Dall’Italia in Ticino, i migranti durante la guerra di liberazione

di Edoardo Pivoni

Nel mio saggio “L’epurazione dei fascisti in Italia nel secondo dopoguerra” (Edizioni Parallelo45) del 2018, ho brevemente affrontato anche il ruolo che ebbe la Svizzera nel fascismo italiano nei momenti più centrali della Campagna d’Italia e della guerra civile del 1943-45. Fin dal 1921, il nazionalismo italiano aveva sempre visto nel Ticino “imbastardito e tedeschizzato” un cuneo minaccioso puntato su Milano, un avamposto “germanico” sul suolo lombardo.

Nel Ventennio la Svizzera fu tra i Paesi più investiti dall’influenza del Duce

Bisogna dire che la componente nazionale del regime fascista era chiaramente la più importante, ma spesso ci si dimentica che durante il Ventennio, per via della vicinanza all’Italia e della forte presenza italiana, la Svizzera – e in particolar modo il Ticino – fu uno dei Paesi più investiti dall’influenza del Duce, quel Duce che ci visse da esule politico nel primo anteguerra e tentò invano di ritornarvici dopo il crollo rovinoso del suo sogno “augusteo” alla fine del secondo conflitto.

Proprio durante la Seconda Guerra Mondiale, la neutrale Svizzera confermò il suo tradizionale ruolo di terra d’asilo di perseguitati politici d’ogni Paese e fede. Dei 295mila rifugiati che oltrepassarono i suoi confini, circa 40mila persone entrarono dall’Italia, soprattutto dopo l’arresto di Mussolini del 25 luglio e l’armistizio dell’8 settembre 1943, fino poi all’aprile 1945. Si trattò di una vera e propria “ondata” di fuggiaschi: militari, civili, prigionieri evasi, ebrei, antifascisti di vecchia data, antifascisti dell’ultim’ora, aristocratici e fascisti veri e propri.

Furono circa 40mila le persone che entrarono dall’Italia in Svizzera durante la Seconda Guerra Mondiale

Esemplificativo il ruolo svizzero nella vicenda della Zona Libera dell’Ossola dal 10 settembre al 23 ottobre 1944, nota poi come Repubblica partigiana dell’Ossola, liberata insieme alla città di Domodossola. Si tratta dell’esempio più avanzato di territorio liberato autonomamente dagli italiani e governato democraticamente dopo vent’anni di regime fascista, la cui giunta era guidata da Ettore Tibaldi, primario dell’ospedale di Domodossola e socialista di Pavia, che era stato “confinato” dal fascismo in Val d’Ossola. La Zona durò solo quaranta giorni, ma fu importante, perché – tra l’altro – dimostrò agli Alleati che gli italiani potevano tornare alla democrazia, nonostante le profonde differenze politiche. Era al confine con la Svizzera e quindi aveva rapporti “internazionali”, una via d’uscita per i profughi e la possibilità di commerciare; inoltre a Lugano c’erano i delegati dei servizi segreti alleati. La difesa dell’Ossola durò undici giorni; poi le formazioni partigiane tornarono alla guerriglia (ritirandosi nelle alte valli) o espatriarono in Svizzera. Furono poi 18mila gli ossolani che si rifugiarono nella Confederazione Elvetica, poiché temevano la rappresaglia nazifascista o perché avevano condiviso fino in fondo l’esperienza della Zona Libera. I più espatriarono in treno e trovarono un’accoglienza molto umana da parte degli svizzeri.

Luigi Einaudi, Altiero Spinelli, Stefano Jacini e Umberto Terracini furono accolti in Svizzera. Ma qui giunsero anche personaggi pesantemente compromessi.

Arrivarono anche gli esuli del Comitato di Liberazione Nazionale, il liberale Luigi Einaudi, l’azionista Altiero Spinelli, il cattolico Stefano Jacini e il comunista Umberto Terracini. C’erano anche esponenti prestigiosi della famiglia reale italiana, a cominciare dalla principessa Maria José di Sassonia-Coburgo-Gotha (che fece trasportare armi e rifornimenti per i partigiani piemontesi), consorte dell’erede al trono Umberto di Savoia (nell’Italia liberata), con i loro figli Vittorio Emanuele, Maria Pia, Maria Gabriella e Maria Beatrice, affiancati dalla contessa Calvi di Bergolo, dal conte Vittorio Emanuele di Torino, il duca Filiberto di Pistoia e altri.

Fu però la comparsa in scena di personaggi pesantemente compromessi come, ad esempio, Edda Mussolini-Ciano, l’ex ministro della Cultura Popolare Dino Alfieri, l’ex consigliere e deputato fascista Oreste Bonomi e l’ex governatore militare della Dalmazia Giuseppe Bastianini, a suscitare grandi perplessità nella patria di Guglielmo Tell, il cui governo oppose il superiore principio dell’invulnerabilità del diritto d’asilo. Di questo diritto riuscirono ampiamente ad usufruire anche industriali e finanzieri italiani, ventennali apologeti del fascismo, e poi frenetici procacciatori di “patenti d’antifascismo”.

Sulla stampa elvetica fiorirono i racconti della spensierata vita nel “bosco dorato” di questi profughi di lusso, miscuglio di alta finanza, politica ex fascista, esponenti blasonati della corte sabauda, in cui, accanto ai dirigenti industriali Marinotti, Volpi, Puricelli, e Rossini, comparvero Enrico Marone Cinzano, la principessa Boncompagni, il marchese Pucci, Marcello Diaz, Virginia Agnelli, e perfino Alberto Mondadori, le cui fortune della casa editrice erano dovute anche al fascismo, ma a cui non mancarono i titoli di perseguitato, avendo aiutato “funzionari e amici di razza ebraica”. Altri giornali, come l’elvetico Libera Stampa, stigmatizzarono l’evidente solidarietà ottenuta da certi “profughi” in vari ambienti della Confederazione, e il risentimento per l’ospitalità concessa a così grossi complici della dittatura italiana provocò vivaci proteste popolari in varie città svizzere.

 

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