parlare in inglese ed in tedesco. La mia vita è molto cambiata rispetto a 7 anni fa e ora sono molto più felice. Sono riuscita ad integrarmi in ogni posto in cui ho vissuto e avere a che fare con culture diverse dalla mia mi ha migliorato tanto come persona. Vivere all’estero vuol dire mettersi in discussione e rivalutare tutte le proprie convinzioni. Dopo un iniziale periodo di smarrimento e di difficoltà, regala tante gioie ed emozioni”.

 

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