La voce degli italiani all’estero va ascoltata. L’intervista a Toni Ricciardi, candidato per le elezioni politiche del 25 settembre | Corriere dell'Italianità

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La voce degli italiani all’estero va ascoltata. L’intervista a Toni Ricciardi, candidato per le elezioni politiche del 25 settembre

Toni Ricciardi è storico delle migrazioni presso l’Università di Ginevra. Codirettore della collana «Gegenwart und Geschichte/Présent et Histoire», componente del Comitato scientifico del Rapporto Italiani nel Mondo della Fondazione Migrantes, membro del Comitato editoriale di «Studi emigrazione» e «Altreitalie». È candidato alla Camera per il Partito Democratico per la ripartizione Europa nelle elezioni che si terranno il 25 settembre. Lo abbiamo intervistato. Ecco il suo punto di vista.

Lei si candida per la Camera dei deputati con una legge elettorale che ha falciato i numeri di coloro che saranno eletti in Parlamento. Cosa significa per gli italiani all’estero e per chi sarà candidato?

“Per me è una grande responsabilità, ovvero quella di dover rappresentare un numero crescente di persone, oltre tre milioni, in un territorio vastissimo. Questo taglio produce una difficoltà ulteriore alla rappresentanza e, quindi, agli interessi degli italiani all’estero. Leggo di proposte di partiti che vorrebbero addirittura cancellarlo, o peggio, di coloro che sedevano in parlamento che non hanno mosso un dito per preservare la rappresentanza di noi all’estero”.

È chiaro che più che un problema di rappresentatività e rappresentanza ormai si tratta di dare voce agli italiani all’estero. Voce sempre più flebile. Lei, se eletto, dovrà rappresentare una circoscrizione enorme. Che tipo di voce sarà la sua, come intende aiutare i connazionali all’estero?

“Come sempre nella vita, la capacità di incidere nei processi è data dalle persone e non dalla quantità di persone. In passato, la Svizzera ha espresso una classe di parlamentari di primo piano che hanno tutelato gli interessi di vaste comunità. Riuscire a fare la metà di quanto hanno fatto loro sarebbe un gran risultato. La presenza costante nei luoghi è imprescindibile. La presenza deve essere fatta di ascolto, non puoi esercitare la funzione solo attraverso comunicati stampa. Si deve stare in mezzo alla strada per capire la strada, non si può solo teorizzarla seduto su uno scranno a Roma”.

Lei è uno storico delle migrazioni, ma i problemi dei nostri connazionali sono di natura pratica e riguardano molto spesso sia l’adattamento nei posti in cui vivono, sia i rapporti con il nostro Paese. Cosa prevede il suo programma? In cosa si differenzia il suo programma da quello dei suoi avversari?

“Direi dalla praticità. Sono uno storico, ma ho alle spalle 10 anni da amministratore locale e una esperienza politica di quasi trent’anni, ho iniziato giovanissimo. I punti chiave sono otto, in primis Imu e fisco. Non è proclamando l’esenzione che si risolve il problema, ma equiparando la prima casa di iscrizione Aire con quella dei cittadini residenti in Italia. È possibile, non crea difficoltà di procedure europee e finalmente si è tutti uguali. Tari calcolata su 90 giorni, periodo di permanenza media di chi lavora all’estero definita in un tavolo di concertazione con l’Anci (l’Associazione nazionale comuni italiani). E mobilità ambientale, che significa: se sai fare innovazione, start-up in Europa, devi essere in grado di poterla fare anche in Italia e soprattutto nelle aree del margine, come prevede il Pnrr. E ancora, professioni. Se sai fare una puntura a Palermo devi essere messo nelle condizioni di poterla fare, subito e senza declassamento professionale, anche a Bellinzona. E altro ancora, fino alla questione delle risorse economiche. Se siamo la 21ª regione e pesiamo il 10% sulla popolazione italiana, ci spettano le risorse proporzionate. Io propongo il 5% fisso su ogni manovra finanziaria, che significa ribaltare completamente la logica odierna. Programmo, ottengo. Se facessimo l’esempio di 30 miliardi di manovra finanziaria, quello che spetterebbe all’estero sarebbe pari a 1,5 miliardi. Capirà che parliamo di cifre ben più consistenti rispetto a oggi, ma serve metodo e criterio operativo”.

Lei sarà a conoscenza della non sempre efficiente rete consolare. Crede concretamente di poter iniziare un dialogo con il Ministero che porti al potenziamento del personale presso Ambasciate e Consolati? Crede che i servizi offerti possano aumentare? Se sì, quali?

“Anche qui la soluzione, a costo zero, è a portata di mano. Serve utilizzare lo stesso sistema delle acquisizioni di cittadinanza. Queste producono un introito per lo Stato e per le casse dei consolati. Se adottassimo la stessa procedura, ad esempio per i passaporti, renderemmo il sistema molto più efficiente. Più passaporti rinnovi, più risorse ricevi, più riesci a migliorare i servizi”.

Lei è stato candidato come capolista per la Camera dal PD. Perché lei?

“Perché sono stato indicato da altri paesi come capolista e perché ho l’onore di guidare la federazione del partito più grande e radicata all’estero. Per questo mi corre l’obbligo di ringraziare le tante persone che mi hanno sostenuto in tal senso. E ancora, forse credo, si è voluto compensare quanto accaduto cinque anni fa, ma questa è un’altra storia”.

Le elezioni dei Comites hanno dimostrato che lo scollamento tra la politica e la società civile è sempre più profondo. Crede che sia una tendenza reversibile? È davvero possibile interpretare i bisogni di una comunità così vasta come la circoscrizione estero anche in assenza di partecipazione?

“Alle elezioni per i Comites sulla partecipazione ha inciso notevolmente la procedura della preiscrizione, che fortunatamente non è prevista per le politiche. Indubbiamente, abbiamo una difficoltà nel raggiungere capillarmente le persone. Ci sarà tanto lavoro da fare, soprattutto perché progressivamente si sta affievolendo la spinta di quel mondo associativo che è stato la colonna portante dell’emigrazione italiana, in particolare in Svizzera. Per quanto riguarda la capacità di rappresentanza, ognuno dei candidati e delle candidate si presenta per ciò che è, per quello che fa nella vita, per il proprio percorso personale. Personalmente ritengo di aver raggiunto l’età della concretezza, ho ancora ed avrò sempre da imparare, ma diciamo che ho fatto molta gavetta in tal senso”.

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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