Cultura e Salute per un modello integrato di welfare | Corriere dell'Italianità

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Cultura e Salute per un modello integrato di welfare

La cultura come fattore rigenerante e leva strategica per promuovere il benessere degli individui e delle comunità rappresenta un tema di grande attualità. Una recente ricerca dell’OMS – Organizzazione Mondiale della Sanità “What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being?” contenuta nell’Health Evidence Network Synthesis Report 67 pubblicato nel novembre del 2019, mappando oltre 3.000 studi dalla letteratura accademica globale in inglese e in russo degli ultimi venti anni, analizza il nesso tra arti e salute e sottolinea come le “attività artistiche, grazie alla loro natura complessa e multimodale, siano capaci di combinare più componenti diverse, tutte note per essere salutari”. Innovazione e creatività convergono quindi nella ricerca medica per generare percorsi ibridi di cura efficaci e più umanizzati. Queste operazioni di innesto, in continua crescita e definite “buone pratiche”, acquistano tutte, nella loro specificità, un nuovo status e una legittimazione anche in termini sociali ed economici per cui i loro impatti sono misurati con indicatori di diversa natura. Tale riconoscimento empirico ed oggettivo ad esperienze artistiche partecipate e condivise in contesti medicali, profilate su differenti realtà culturali e con ripercussioni benefiche in tutti gli ambiti, ci spinge a considerare modelli nuovi di welfare più integrati e olistici.

Come mettere a sistema pratiche artistiche negli ospedali e nei luoghi di cura che generano benessere e nuove competenze: Catterina Seia ci parla di welfare culturale e ricorda il Maestro Ezio Bosso amico e compagno di percorso come un grande esempio di antifragilità.

Catterina Seia

Per comprendere meglio la portata di queste affermazioni, ci siamo rivolti a un’esperta di innovazione sociale attraverso la cultura, Catterina Seia, Co-founder e Vice Presidente Fondazione Medicina a Misura di Donna per la quale dirige la piattaforma “Art, health and social change”, ideatrice del Cultural Welfare Center (CCW) e in Svizzera membro dell’Advisory board della Fondazione IBSA per la ricerca scientifica promotrice del progetto “Cultura e Salute. Alleanza per un futuro sostenibile” insieme alla Divisione Cultura della Città di Lugano.

Oltre al rapporto dell’OMS sul ruolo delle arti nel miglioramento della salute e del benessere, quali i segnali nel campo della ricerca medica di un’apertura a una visione sistemica che rifletta su un nuovo concetto di salute?

La nozione di Salute che è alla base della review da lei citata è in linea con quanto affermato da OMS nel suo stesso atto costitutivo del 1948. Non solo presenza o assenza di malattia, ma benessere delle persone. Una visione che supera l’approccio dominante biomedicale di lotta alle patologie, abbracciando la dimensione biopsicosociale teorizzata dallo psichiatra statunitense George Engel nel 1977. La Salute è l’esito dell’interdipendenza complessa di più variabili, di un insieme di risorse che ogni individuo può sviluppare, grazie a contesti favorevoli. Tiene conto dell’importanza della componente esperienziale, della qualità della vita che negli stessi anni, un altro studioso, il sociologo Aaron Antonovsky aveva teorizzato con la salutogenesi, un approccio che guarda alle cause e ai fattori che creano le condizioni di benessere. La ricerca OMS fa infatti parte di un più ampio programma denominato “Salute in tutte le politiche”, volto a mobilitare la responsabilità di ogni politica nel miglioramento della qualità della vita delle persone e delle comunità.

La Cultura, direttamente connessa allo sviluppo umano è per definizione una risorsa. Lo sappiamo fin dalle origini della medicina, dai campus terapeutici di Ippocrate agli ospedali rinascimentali, ma oggi lo attesta un corpo consolidato di evidenze scientifiche. OMS ha dedicato questo anno molto sfidante alla figura di Florence Nightingale, madre della moderna infermieristica a 200 anni dalla sua nascita. Florence, tra le innumerevoli innovazioni, portava bellezza nei luoghi di cura, ovunque, anche negli ospedali da campo. Gesti considerati fancies, accessori rispetto alla scienza dura ma che, come lei stessa affermava, pur non conoscendone le ragioni, funzionavano e miglioravano il recupero postoperatorio. Oggi abbiamo elementi di conoscenza in più. Le neuroscienze, supportate dall’innovazione tecnologica – pensiamo alla risonanza magnetica funzionale – ci stanno svelando alcuni meccanismi di funzionamento del nostro cervello. I neuroni a specchio, una scoperta frutto del lavoro d’equipe di Parma diretta da Giacomo Rizzolatti e Vittorio Gallese, ci aiutano a comprendere l’effetto dell’esperienza estetica. Esemplificando agli estremi, quando guardiamo il quadro di Caravaggio, il “Ragazzo morso da un ramarro”, il nostro cervello reagisce come se fossimo in campo. Assistendo a un’attività performativa i nostri neuroni danzano con chi danza. Scienze recenti segno di uno straordinario progresso. Solo nel 1999 il neurobiologo Semir Zeki ha dato vita alla neuroestetica. Pensiamo all’evoluzione della biogenetica. L’epigenetica ci indica come, a sequenza data di DNA, faccia da contraltare un cambiamento possibile nel comportamento dei geni in relazione agli stimoli che riceviamo dai nostri stili di vita. La psiconeuroendocrinoimmunologia PNEI ci evidenzia che tutti i sistemi dell’organismo sono tra loro connessi, che l’increzione ormonale è risposta a stati emotivi, frutto di esperienze e condizioni di vita e che a sua volta impatta sul sistema immunitario.

La stessa OMS va nella direzione della psicologia positiva, che pone al centro le potenziali degli individui, piuttosto che le loro carenze. Con le Life skills, dal 1994, indica le competenze e le abilità socio-emotive fondamentali di ogni individuo per mettersi in relazione con gli altri, per affrontare i problemi, reggere le pressioni della quotidianità.

Determinanti per la Salute che convergono con il pensiero di filosofi e di economisti come Amartya Sen e Martha Nussbaum, con i loro concetti di capacitazione ed empowerment, di sviluppo delle competenze individuali, esse stesse fonte di benessere. Tutto è connesso.

La letteratura scientifica dimostra chiaramente come le arti, espressione del nostro essere umani, siano uno strumento per promuovere Salute, prevenire le patologie, migliorare la qualità di vita e l’efficacia delle terapie. La musica, ad esempio, è tra i linguaggi e pratiche che più hanno dimostrato la loro efficacia. Lo vediamo ad esempio nei percorsi di cura e gestione di patologie come HIV, in cui si rileva la diminuzione del carico virale, ma il range delle applicazioni di successo è ampio. Dall’aumento della plasticità neuronale nella riabilitazione post ictus per velocizzare il recupero linguistico e motorio, alle cure palliative nel fine vita. Senza dimenticare la riduzione del rischio di burn out dei curanti, costantemente esposti a fattori di stress.

Prendere coscienza sistemica di questi fenomeni, che non sono più solo una sperimentazione felice a macchia di leopardo, ma convergono verso una stessa direzione, significa incorporarli nelle politiche e nell’alta formazione, rafforzare su questi temi le competenze delle professioni mediche e culturali, rileggere l’approccio verso la Salute, rivedere in modo integrato le relazioni tra diversi ambiti, guardare alla creazione di nuove professioni. Questa non è retorica. Sono tutti elementi che ci rendono più consapevoli e servono a far salire di scala le esperienze. Azioni non invasive, efficaci, con investimenti sostenibili che possono alleggerire i costi della Sanità pubblica.

A livello di politiche quali invece i tasselli che si muovono verso questa direzione a comporre un nuovo scenario?

Uno dei documenti più innovativi, la nuova Agenda Europea della Cultura 2030, pubblicata nel maggio 2018, allarga l’attenzione della sfera tradizionale delle politiche culturali ai cosiddetti crossover, considerati i pillars delle politiche dei prossimi decenni, partendo dal nuovo settennale di programmazione EU 2021-2027. Con questa metafora biologica si intende la necessità di ricercare l’interazione intenzionale, sistematica e sistemica della cultura con ambiti di policy esterni e un tempo considerati lontani tra loro. In primo piano indica benessere e salute, coesione sociale e innovazione. In Italia l’Istat, Istituto nazionale di statistica, ha allargato dal 2012 la visione del PIL, con la misurazione del BES, un indicatore di benessere equo e sostenibile come indicatore che include la partecipazione culturale e l’occupazione nelle industrie creative e dedica un intero dominio al paesaggio patrimonio culturale. Riconoscendo la cultura come esperienza di senso che agisce profondamente sia sulla dimensione cognitiva che su quella emozionale, essendo una forma di attività umana che si presta alla promozione delle relazionalità. Ma molta strada resta da fare.

Il terzo obiettivo dell’Agenda ONU 2030, dedicato alla Salute, è uno dei più rilevanti come prerequisito per lo sviluppo economico e sociale sostenibile. La Cultura, pur non avendo un goal dedicato, può essere considerata trasversale a tutti i 17 obiettivi che ci indicano la rotta del cambiamento necessario negli stili di vita nel rispetto del pianeta. Per arricchire questa overview aggiungo un tassello al quadro. Nell’incontro di Davos del Word Economic Forum del gennaio scorso, l’economia della cura (care economy), con lo sviluppo a base culturale, è stata al centro di importanti riflessioni. Elementi che convergono a comporre un nuovo scenario e che assumono maggiore rilevanza nel post covid, in una società che deve ripensarsi.

Il fatto che la cultura, durante la pandemia, sia stata una preziosa risorsa, secondo lei potrebbe aver accelerato o favorito un cambiamento in atto?

Durante il lockdown uno degli hashtag più frequenti è stato #Culturacura. La Cultura è stata un’alleata per la Salute individuale e per la coesione sociale. Se non avessimo avuto la grande offerta culturale, anche digitale, i costi psicologici e di coesione sociale sarebbero stati ben più rilevanti. “Connessi per accorciare le distanze” recita il titolo del bellissimo progetto luganese di “Cultura e Salute”. Ma lo è stato per coloro che già la riconoscevano come risorsa e avevano un’alfabetizzazione digitale. In Italia la povertà educativa è una piaga importante ed è la madre di tutte le diseguaglianze. Il fenomeno del cultural divide si è accentuato durante la pandemia, di questo dobbiamo esserne consci e su questo dobbiamo lavorare come priorità. Ma nel contempo il digitale è stata la finestra sul mondo per persone fragili e con disabilità, per le persone anziane che altrimenti sarebbero rimaste in profonda solitudine.

L’offerta culturale digitale è cresciuta esponenzialmente. Alcune istituzioni culturali hanno improvvisato durante il lockdown. Moltissime hanno realizzato progetti di grande qualità, accelerando l’innovazione digitale con momenti di formazione, di ricerca, di sperimentazione, ripensando la propria relazione con i pubblici che porterà a una dieta bilanciata, di esperienza fisica e digitale: Phigital. I luoghi della cultura sono i luoghi della socialità. L’esperienza digitale, che non può sostituire la pienezza delle relazioni fisiche con l’altro, con le opere e con l’ambiente, ha però palesato grandi potenzialità e ha cambiato il palinsesto delle nostre scelte personali di fruizione e partecipazione. Non ritorneremo alla normalità precedente, ma ne dovremo costruire una nuova insieme. Dovremo costruire un mondo nuovo insieme.

Ci sono paesi che hanno già adottato modelli integrati per promuovere la salute attraverso la cultura e possono essere visti come capifila e innovatori in tal senso?

Possiamo considerare apripista i Paesi anglosassoni e quelli scandinavi, sia nelle ricerche che nelle politiche, avendo da tempo incorporato la prospettiva dell’arte finalizzata alla cura, alla riabilitazione e al supporto di individui e comunità. Nel 1996 una ricerca milestone di Lars Olov Bygren dell’Università norvegese di Umea, con uno studio osservazionale longitudinale pubblicato sul British Medical Journal, acclarava la correlazione tra partecipazione culturale e longevità. Ispirando a cascata altri studi sull’invecchiamento attivo.

Nel Regno Unito il programma Arts on prescritpion (AoP) da un ventennio incentiva pratiche artistiche e creative per promuovere salute e benessere.

Molti dei casi italiani di arte negli ospedali si ispirano alle esperienze inglesi come quella del Chelsea and Westminster Hospital.

Nato dalla fusione di cinque ospedali londinesi dagli esordi, con il suo “Arts Project”, ha incorporato l’arte visiva non solo nell’architettura, con la trasformazione fisica del luogo di cura, ma anche nelle pratiche ospedaliere, realizzando ricerche per verificare l’impatto biologico dell’esperienza artistica. Celebre è l’ampio studio di Rosalia Starikoff, una review pubblicata nel 2004, con evidenze che spaziano dalla riduzione delle ore di travaglio, al minor consumo di analgesici, all’accelerazione del recupero post operatorio. Recentemente è stato avviato in Inghilterra un centro di ricerca all’Università di Leeds sul “Cultural Value”, che ha questa linea tra i propri indirizzi. Per rimanere in Europa, in termini politici, la Francia ha varato un progetto nazionale che riguarda l’arte negli ospedali. L’Italia, caratterizzata da una molteplicità di pratiche, non ha politiche integrate. Solo recentemente due grandi investitori sociali, le Fondazioni Cariplo e la Compagnia di San Paolo sono scesi in campo con programmi per rafforzare i propri territori di riferimento in questa direzione.

Oltre oceano gli esempi sono innumerevoli. L’Università della Florida ha appena pubblicato un libro bianco su Arte e Salute a supporto dei decisori politici. In Canada, l’accordo di cooperazione triennale tra il Museo di Fine Arts di Montreal e l’Associazione dei Medici Francofoni per un progetto di ricerca e la “partecipazione culturale su prescrizione” per particolari patologie, ha avuto una risonanza mediatica internazionale rilevantissima. Oggi c’è maggiore interesse sulla rilevanza di questa relazione. I tempi sono maturi per un cambio di prospettiva.

Come nasce la relazione tra cultura e salute nel suo percorso professionale?

Ritengo che le persone siano la più grande energia rinnovabile. Con un background prima economico e poi con studi sociologici, mi sono sempre occupata di capitale umano e sociale nelle mie diverse esperienze professionali, in primis nella direzione di Scuole di formazione manageriali, nelle quali ho coinvolto intellettuali ed artisti per sviluppare pensiero critico e divergente, di interpretazione della complessità, di strumento di relazione di dialogo con i territori ma soprattutto di co-creazione di cultura d’impresa aperta e inclusiva. Di produzione di senso e significati collettivi. Sapendo che il benessere individuale è benessere organizzativo e sociale.

Ma il mio studio sul rapporto delle potenzialità dell’impatto tra cultura e salute è storia di questo millennio, dall’aver seguito a metà degli anni 2000 l’esperienza dell’economista della cultura Pier Luigi Sacco con la città finlandese Turku, Capitale Europea della Cultura 2011, vincitrice della candidatura grazie al progetto Taiku focalizzato su questi temi.

Dal punto di vista personale, mi occupo da quarant’anni di volontariato e l’Opera Barolo a Torino è uno dei miei enti di militanza che offre servizi dal 1864, ogni anno, a più di 20.000 persone in condizioni di vulnerabilità. La Cultura è un asset. Nello storico Palazzo Barolo, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Sociali, abbiamo creato il Polo PARI-delle arti irregolari e relazionali, un centro di ricerca sui confini disciplinari, tra Cultura, Enti socio-assistenziali e sanitari.

Nel 2010 in collaborazione con il Museo del Castello di Rivoli, abbiamo realizzato il primo dizionario al mondo nella lingua dei segni per l’arte contemporanea, in italiano e inglese. L’obiettivo era presentare il museo come risorsa sociale, inclusiva, verso comunità che tendono isolarsi. Abbiamo lavorato con i semiologi e con le persone sorde per quasi due anni. Oggi il museo è una casa per loro. Il dizionario ha ispirato molte altre istituzioni ed è stato presentato in numerosi paesi.

All’Ospedale Ostetrico Ginecologico Sant’Anna, sempre a Torino, con medici e donne della società civile, ho dato vita dieci anni fa alla Fondazione Medicina a Misura di Donna per l’umanizzazione delle cure e dei luoghi. È un terreno di ricerca-azione in uno dei più grandi ospedali dedicati alle donne in Europa, per lo studio e la progettualità su “Cultura e Salute”. Grazie alle istituzioni culturali, oltre 90 con cui collaboriamo in una piattaforma interdisciplinare, il volto e il clima organizzativo sono migliorati attraverso le arti, per rispondere ai desideri del personale, pazienti e famiglie. Con il “Cantiere dell’Arte”, progetto in collaborazione con il Dipartimento educazione del Castello di Rivoli, attraverso sessioni di pittura collettiva, un intero blocco ospedaliero ricorda un giardino. Nel lavoro sono state coinvolte quasi tremila persone della comunità per oltre 9000 giornate uomo. Anche grandi artisti, come Michelangelo Pistoletto, hanno donato progetti, sempre partecipati e simbolici.

Vitamine Musicali, Fondazione MAMD, Ospedale Sant’Anna, Torino, 2016

Per favorire il percorso di cura, abbiamo ogni giorno le “Vitamine musicali” dal vivo che accompagnano le chemioterapie e danno il benvenuto alle nascite, cambiando il tempo dell’attesa. Oltre 225 musicisti, di 13 istituzioni culturali sono a bordo. Lavoriamo con la letteratura, la poesia e le arti performative: ci sono letture ad alta voce e il teatro e la danza sono entrate per formare il personale medico alla comunicazione, alla resistenza allo stress e al team building. Sempre al Sant’Anna abbiamo concepito “Nati con la Cultura”, un passaporto culturale consegnato a tutti i nuovi nati, che spalanca le porte a musei che hanno compiuto un percorso per diventare Family and kids friendly. Oggi è un progetto a livello nazionale in collaborazione con 60 musei del paese che si sono interrogati su quali stimoli la cultura può dare per lo sviluppo cognitivo precoce e su come possono essere utili a supporto genitoriale già nel periodo della gravidanza e nei primi 1.000 giorni, i più fecondi nella produzione delle nostre sinapsi celebrali. “Nati con la Cultura” prende le mosse da un progetto americano approdato in Italia e poi in Europa che è “Nati per leggere” incentrato sul valore della lettura ad alta voce già dal periodo perinatale, pratica riconosciuta scientificamente. Pratiche concepite per essere esportabili, esportate.

Nati con la Cultura, Fondazione MAMD, Torino, 2014

Fondamentale rafforzare i progetti come quelli ideati da Fondazione Medicina a Misura di Donna che ha sede nel dipartimento universitario di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Torino all’ospedale Sant’Anna, attivati con medici illuminati ma che, se non diventano parte integrante della visione delle politiche della Salute, dell’alta formazione delle professioni sanitarie e culturali, resteranno sempre accessorie e marginali.

Ho avuto il privilegio di essere cooptata nella commissione scientifica di un progetto strategico scientifico svizzero “Cultura e salute. Alleanza per un futuro sostenibile” varato dalla Divisione cultura della Città di Lugano e dalla Fondazione IBSA per la ricerca scientifica che abbraccia questa visione. Ogni paese deve però declinare questo approccio multidisciplinare in relazione alle proprie specificità.

Può raccontarci il suo progetto più recente, il Cultural Welfare Center (CCW) concepito proprio nel periodo legato all’emergenza sanitaria del Covid-19?

Il Cultural Welfare Center è una piattaforma no profit creata da 10 professionisti che appartengono ad ambiti disciplinari molto diversi: sono soggetti provenienti dal mondo culturale, sociale, sanitario, educativo ed economico che negli ultimi 15 anni hanno già lavorato insieme a geometria variabile su pratiche pioniere proprio sul tema della cultura come alleata della salute delle persone e delle comunità. Oggi uniscono le loro forze. Il CCW intende porsi in dialogo con la dimensione europea e internazionale, coinvolgere differenti attori portatori di interesse, decision makers pubblici e privati proprio in questa ibridazione multidisciplinare, multilivello e intersettoriale. Uno dei primi atti del CCW, oltre alla traduzione in italiano dello studio sopra citato dell’OMS “Quali sono le evidenze sul ruolo delle arti nel miglioramento della salute e del benessere?”, è stata una prima elaborazione della definizione di welfare culturale incorporata nel dizionario Treccani della cultura, una definizione dai confini porosi, inclusiva, per stimolare la discussione sul ruolo sociale e civico della cultura.

Non invitiamo ad abdicare a un ruolo costitutivo per una supplenza a politiche sociali o sanitarie deficitarie, ma arricchirlo di valore.

Qual è la maggiore sfida del CCW?

Contribuire alla costruzione di competenze, al rafforzamento degli ecosistemi di cooperazione tra i mondi socio-sanitari-assistenziali ed educativi, accompagnare la costruzione di politiche. Intendiamo favorire la creazione delle condizioni per rafforzare metodologicamente i progetti pilota riconosciuti come buone pratiche, ma ancora di piccole dimensioni, frammentari, per pratiche replicabili che devono esporsi a valutazioni e avere evidenze solide. In Italia le medical humanities, presenti in pochi master, non fanno parte nell’alta formazione delle professioni mediche, come non troviamo la relazione virtuosa tra cultura e salute nella formazione dei professionisti della cultura. Abbiamo già attivato progetti di ricerca che porteranno a un rapporto.

Il 15 maggio di quest’anno ci lasciava il Maestro Ezio Bosso. Quali ricordi la legano a questo straordinario artista?

Per me Ezio è stato un compagno di vita e un grande amico. Lo conobbi nel corso di un’intervista sulle sue collaborazioni con artisti visivi, architetti e neuroscienziati. La sua presenza riempiva già sale da concerto e piazze. Aveva tenuto lezioni al Parlamento in Argentina e in Australia sul ruolo della Cultura. Iniziammo a lavorare insieme in contesti di innovazione sociale dalla metà degli anni 2000 ancora prima della violenta patologia che cambiò la sua vita e la sua visione del mondo, ma dalla quale è rinato, come già da altre grandi sfide in passato. Dal 2011, Ezio, con una residenza d’artista, è stato ospite dell’Opera Barolo, la fondazione di cui vi ho parlato, una cornice di senso, protetta per dargli il tempo di recuperare tutte le sue forze in un ambiente di grande familiarità. Lo stesso ente aveva accolto, all’uscita dal carcere dello Spielberg, Silvio Pellico e proprio come lo scrittore, Ezio ha composto, scritto e lavorato anche per le persone più vulnerabili, per i giovani per i quali organizzava meravigliose giornate di ascolto. Ha sempre affermato che la musica è una terapia sociale e proprio dalla musica ha tratto la forza per superare le avversità fino a quando il suo fisico glielo ha consentito. Ezio, testimonial del progetto Mozart14 di Alessandra Abbado che opera negli ospedali e nelle carceri, aveva voluto fortemente essere parte del CCW e la sua presenza è insostituibile. Ma le sue parole e la sua musica sono immortali. A me manca l’amico, la sua profondità da filosofo e un costante esempio di antifragilità, un concetto molto più potente della resilienza, metafora mutuata dalla fisica che è stata il motivo conduttore dell’ultimo decennio. L’antifragile apprende dalle complessità e ne esce nuovo, più forte. Come dovremmo fare da questa grande sfida globale. L’emergenza sanitaria ha rotto degli argini e il virus ha messo in luce la debolezza dei sistemi.

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Paola Quattrucci

Laureata in lettere classiche si è diplomata attore al C.U.T di Perugia dove ha co-fondato il centro di Biomeccanica Teatrale occupandosi di ricerca in antropologia del teatro e di drammaturgia. E’ st ... Vedi profilo completo

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