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Donne e lavoro: età pensionabile uguagliata, ma il resto?

di Monica Ostuni, MSc Psychologin

L’uguaglianza fra donne e uomini passa anche dall’età di pensionamento: il popolo svizzero ha approvato una riforma dell’AVS che costringe la parte femminile del paese a lavorare sino a 65 anni, come è già d’uso per quella maschile. Il pensionamento subisce ai nostri giorni una forte e contraddittoria definizione. Da una parte rappresenta l’ingresso delle persone in un target preciso, dall’altra si articola in una drastica mutazione dello status sociale e del ruolo. Non si tratta di invecchiamento, non necessariamente. Si tratta, invece, di entrare in relazione con le persone e con le loro fasi di vita, con i problemi del tempo, del cambiamento e della progettualità soggettiva e sociale.

Ribadita la non connessione diretta tra invecchiamento e pensionamento ci rimane l’interrogativo su quali siano i possibili motivi per cui proprio il pensionamento venga vissuto tout court come invecchiamento. Proprio la mancanza di una separazione tra i due termini e la presenza invasiva e quasi totalizzante di uno stereotipo fortemente presente nella cultura (pensionamento = invecchiamento), rendono necessaria un’articolazione dei due termini e la ricerca di elementi che certifichino le differenze. L’elemento da cui si può partire per tentare di chiarire il contenuto più profondo che presiede al pensionamento, come processo e come atto, va ricercato in un suo carattere specifico e dominante: “il cambiamento”.

Quando le persone entrano nel processo che le porterà in pensione si trovano ad innescare una valutazione complessiva del proprio operato, resa complessa però da difficoltà aggiuntive (tutti i bilanci sono operazioni difficili, onerose e delicate). Il passaggio da una vita regolata sul ritmo, su “l’orologio” del lavoro, ad una nuova forma di vita che non ha più al centro l’attività produttiva, rappresenta tendenzialmente la possibilità di trovarsi a stretto contatto con un «trauma». Questo cambiamento può essere assimilato nei suoi effetti a quello provocato dall’alterazione del fuso orario al termine di un viaggio in aereo, quando ci troviamo a vivere uno stato di malessere che necessita della componente “tempo” per riacquisire il naturale ritmo biologico.

Ma, nel caso del pensionamento, non si tratta di darsi il tempo di riacquisire una situazione precedente, ma di darsi il tempo e gli strumenti per andare in un altro luogo con altre cose, per costruire un equilibrio completamente “diverso”. Gli effetti del pensionamento sulla salute fisica e mentale differiscono da persona a persona, alcune persone scelgono di andare in pensione, vedendo positivamente questo evento come la fine di un lavoro; altri sono forzati ad andare in pensione (p. es., a causa di problemi di salute o per perdita del lavoro). Psicologicamente gli uomini si adattano meno delle donne ai cambiamenti, ma perché le donne svizzere hanno deciso di spostare l’età pensionabile a 65 anni?

Il referendum non ha visto una vittoria schiacciante dell’innalzamento dell’età pensionabile, è stata una vittoria quasi al limite. Le donne svizzere che hanno votato per l’innalzamento dell’età pensionabile lo hanno fatto tendenzialmente per due ragioni: da una parte lo hanno fatto per avere una parità con gli uomini e dall’altra parte per una questione economica. L’aumento delle prospettive di vita permette effettivamente di aumentare l’età lavorativa, ma la parità tra uomini e donne in ambito lavorativo è ancora un tema centrale. Con il referendum si è deciso di uguagliare l’età pensionabile, ma le donne sono ancora in svantaggio per il salario medio. Le donne in Svizzera, durante la loro intera vita lavorativa, guadagnano circa il 43,2% in meno rispetto agli uomini. Tale dato, riferito al 2018, emerge dal rapporto sul divario retributivo di genere complessivo.

Quest’indicatore è stato calcolato dall’Ufficio federale di statistica e approvato dal Consiglio federale. La differenza aumenta con l’età: le giovani donne fra i 15 e i 24 anni hanno uno stipendio del 7,9% inferiore ai coetanei maschi, mentre per le donne fra i 55 e i 64 anni il divario arriva al 53,5% (25-34 anni: 27,3%; 35-44 anni: 48,4%; 45-54 anni: 50,8%; 55-64 anni: 53,5%). Questa differenza di genere è causata principalmente dalle ore di lavoro mensili, le donne infatti lavorano in media meno ore settimanali rispetto agli uomini, tale dato è molto interessante e potrebbe diventare uno spunto di riflessione per migliorare le politiche svizzere che regolano la maternità in quanto risultano spesso essere limitate ed insufficienti. Inoltre, le retribuzioni orarie più basse delle donne contribuiscono alla differenza globale con 13,3 punti percentuali. L’occupazione femminile in Svizzera registra un divario con un tasso di occupazione più basso con 8,4 punti percentuali. Nel 2018 le donne in Svizzera hanno guadagnato in media il 19,0% in meno rispetto agli uomini.

L’altra cifra significativa del rapporto concerne il divario pensionistico: “Le differenze più grandi tra donne e uomini sono a livello del secondo pilastro: le donne ricevono meno spesso una rendita e quando la ricevono è molto più bassa di quella degli uomini”. Le donne pensionate hanno rendite complessive del 34,6% inferiori rispetto agli uomini, l’equivalente di circa 18’924 franchi in meno. Il divario emerge in modo massiccio nel secondo pilastro: solo il 49,7% delle donne ha una rendita da una cassa pensione contro il 70,6% degli uomini. E se la ricevono è del 47,3% inferiore rispetto a quella degli uomini.

Perciò se si prova a comprendere la vittoria per l’innalzamento dell’età di pensione per le donne resta da chiedersi quando si potrà raggiungere parità salariale e nel secondo pilastro.

Si ricorda che presso gli uffici del Patronato Acli presenti in Svizzera è possibile avere tutte le informazioni necessarie inerenti la nuova normativa, nonché avere assistenza nella redazione delle domande di pensionamento relative al primo e al secondo pilastro.

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