Diario: il dolore in pandemia | Corriere dell'Italianità

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Diario: il dolore in pandemia

Come molti di noi, tre mesi fa con quasi uno schiocco di dita, è cambiata la mia vita. Spesso si usa la metafora mutuata dai giochi dal tavolo: ferma un turno; ma mai mi era capitato nella vita. La pandemia ha generato una situazione instabile sul lungo periodo, che è stata in qualche modo ridimensionata, ma è ancora lì e presente come virus in quanto tale. La prima cosa che ho imparato dalla pandemia è che se il nostro punto di svolta rispetto agli altri esseri viventi è avere un super-cervello, l’ignoranza (intenso nel non sapere qualcosa) ci blocca. Si tratta di una conclusione ovvia, come avverrebbe privando un insetto delle proprie antenne, ma il nostro lockdown è stato frutto anche di un blackout di informazioni e conoscenza. L’istinto più naturale di qualsiasi animale non notturno nel momento stesso in cui si trovi al buio è quello di cercare la luce: si prova con tutte le forze a trovare qualcosa di conosciuto per cercare di arrivare il prima possibile alla luce e uscire da quella condizione di blocco, misto a terrore, ansia e paura della morte; perché l’idea più chiara e confusa che abbiamo è proprio quella della morte. Da sempre, però, quando si è in tanti, la direzione non è univoca. Si parte da diversi punti di vista; c’è chi punta a tornare a territori conosciuti; altri ancora sfruttano la confusione generale per tutelarsi, mangiare qualcosa al volo, spesso qualcuno dei propri simili. In questo enorme marasma che è iniziato con la famosa conferenza stampa di Giuseppe Conte, tra le gomitate e le agitazioni, io ho cercato di fare un piccolo resoconto in cinque fasi per capire cosa ho imparato direttamente, cercando con le mie mani e i miei occhi di trovare il prima possibile una Nottola di Minerva.

Ho fatto esperienza di “negazione”, “rabbia”, “negoziazione”, “depressione” e “accettazione”.

Negazione

In pandemia ho imparato a negare tutto. Ho negato a me stesso l’esistenza di un serio problema, ho negato che si potesse fermare un Paese, poi il mondo. Mi sono detto che fosse impossibile che i potenti non capissero al volo come gestire la questione, in primis per salvare la Grande Economia. Ho pensato che il mio mondo non poteva fermarsi, che avevo delle cose da fare, che il racconto non mi avrebbe spaventato, che sarei andato avanti. Poi ho subito anche la negazione. Non pensavo che lo Stato potesse dirti di no, impedirti di uscire, di vedere i tuoi affetti. Non pensavo che ci fosse una ragione più estrema della guerra. Invece c’è stata, e questa mia negazione iniziale è stata molto importante per mettere in discussione una serie di pensieri e certezze. Le epidemie ci sono sempre state, ci sono ancora e non c’è solo quella del COVID-19. A me lo avevano raccontato, lo avevo letto e studiato. All’inizio ero del tutto scettico. Mi trovavo a Palermo, stavo bene, ero felice.

Leggevo di questo virus, di questa forma virale forte che si stava diffondendo, ma l’ho preso con leggerezza, perché non sono un medico e ho creduto che ce la saremmo cavata in due settimane.

Ragazzi a casa da scuola, film sul computer “a manetta”, mini-letargo prima dell’estate: tutti sani, riposati, pronti. Ora l’ho provato e non posso negare che sia un evento devastante, in cui pochissimi sanno qualcosa e si pagano un sacco di conseguenze di scelte fatte in passato. La mia negazione è stata accompagnata all’isolamento di tutti, e anche qui ho imparato che l’isolamento può essere utile se vissuto come momento di riflessione personale. Un periodo di pausa funziona, fa bene. Si canta sui balconi, si mettono insieme progetti alternativi. Io spero che forse sia la volta buona, magari un virus che ci costringa ad affrontare i nostri problemi sociali e che ci permetta di passare un po’ di tempo con noi stessi. In pandemia ho imparato che abbiamo un sacco di strumenti per poter lavorare sui nostri errori, ma anche che l’isolamento è un processo molto lungo e complicato. Affrontarlo da soli, quasi completamente, come ho fatto io, è stato molto difficile, ma ha sicuramente tutelato gli altri dai miei lati peggiori, dalle mie paure più assurde, da quel mio cercare (per tornare alla metafora di prima) di trovare in fretta una luce.

Rabbia

Il mio mondo si è fermato con gli affetti lontani, un trasloco imminente e una serie di progetti professionali fissati con dovizia digitale sulla mia agenda. Tutto si è chiuso, tutto si è spento; siamo tutti potenzialmente malati. Situazione mai vista prima, lockdown nazionale e piano piano a macchia d’olio su tutto il continente. Parole a caso come proiettili impazziti. Leader politici che negano e si oppongono; Italia sotto gli occhi del mondo come “esperimento”.

La rabbia è sicuramente stato un sentimento molto importante in questa pandemia. Ho imparato a conoscerla e a capirla, standola a sentire. Dopo un primo momento di solidarietà collettiva e presa di posizione, la dispersione e l’entropia hanno generato una serie di micro-fratture che hanno fatto saltare i nervi.

Pandemia non è solo interruzione delle attività, tra l’altro coordinata male. Pandemia è interruzione del rapporto umano.

Ho imparato quanto sia difficile vivere tre mesi senza un abbraccio, senza la presenza fisica di una persona con cui parlare. Il corpo e il fisico in generale, nelle sue forme più pure e sessuali; il calore che non arriva solo alla parte epidermica del corpo, ma che scende nelle ossa. Ho capito cosa vuol dire davvero perdere la pazienza; vivere con un drago di Comodo che è la tua rabbia più intensa, pronto ad avvelenare il tuo cibo, le tue parole, il tuo sonno, la tua energia. In pandemia ho capito che non è facile neanche procurarsi le medicine, perché in pandemia non c’è solo il Covid.

In pandemia è difficile fare tutto e vedi dalla tua finestra (spesso da una casa che non è tua e che non sai come potrai pagare) una prateria vuota. Sei in cattività come le tigri di Tiger King che hai visto su Netflix. In pandemia ho imparato che non è tutto aperitivo e dj-set. Che Milano non è una città invincibile e non è una città all’avanguardia. Ho visto ragazzi sbattersi per aiutare le realtà più difficili che sono state lasciate indietro dalle istituzioni ed evitare che la rabbia serpeggiasse nelle strade. Ho visto perdere la pazienza, così come l’ho persa anche io quando ce l’hanno chiesta ancora senza una vera soluzione. Ho visto un assist per cambiare le cose e un pallone che viene tirato oltre gli spalti. Ho visto prezzi aumentare, cartelli su beni farmaceutici in stile narcos, conferenze stampa ridicole, commenti raccapriccianti su temi buttati in mezzo nel macello generale (Silvia Romano in primis).

Ho visto evidenziare in maniera esponenziale l’alcol, con sconti e app di delivery; ho capito che anche quella è una forma di rabbia e che ha avuto molto piede libero. Ho visto agenti delle forze dell’ordine, esaltati dalla situazione, commentare le signore per la strada, eliminare la mascherina dal loro corredo militare. Ho visto l’effetto che ha il non avere un controllo diretto sui canali più oscuri della nostra economia: il lavoro in nero, il traffico di stupefacenti e la prostituzione. Ho visto spegnersi un’intera categoria di artisti e musicisti, creativi vari che hanno lavorato nella speranza di usare l’onda del web per poi accorgersi (io per primo) di aver sostanzialmente lavorato gratuitamente per i vari social network, garantendo una marea di contenuti, magari pure sponsorizzati. Ho visto file e file di ragazzi in bici per le consegne, come tante formiche, per le strade. In pandemia mi sono arrabbiato moltissimo.

Negoziazione

In pandemia mi sono spesso ricordato di una delle immagini più belle sul tema, risalenti alla mia infanzia. Siamo nel film Disney La Spada nella Roccia e Maga Magò affronta Merlino in un duello di trasformazioni. Sul finale, Magò diventa un enorme drago, devastante e inarrestabile. Merlino sembra ormai spacciato, ma riesce a vincere trasformandosi proprio in un virus. Infetta Magò e vince il duello. L’immagine è chiarissima e ce l’ho avuta chiara per tutto il periodo di lockdown. Inutile fare il drago, sputare fuoco e spaccare tutto. Il virus non capisce, non ha cervello. Il suo unico scopo è quello di moltiplicarsi tantissimo e basta. Se in pandemia ho imparato a controllare la mia rabbia o comunque a conviverci meglio, ho anche imparato a sfruttare gli strumenti possibili per affrontare la crisi come una opportunità. Sono venuto a patti con molte cose, ho imparato a usare programmi a me prima sconosciuti e ho usato il tempo di cattività per portare avanti i progetti che prendevano forma nei giorni positivi.

Ho imparato che è importante avere un confronto e che un supporto psicologico in questo frangente è fondamentale, in un’ottica proprio di assistenza sanitaria.

Abbiamo i social: usiamoli per stare uniti. Abbiamo le video chiamate: salutiamoci da uno schermo per ricordarci chi siamo e chi sono gli altri. Sono venuto a patti con la possibilità concreta di non ricevere sostegno dallo Stato, sono venuto a patti con quelli che volevano farmi denunciare il mio vicino e sono venuto a patti con quelli che mi dicevano di uscire a prendere una boccata d’aria. Sono venuto a patti con le persone più fragili di me e con la mia stessa fragilità. Mi sono messo a fare quello che so fare, nel modo che ritengo sia giusto fare, passando le ore sul divano, davanti al monitor, mettendoci la faccia anche quando non vuoi sorridere, mettendoci la voce anche quando vorresti solo silenzio. Ho imparato in pandemia a scegliere le mie battaglie, i combattimenti da affrontare e a proteggermi un po’ di più, lavorando anche con le persone che ho intorno a me. Ho imparato, in pandemia, a esternare l’empatia verso un concetto più astratto. Ora ci calmiamo, mettiamo in sicurezza le cose e distribuiamo meglio la situazione per far fronte all’emergenza. Ci sono donazioni che arrivano, incentivi statali, ragionamenti su ammortizzatori e lavoro sulle modifiche di burocratizzazione. Vengono promessi anche 600 euro a persone come me. Mi sento un koala, un animale in via di estinzione che verrà salvato dall’incendio.

Depressione

Partendo dal presupposto che sono una persona già di mio tendente alla depressione, posso ben dire che in pandemia la depressione è forte almeno quanto la rabbia. Se in pandemia la rabbia è come un drago di Comodo, la depressione è come un ragno velenosissimo che vedi poco. Sai che se farai certe cose potrai tenerlo lontano, ma vivi tutto il giorno in casa, stai notte e giorno sul computer e sei solo. Gli aborigeni dicono che se non sogni il ragno, il ragno non arriva e non ti punge, ma ho imparato che in pandemia si fanno, purtroppo, parecchi incubi. Ho imparato a chiudere ogni contatto con le notizie sul mondo esterno, se non selezionando solo quelle che reputavo più attendibili.

Ogni chiamata in pandemia rischia di diventare una lamentela, un paragone biblico o, peggio ancora, un necrologio. Le notizie sono tra le peggiori, le reazioni anche.

Il primo a perdere credibilità è lo Stato; inizio a fare a meno di tutti i buoni propositi, poi inizio a dubitare di tutto e infine dubito di me stesso. In pandemia ho imparato a mangiare una volta sola al giorno e a dormire tre ore per notte. Ho imparato a sentire il dolore negli occhi da dover mettere gli occhiali, ho visto persone che amo piangere avanti a uno schermo con il mio volto intontito in una piccola finestra a lato del monitor. Non hai voglia di cucinare, di mangiare, di sentire nessuno. Di fare la coda per la spesa, di fare i conti con quelli che usciranno carichi di roba come se fosse l’apocalisse e tu ti senti un povero scemo a prendere porzioni per una persona sola. Il mondo là fuori sta morendo e tu lo guarderai dal tuo divano che ormai è una voragine. Ti senti una bomba, pieno di rabbia, di sensazioni scomode e forse anche di materia virale perché puoi essere asintomatico e nessuno ti ha tamponato. Ti senti preso in giro da tutti, dal tuo sindaco, dal tuo amico o dalla tua amica che è sparita. Le videochiamate sono da arginare, così come le presenze social e sul web. Non puoi andare avanti così perché la sensazione è quella di non avere più uno spazio. Sei materia che gira, confusa, sbagliata. In pandemia ho imparato che gestire la depressione è complicatissimo. Che non siamo solo numeri che aumentano o diminuiscono a seconda dell’andamento di una curva, ma siamo medici, infermieri, anziani, mamme con bambini, uomini soli, adolescenti, donne sole, famiglie complicate, rapporti violenti, rapporti sepolti, inconcludenti. Ho pensato alla frustrazione di dover fare anche l’ennesimo sforzo nell’insegnamento ai più piccoli, da soli in autonomia, con un lavoro da gestire. Ho pensato a quelli che non capiscono, che non leggono la nostra lingua, o a quelli che hanno un male dentro che non sanno come spiegare. La depressione in pandemia è il veleno sulla torta, e ho pensato a quelli che scappano dalle guerre, o che fuggono nella disperazione, immergendosi in una depressione decisamente amplificata rispetto a quella che ho vissuto io in pandemia.

Accettazione

Ci siamo arrivati, finalmente, all’ultimo aspetto che ho incontrato in pandemia nella mia gestione personale della situazione d’emergenza. Questa fase arriva alla fine, quando non si parla più di fase uno, quando ci sono altri problemi e quando anche se la fase due non è chiara, non importa. In pandemia ho imparato che la mia sceneggiatura è più quella di un manga che di un comic americano. Ho imparato che, nella situazione più complicata, non arriverà Batman o Iron Man a salvare la situazione. Sono storie fantastiche, piene di emozioni, ma in pandemia mi sono sentito più il protagonista anonimo di un manga sulle difficoltà, sul farcela da soli, superando i propri ostacoli. Nell’accettazione ho ridimensionato molto, e questo è un bene. I miei bisogni, le mie necessità primarie, i miei problemi principali con cui confrontarmi. Si accetta e si va avanti, ma non è una fase che cancella le cicatrici.

Non si tratta di un epilogo o di un finale, ma solo di una diversa piega immaginativa del modo di percepire la vita.

Nell’accettazione si perde la fiducia, si diventa più duri e si riduce l’empatia. L’accettazione, la fase in cui mi trovo e in cui si trovano forse molti di noi, è un campo di guerriglia che sembra un prato fiorito. Cercando di scrivere, di filmare, di registrare e fotografare materiale in questo isolamento, ho provato proprio a tutelarmi per questa fase che sarà molto operativa. Ho, così come tutti noi, sicuramente un sacco di cose da fare, pezzi da mettere insieme e cocci da riparare. Però non voglio dimenticare. Non voglio che l’accettazione sia una fase infinita simile al letargo mentale. Trovare un equilibrio in pandemia non è stato facile e non penso che possa esserlo dall’oggi al domani. Non dimentichiamo quello che ci è successo poco tempo fa perché ci aiuterà a ricostruire le cose quando incontreremo le conseguenze di tutto questo.

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Jacopo C. Buranelli

Laureato in filosofia presso La Statale di Milano con una tesi sul cinema di Ozu, da molti anni si dedica all’editoria e al mondo dell’arte contemporanea e dello spettacolo. Collabora con diverse test ... Vedi profilo completo

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