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Cultura

Oltre il vetro

Qualche riflessione sul trend delle mostre virtuali nei musei e non solo

di Paola Quattrucci

Percorsi immersivi nell’arte dove il visitatore, attraverso un processo di digitalizzazione e proiezione di immagini su pareti di musei e di altri luoghi espositivi, si trova al centro di una spettacolarizzazione dell’estetica in cui le distanze con l’opera d’arte si annullano. Parliamo di mostre virtuali, un fenomeno culturale in continua crescita che riscuote ovunque ampi consensi da parte dei pubblici.

Così anche il Louvre, per la prima volta, in occasione della celebrazione dei 500 anni dalla scomparsa di Leonardo Da Vinci, il 24 ottobre ha lanciato “Beyond the Glass”, un progetto di realtà virtuale visitabile fino al 24 febbraio per conoscere in dettaglio la Gioconda e le sue trasformazioni nel tempo. Monna Lisa dunque raddoppia: una nella Salle des États incastonata nella sua staticità iconografica che continua a suscitare un reverendo distacco, l’altra nella Napoleon Hall che svela ai visitatori tutti i suoi segreti. In Provenza, nelle ex cave della Val d’Enfer fino al 5 gennaio Van Gogh, la nuit etoilèe  è la mostra che si dipana su una superficie di proiezione di 7.000 mq e 14 metri di altezza.

Questo delle Carriere des Lumieres è uno spazio che utilizza lo stesso impianto di videoproiezione e le medesime risorse per più mostre immersive temporanee, in una logica di saturazione della capacità produttiva. Infatti, oltre al forte coinvolgimento emotivo e sensoriale, sono proprio la replicabilità e la versatilità di questo format a determinarne il successo. Van Gogh Experience e Inside Magritte ne sono due esempi: il primo, il format australiano di Grande Exhibitions, per le sue edizioni numerose in tutto il mondo e, per la prima volta in Svizzera, da novembre fino al 19 gennaio al Centro Esposizioni di Lugano; il secondo, partito dalla Fabbrica del Vapore a Milano, uno spazio convertito in un centro culturale, è ora riproposto fino al 1 marzo nella Cattedrale dell’Immagine a Santo Stefano al Ponte a Firenze.

E se è chiaro come le mostre virtuali siano diventate un nuovo modello di business che incrementa il ticketing e attira nuovi target di visitatori, la riflessione si gioca tutta in termini estetici. Possono queste proposte artistiche cambiare la divulgazione dell’arte e il modo di comunicarla? Possono soppiantare l’opera d’arte privilegiando un contesto virtuale dalle forti implicazioni emotive che allontani dalla reale percezione di un antecedente artistico che richiamano tanto da poter cambiare il concetto stesso di opera d’arte? E queste rievocazioni sono indagini estetiche che potenziano la conoscenza dell’arte, la distorcono, la arricchiscono o sono paragonabili a nuove forme d’arte che si alimentano di artisti e correnti del passato? Rappresentano forse delle opportunità che rendono più accessibile l’arte? Infine, in quanto moduli formattati che si adattano a più spazi espositivi, possono condizionare la politica dei musei e se sì a che punto se rischiano di diventare offerte non complementari ma concorrenziali?

Abbiamo incontrato Guido Comis che è stato curatore al Museo d’Arte di Lugano e successivamente al Museo d’Arte della Svizzera Italiana e ora direttore in Italia di Villa Manin di Passariano e del Magazzino delle idee di Trieste che così si esprime a riguardo: “Queste nuove forme di presentazione delle opere sono sicuramente delle opportunità di approfondimento dell’arte, di divulgazione culturale e di avvicinamento di un pubblico più ampio alle opere tradizionali e si presentano come sperimentazioni interessanti. Il rischio che però avverto dalla mia personale esperienza è che, andando incontro all’esigenza, oggi sempre più presente, da parte del visitatore, di un maggiore coinvolgimento emotivo nelle esposizioni, possano atrofizzare quella disponibilità ad entrare in comunicazione con una forma espressiva che presuppone un lavoro e un tentativo di avvicinamento in favore invece di allestimenti che negoziano e mettono in discussione le caratteristiche dell’opera o le “ammorbidiscono” per il pubblico. Mi sembra che sia molto attuale questa tendenza di partire dal presupposto che l’opera tradizionale o l’oggetto non abbiano più una forza evocativa e che per questo sia necessario ricorrere a nuove forme espressive. Sia chiaro, non demonizzo lo strumento ma dico solo di non far passare in secondo piano le opere originali a favore di forme di pre-digestione della cultura. Le immagino quindi essere non sostitutive ma accessorie alle mostre tradizionali dove le opere sono ancora presenti e non come forme di esposizione alternativa perchè mi sembra che in questo modo tradiscano anche lo spirito dell’artista. Poi, per questo tipo di percorsi espositivi sono necessari ambienti grandi adatti alle proiezioni quindi spazi diversi rispetto a quelli tradizionali così come non servono le tutele di sicurezza né le risorse economiche per movimentare e ospitare opere per cui certamente possono diventare un’offerta alternativa a quella dei musei e concorrenziale anche in un’ottica commerciale. “

 

 

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Paola Quattrucci

Laureata in lettere classiche si è diplomata attore al C.U.T di Perugia dove ha co-fondato il centro di Biomeccanica Teatrale occupandosi di ricerca in antropologia del teatro e di drammaturgia. E’ st ... Vedi profilo completo

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