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Domande a Elio Meloni, che non è ancora stanco di educare   

di Beatrice Bernasconi

Lo sorprendo mentre guarda il Sassolungo. È a Selva di Val Gardena con la moglie per un turno da volontari a Villa Capriolo, la casa dei gesuiti che dagli anni Settanta accoglie adolescenti, giovani, famiglie e persone per percorsi di ricerca e formazione nelle splendide Dolomiti.

Elio Meloni, milanese del 1957, ha lavorato per quarantaquattro anni come docente di scuola primaria. Pedagogista e formatore, da più di trent’anni lavora per enti locali, aziende, associazioni, università, sui temi della progettazione e del lavoro di gruppo. Da vent’anni, presso l’Università Cattolica di Milano, è il coordinatore dei laboratori del corso di laurea di Scienze dell’educazione e della formazione. Il suo ultimo libro è Fiducia, per Claudiana Editrice di Torino.

Elio, qual è stata la scintilla dell’inizio della professione che poi hai sviluppato in maniera così ampia e articolata?

Quando ero bambino, non ricordo di aver mai pensato a “cosa farò da grande”. Però, alla fine della quinta elementare, sapevo che avrei voluto fare il docente e l’educatore. Il mio modello era il mio maestro, Antonio, una figura straordinaria, ricco di umanità e di sapere. In anticipo sui tempi, ci insegnava l’inglese, ci proponeva una quantità di lavori manuali, e ci chiedeva aiuto per la gestione della biblioteca scolastica, di cui era responsabile. I libri erano per noi degli amici da frequentare. Ogni settimana scrivevamo un tema; a lui piacevano molto i miei, al punto che li leggeva dopocena a sua moglie. È nato così l’amore per la lettura e la scrittura, e non mi ha mai lasciato. Ho iniziato a fare il docente di scuola elementare a diciotto anni, e dopo pochi anni non è stato difficile avere la nomina di ruolo: era l’epoca del baby boom e i maestri mancavano. Seguendo le orme del maestro Antonio, ho insegnato con passione per decenni, continuando a studiare con gusto, di tutto.

Cosa ricordi dei primi anni da giovane docente?

Mi hanno segnato due cose. La musica, che avevo un po’ studiato e ho sempre utilizzato in tante situazioni educative e didattiche, e mai come riempitivo: la musica è poesia, e anche matematica. È ritmo, è gioia, ed è anche ascolto del silenzio. Gran parte della mia carriera l’ho passata in una scuola vicino al Conservatorio di Milano, che ci mandava tirocinanti della didattica della musica. È stato bellissimo.

I miei anni di giovane maestro sono stati anche quelli dell’inserimento dei ragazzi e della ragazze disabili nella scuola. Avevo studiato a Bologna Pedagogia Speciale con Andrea Canevaro, forse uno dei massimi esperti del campo, e la musica aiutava. Quando un bambino o una bambina con disabilità severe iniziava la scuola, finiva in classe mia. È stato l’incontro col dolore, e anche con la capacità di tanti genitori di farsi carico di pesi che sembrerebbero insopportabili. Il dolore, se attraversato, diventa una scuola di relazione. Ho cominciato a scrivere articoli e libri sui temi più vari dell’educazione e della formazione. Hanno cominciato a chiamarmi per fare formazione e consulenza pedagogica. E l’università è stato lo sbocco naturale della fitta rete di relazioni che vivevo nella professione.

Il lavoro di insegnante in Italia è pagato poco e privo di sbocchi di carriera. A motivarmi sono stati il sorriso dei bambini, l’entusiasmo dei ragazzi, l’umorismo degli adolescenti, la speranza dei giovani. Anche nella scuola in ospedale.

Non ti sei mai stancato o sfiduciato, nel lavoro educativo?

Educare e insegnare non mi hanno mai stancato. Certo, è un lavoro difficile, in Italia pagato poco, e privo di sbocchi di carriera. Nel corpo docente c’è spesso sfiducia, soprattutto per il peso eccessivo della burocrazia, ma ci sono ancora tante persone che ogni giorno entrano in aula pieni di voglia di far bene.

Cosa ti motiva?

Il sorriso dei bambini, l’entusiasmo dei ragazzi, l’umorismo degli adolescenti, la speranza dei giovani. Vivo la mia professione come un grande dono. E negli ultimi tre anni di carriera docente (sono andato in pensione con quarantaquattro anni di servizio) ho ricevuto un regalo ancora più grande.

Ce lo racconti?

Un paio di colleghe dell’Università Cattolica mi hanno fatto conoscere la scuola in ospedale. Mi sono detto: sarebbe un bel modo di concludere la carriera. E così mi sono trovato a lavorare con bambini e ragazze dai sei ai diciotto anni, e oltre, in un contesto insolito. La scuola in ospedale è un’esperienza che richiede molta flessibilità, perché può essere interrotta in qualsiasi momento da una visita medica, un esame clinico, o semplicemente perché l’allievo ha esaurito le energie. Eppure, se il docente sa tenere dei fili di comunicazione con gli allievi (il principale è l’empatia), si svolgono lezioni straordinariamente ricche di umanità e di cultura. Ecco, la scuola in ospedale è soprattutto cultura. Qualcosa che consola e che spinge in avanti, aprendo orizzonti.

Puoi fare un esempio?

Un allievo chiede di fare una lezione di inglese, ma non ha la forza (fisica, psicologica) di aprire il libro di testo. A qual punto propongo di cantare insieme una canzone. Per esempio “Yellow Submarine”, dei Beatles. La canto accompagnato dall’ukulele. Il ritornello si impara subito. Dal mio zainetto estraggo il testo in inglese, potrà essere bello tradurlo per il giorno dopo. E/o fare un disegno; e/o andare sul web a cercare un video di questa canzone, e così via. Il canto diventa un veicolo di cultura e in più conforta, e aiuta la resilienza, quindi diventa alleato della terapia.

In poche battute come condenseresti quello che ritieni più importante per educare?

Guarda, un paio di anni fa papa Francesco disse agli educatori gesuiti: vi auguro di rimanere incompleti, perché la motivazione a imparare nasce dalla consapevolezza che ci manca sempre qualcosa. Nella tradizione buddhista c’è un bell’augurio che si fa alle persone care: che tu possa avere sempre la mente del principiante! Ecco, fare educazione è imparare ma anche disimparare tante cose, per conservare quelle che contano davvero. E per capire cosa conta davvero occorre imparare a fare spazio, in modo che le cose che si imparano possano trovare un loro posto. Lo diceva Ignazio di Loyola: fare ordine nella propria vita aiuta a scegliere quello che conta davvero.

 

Riguardo gli appunti e penso che Elio immagina per una buona esperienza educativa equilibri musicali e montanari! Fare spazio: le note trovano posto armonioso ed evidenza in base a pause e silenzi; “disimparare” invoca la scelta matura, come la saggezza del buon escursionista nel fare lo zaino con le cose essenziali: il resto sarebbe zavorra mortale.

 

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