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Donne e guerre

Non solo vittime e prede

In foto, Marina Ovsyannikova (credit Facebook)

di Giovanna Guzzetti

Marina Ovsyannikova, se il paragone ci è consentito in senso lato, è l’Ecuba dei giorni nostri. Il riferimento è alle Troiane di Euripide. La giornalista, nata ad Odessa in terra ucraina, ma in servizio sul Canale 1 russo/moscovita attivo dalla polverizzazione dell’Urss, non si profonde in lamentazioni e ricordi, come fece la regina di Troia caduta prigioniera dei Greci (Voluta la sorte m’ha schiava, d’un uom sozzo, maestro di frode, nemico a giustizia, d’una belva che legge non ha), ma, in epoca social, affida il suo appello (NO WAR) e la sua denuncia (in cirillico, per far conoscere ai connazionali la disinformazione della propaganda) alla tv, esponendo alle spalle della conduttrice un cartello che è suonato come una vera e propria sveglia per le coscienze.

Ecuba acceca Polimestore, opera di Giuseppe Maria Crespi

La guerra e le donne. Storia ed arte le hanno rappresentate in questo scenario a tinte fosche ma, prevalentemente, solo come vittime e prede, perché anche la narrazione storiografica non è all’insegna delle pari opportunità e si porta dietro un gender gap descrittivo ed interpretativo. Questa volta, però, i social e la copertura media internazionale hanno consentito una lettura diversa di quanto sta avvenendo a Kiev e dintorni, in quel territorio della rivoluzione arancione dove già una donna, Yulia Tymoshenko, aveva guidato dal 2007 al 2010 il Paese come primo ministro.

Le donne ucraine sono il motore di questa guerra sia che rimangano in patria, a preparare molotov artigianali o a cucire divise e cucinare pasti per militari di carriera e volontari, sia che organizzino il trasferimento delle loro famiglie, unità di misura di quell’esodo che finora avrebbe portato fuori dai confini del paese almeno 5 milioni di persone.

Le vediamo ogni giorno trascinare trolley, spingere passeggini, tutto quello che sono riuscite a raccogliere e trasportare con la loro forza di figure anche esili, ma armate di una forza interiore erculea ed inossidabile perché da loro passa la ri-nascita dell’Ucraina, attraverso (anche) la vita di coloro che hanno messo al mondo e che difendono (giustamente) come il bene più prezioso.

Per una letterale marea umana di donne anonime e silenziose che, senza proferire parola, gridano, anzi urlano, al mondo di che cosa sono capaci, la guerra in Ucraina (perché di questo si tratta!! Altro che operazione militare…) ci ha fatto conoscere figure femminili emblematiche dell’attaccamento alla loro patria e della determinazione della resistenza al femminile.

Se per i più il volto dell’Ucraina si riassume e si identifica nel volto del presidente Zelensky a cui, va riconosciuto, può difettare tutto meno che il coraggio, va detto che proprio al suo fianco c’è una donna di peso e capacità che, si dice, sia già pronta (con tutte le credenziali) a sostituirlo o succedergli. Si tratta di Iryna Vereshchuk, classe 1979, altissimo ufficiale dell’esercito ucraino, moglie e madre, passata dai tailleur d’ordinanza per le alte cariche istituzionali alla mimetica con elmetto e giubbotto antiproiettile, che allo scoppio del conflitto il 24 febbraio 2022 lavorava a pieno regime nella commissione difesa e intelligence di Kiev.

E che dire di Olga Semidyanova, medico, 48 anni, impegnata a combattere contro i russi tra le regioni di Donetsk e Zaporizhzhya, dove era rimasta per soccorrere i feriti, che lascia ben 12 figli, di cui 6 suoi e gli altri 6 adottati in un orfanatrofio. Una vita generosa fino alla fine, accompagnata però dallo strazio dei figli che vorrebbero riaverne almeno il corpo.

Ma l’immagine di questo assurdo conflitto, tanto più assurdo se si pensa che lo spin doctor di Putin, Aleksander Dugin, sostiene la impellenza di questa operazione per evitare la disgregazione di un Occidente meccanicistico e materialistico, si riassume nei volti di due bambine che hanno fatto il giro del mondo. Polina e la piccola Kyrychenko. La prima, 8 anni, falciata dai colpi russi all’inizio della ostilità insieme con la sua famiglia, il cui volto, incorniciato da un ciuffo rosa, ha fatto il giro del mondo al pari di quello della bimba che, seduta sul davanzale di una finestra, imbraccia un fucile mentre si gode un lecca – lecca. Una perfetta sintesi di normale fanciullezza e di responsabilità adulta arrivata anzitempo, troppo in fretta.

E poi, neglette, invisibili perché indifferenziate, le donne ucraine preda della peggiore specie di violenza maschile, lo stupro. Spesso offese nel corpo solo perché colpevoli di avere mariti o compagni combattenti per la sorte della loro patria e poi finite con un taglio alla gola. Scene di ordinaria bellica follia, si potrebbe dire. Di cui la storia è ricca, come ci ricorda anche Euripide (V sec a.C.) che, riferendosi ai vincitori nelle Troiane, dice che “si comportano solo come insensati aguzzini, capaci della più bruta barbarie senza la minima remora”.

Duemilacinquecento anni dopo la situazione non è diversa. E questa ineffabile prepotenza, che oggi ci sconvolge perché consumata tutto sommato vicino a noi, non è diversa da quella che si è consumata, di recente, nella ex Jugoslavia (anni Novanta) in funzione di una agitata pulizia etnica, o nel Kurdistan nei confronti dei guerrieri peshmerga, o dall’Isis verso le donne yazide ridotte a vere e proprie schiave sessuali. È di questi giorni il voltafaccia dei Talebani, in Afghanistan, che il 23 marzo, a poche ore dalla promessa riapertura, hanno invece confermato la chiusura delle scuole secondarie femminili riservate alle ragazze tra i 12 ed i 19 anni.

Ci sono costanti del comportamento umano che non finiscono mai di sconvolgere; lo sviluppo economico e sociale, più informazioni disponibili e una maggior conoscenza diffusa non sembrano essere in grado di arrestare atti che di umano hanno ben poco, come ci ha ricordato Papa Francesco con il suo monito “È l’ora di abolire la guerra, prima che lei cancelli l’uomo dalla Storia”. E allora tornano quanto mai attuali le parole di Albert Einstein in una lettera a Sigmund Freud del 1932 che per “giustificare” la guerra scrive che una risposta si impone: “…l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva”.

Il fisico conclude la missiva con quella che definisce l’ultima domanda. “Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione?”. Le cronache in corso, ahimè, non sembrano lasciare particolare spazio all’ottimismo.

INTANTO LA VITA NON SI ARRENDE

A Leopoli, dove le ostilità sembrano essersi fatte sentire di meno e per questo è la meta di un cospicuo esodo interno, hanno pianto i bimbi morti finora nel conflitto con i passeggini vuoti in piazza. Ma nell’Ucraina del pogrom di mamme e figli, della fuga disperata di bambini soli, con immagini che fan subito il giro del mondo provocando profonda commozione generale, che evidentemente non arriva al Cremlino, si continua a nascere. Dal giorno della invasione delle truppe russe sono nati 15.300 bambini, vagiti e sorrisi inconsapevoli che sanno di speranza e futuro. E installazioni fotografiche nei parchi di Leopoli, a cura dell’Unicef, mostrano i volti di donne ucraine incinte, vestite con i colori della loro bandiera. Per questa Ucraina vale la pena di lottare e dare il nostro contributo in termini di concorso consapevole al ritorno della pace, senza dimenticare il detto latino “si vis pacem para bellum”.

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