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Ricchezza e felicità: a volte ci inganniamo

Agli uomini accade di essere felici: “la felicità è perciò un fatto, più precisamente un sentimento, uno stato della mente. Gli uomini sanno che cos’è la felicità e non tanto perché ne possiedono il concetto, ma perché ne sperimentano la condizione: essi infatti non ignorano quel che sentono quando si sentono felici”. Così scrive il filosofo Natoli nel suo libro La felicità edito da Feltrinelli nel 2003.

L’esperienza della felicità appartiente al vissuto di tutti, anche se fugace o legata ad un evento unico: per chi l’ha conosciuta essa si configura e si radica nella memoria come una totalità affettiva dell’essere nel mondo, una modalità di stare al mondo che non puô essere dimenticata perché la coscienza mantiene in sé quel che trapassa. Per i soggetti umani nulla muore definitivamente poiché il tempo non è in grado di abolire le esperienze vissute.

Adorno, in Minima moralia, scrive: “È per la felicità come per la verità, non la si ha ma ci si é. Felicità non è che l’essere circondati, l’esser dentro, come un tempo nel grembo materno”.

Nelle rappresentazioni storiche felici che Natoli ripercorre nel suo saggio, l’idea di felicità, da sempre, si configura come “uno stato di non mancanza che si percepisce come ricchezza in forza del suo non abbisognare e per questo la ricchezza è divenuta una metafora ineliminabile della felicità”.

La felicità è quindi inconcepibile se non vi è ricchezza. Tuttavia chi possiede è anche limitato nella sua capacità di espandersi proprio da quel che possiede, ed allora è forse più opportuno dire che non è felice chi è ricco ma che la ricchezza risiede essenzialmente nel sentirsi felici in qualunque modo a ciò si pervenga. Si è veramente ricchi, infatti, non tanto per quel che si ha, ma per il fatto che nel nostro essere ci si è sempre più emancipati dal dove dispendere, nel senso come insegnavano stoici ed epicurei, che può disporre delle cose solo chi può disporre liberamente di sé.

In altre parole una persona felice è una persona libera, sia dall’indigenza che dall’eccesso.

In questi giorni è stata resa nota la classifica dei personaggi più ricchi del pianeta e undici miliardari di questa classifica vivono in Svizzera, chissà se tutte queste persone oltre a essere ricche sono anche felici?

Giovanni Reale, filosofo e studioso del pensiero antico scriveva: “La mentalità tecnologico-parassistica ha identificato la felicità con il benessere materiale. Per essere esatti, questa equazione, data per scontata fino a poco tempo fa, sta già invecchiando. E, almeno in certa misura, è caduta in crisi. Non perché s’intenda rinunciare al benessere materiale, ma perché l’uomo, dopo averlo ormai largamente sperimentato, ha scoperto che esso non produce affatto quella “felicità” che ci si attendeva, ma produce in certi casi addirittura “infelicità”. La tecnica ha messo a nostra disposizione una quantità di cose e di “beni” materiali che, nella sua storia, non solo l’uomo non ha mai avuto, ma anche non ha mai neppure supposto di avere. Eppure oggi l’uomo si sente più che mai insoddisfatto. Che cosa è successo? È successo che l’abbondanza di beni materiali, anziché riempirlo, lo ha spiritualmente svuotato, giacché ne ha minato la consistenza e lo spessore umano.”

Eudaimonia è il termine con cui gli antichi Greci chiamavano la felicità, il sommo bene. Usata per la prima volta da Esiodo per indicare una vita “felice e fortunata”, il termine è l’unione di due parole: eu (buono) e daimon (demone).

Il termine daimon non va confuso con l’idea di essere demoniaco che ha acquistato con l’avvento del Cristianesimo.

Nell tradizione greca il vocabolo stava a indicare la nostra parte spirituale, ciò che di divino è nell’uomo, l’anima collegata alle radici profonde del nostro essere.

Per vivere felici bisognava nascere con un “buon demone” e quindi essere fortunati.

Ma questa visione fatalista, che lasciava poco spazio all’agire degli uomini, fu radicalmente cambiata da Democrito 460 a.C., il primo a sostenere che una vita felice non dipendeva solo dalla buona sorte e poi da Socrate il cui pensiero influenzò le idee di tutti i filosofi.

La felicità eudaimonica non è, dunque, ottenibile attraverso una reazione chimica (psicofarmaci), né qualcosa che accade pe magia dell’uomo, come sembra suggerire il termine inglese happiness (happen, accadere).

L’eudaimonia è un continuo e costante percorso di ricerca e di azione finalizzato alla fioritura virtuosa di se stessi.

Come dice Aristotele, ogni essere umano di ogni tempo, cultura, condizione sociale, economica, ecc., è accomunato agli altri uomini dal medesimo desiderio: il desiderio di essere felici. Nessuno di noi agisce per essere infelice.

Se c’é una convergenza sul desiderio vi è una divergenza nel modo di conseguire la felicità. A volte ci inganniamo.

 

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