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Serve una nuova legge che leghi economia e diritti umani

Mentre le violazioni dei diritti umani si moltiplicano, come mostra l’esempio della Cina e del Myanmar, la Svizzera non dispone delle basi legali che le permettono di adottare rapidamente misure economiche mirate.

di Isolda Agazzi, Alliance Sud

In foto: Berna (Svizzera). 10 dicembre 2020. La popolazione della regione autonoma uigura dello Xinjiang protesta contro le violazioni dei diritti umani del governo cinese.

Le prove dell’esistenza dei campi d’internamento degli Uiguri nello Xinjiang e del lavoro forzato che vi è praticato si accumulano da tre anni. Non potendo più negare l’evidenza, i Paesi occidentali reagiscono: in aprile, l’Union europea (UE) ha imposto sanzioni contro personalità cinesi e una società di Stato. La Norvegia, che, come la Svizzera, è membro dell’Associazione europea di libero scambio (AELS), si è aggregata a queste sanzioni.

Il 12 gennaio, andando oltre, la Gran-Bretagna ha adottato nuove regole che vietano l’importazione di prodotti sospettati di essere frutto del lavoro forzato nello Xinjiang. Il Canada lo stesso giorno ha annunciato un limite alle importazioni in provenienza dallo Xinjiang. In catene di valore sempre più lunghe, dove un prodotto non è più fabbricato dalla A alla Z in un posto solo ma risulta dall’assemblaggio di componenti fabbricati ai quattro angoli del mondo, è diventato molto difficile – per non dire impossibile – provare che tale pezzo derivi dal lavoro forzato. Da qui l’approccio adottato dall’UE, che consiste nell’attenersi a dubbi fondati.

Tracciabilità senza falla impossibile

Gli Stati Uniti si spingono ancora oltre: con lo «Uyghur Human Rights Policy Act» e «l’Uyghur Forced Labour Prevention Act», il Congresso americano ha vietato né più né meno l’importazione di prodotti fabbricati nello Xinjiang. Di fronte all’evidenza delle violazioni massive dei diritti umani, incombe alle imprese americane e altre l’onere di provare che i prodotti importati negli Stati Uniti non provengono dal lavoro forzato.

La Svizzera si attiene ad un approccio molto conservatore e fa esattamente il contrario: rifiutando la mozione del Consigliere agli Stati Carlo Sommaruga, che chiedeva di vietare l’importazione di merci provenienti dal lavoro forzato nello Xinjiang, il Consiglio federale ha evocato la difficoltà della tracciabilità: “non potendo verificare le condizioni di produzione all’estero, l’Amministrazione federale non è in grado di garantire il rispetto del divieto del lavoro forzato. Non dispone infatti dei mezzi e delle possibilità per assicurare la tracciabilità di ogni singolo prodotto importato e dei suoi componenti.”

Assenza di basi legali invocata dalla Svizzera

Gli esempi dati sopra mostrano che se si vuole, si può. E la Svizzera non vuole. Non ha la volontà politica di allineare i suoi interessi economici al rispetto dei diritti umani, anche nel caso di violazioni flagranti come quelle di cui sono vittime gli Uiguri, violazioni che sempre più giuristi e parlamenti del mondo non esitano più a qualificare come una forma di genocidio.

L’unica azione concreta intrapresa dal Consiglio federale è l’organizzazione di una tavola rotonda con i rappresentanti dell’industria tessile attiva nello Xinjiang “per informarli della situazione” e si appresta a fare altrettanto con l’industria dei macchinari. Per Alliance Sud, Public Eye e la Società per i popoli minacciati – che si sono riunite nella Piattaforma Cina durante i negoziati dell’accordo di libero scambio e l’hanno rilanciata dopo la scoperta dei campi degli Uiguri – non basta. Neanche per l’ONU, che alla fine di marzo, ha scritto alla Svizzera e a 12 altri Paesi per ricordargli “l’obbligo di assicurare che le imprese domiciliate sul suo territorio o la sua giurisdizione rispettino i diritti umani in tutte le loro operazioni”. Un privilegio di cui il nostro paese avrebbe fatto probabilmente a meno.

Il motivo avanzato dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO) per non fare di più è l’assenza di basi legali. Il Consiglio federale si limita a ripetere che si aspetta dalle sue aziende che facciano prova di diligenza ragionevole, ma si rifiuta ad andare oltre.

Un quadro che rinvia alle leggi esistenti e le completa

Nel caso del Myanmar, dove il colpo di Stato perpetrato dai militari il 1° febbraio ha già fatto più di 800 morti ma gli interessi economici sono minori, le cose vanno un po’ meglio. Allineandosi con l’UE e gli Stati Uniti, la Svizzera ha adottato sanzioni contro 11 esponenti dell’esercito e contro i due conglomerati da esso controllati: il MEC (Myanmar Economic Corporation), attivo soprattutto nell’estrazione miniera, la manifattura e le telecomunicazioni, e il MEHL (Myanmar Economic Holdings Limited), presente soprattutto nel settore bancario, la costruzione, l’estrazione miniera, l’agricoltura, il tabacco e l’agro-alimentare.

A fronte di queste inazioni o azioni a geometria variabile, che fare? La Piattaforma Cina ha commissionato uno studio al Professor emerito Thomas Cottier, specialista di diritto del commercio internazionale: egli propone che la Svizzera si doti di una nuova legge sull’economia esterna, la quale leghi economia e diritti umani. Attualmente si applica la Legge federale sulle misure economiche esterne del 1982, ma questa legge contiene soprattutto disposizioni procedurali tecniche, si limita alla protezione dell’economia svizzera e non fornisce alcun orientamento di fondo per l’elaborazione delle politiche.

«Una nuova legge sull’economia esterna sarà un quadro che rinvia alle leggi esistenti, che devono essere adattate e sviluppate di conseguenza. Ciò vale soprattutto per la Legge sugli embarghi, che oggi autorizza misure solo in caso di decisione dell’ONU o di sanzioni prese dai principali partner commerciali, cioè l’UE e gli Stati Uniti. La Svizzera non dispone ancora di una base legale per sanzioni economiche indipendenti contro le violazioni dei diritti umani. La misura in cui altre leggi lo permetterebbero dovrebbe essere esaminata in dettaglio”, dichiara Cottier.

Ma quale sarebbe il valore aggiunto della nuova legge rispetto a quelle già in vigore? “In Svizzera, delle basi legali permettono già di prendere misure repressive in caso di violazione dei diritti umani e di atti criminali di corruzione: c’è per esempio la Legge sugli embarghi, la Legge sul controllo dei beni, la Legge sul materiale bellico, la Legge sull’assistenza internazionale in materia penale, la Legge sui valori patrimoniali di provenienza illecita e il Codice penale. Ma l’insieme del diritto dell’economia esterna dovrà essere incluso nella nuova legge, compreso il diritto doganale, e soprattutto la Legge sulle preferenze tariffarie per i Paesi in via di sviluppo, che non comporta attualmente alcuna condizionalità. L’amministrazione dovrà fare un’analisi per vedere che cosa esiste già e che cosa manca o può essere completato.”

Ciò per assicurare finalmente la coerenza e trasparenza della politica economica estera della Svizzera e permettere di dare risposte appropriate a violazioni dei diritti umani scandalose, a prescindere dagli interessi economici in gioco.

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