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Donne, strutture e mediatici vespai

Foto: lo storico Alessandro Barbero al Festival del Medioevo 2017-ph Daniela Querci

Avrò avuto 7 o 8 anni e non avevo idea di cosa potesse accadere in conseguenza di una mia leggerezza. Armato di fionda girovagavo per i campi della bassa veronese dove vivevano i miei nonni, cercando invano di colpire qualche passerotto in volo. Una volta mirai a un bussolotto posto su un palo di una recinzione. Cilecca al primo colpo, mi avvicinai e al secondo fu centro. Mal me ne incolse. Fui assalito da un’orda di vespe che cominciarono ad infierire sulla schiena. Per fortuna ero vicino a casa e mia nonna e una vicina mi salvarono. Avevo scatenato un vero vespaio, senza volere.

È sintomo di vecchiaia il riaffiorare di antichi ricordi, ed essi riemergono più vivi quando certi odierni vespai vengono amplificati dai vari social media.

È il caso del vespaio voluto e scatenato da un’intervista di Alessandro Barbero a margine della presentazione di una serie di lezioni su alcune donne nella storia come Caterina di Russia, Madre Teresa di Calcutta e Nilde Iotti.

Nilde Jotti

Alla domanda dell’intervistatrice sul perché “le donne faticano tanto non solo ad arrivare al potere, ma anche ad avere pari retribuzione o a fare carriera”, Barbero risponde da storico: “Di fronte all’enorme cambiamento di costumi degli ultimi cinquant’anni, viene da chiedersi come mai non si sia più avanti in questa direzione”. Qui Barbero prende sasso e fionda, mira e centra in pieno il nido di vespe: “Rischio di dire una cosa impopolare, lo so, ma vale la pena chiedersi se non ci siano differenze strutturali fra uomo e donna che rendono a quest’ultima più difficile avere successo in certi campi. È possibile che in media, le donne manchino di quella aggressività, spavalderia e sicurezza di sé che aiutano ad affermarsi? Credo sia interessante rispondere a questa domanda. Non ci si deve scandalizzare per questa ipotesi, nella vita quotidiana si rimarcano spesso differenze fra i sessi. E c’è chi dice: «Se più donne facessero politica, la politica sarebbe migliore». Ecco, secondo me, proprio per questa diversità fra i due generi“.
E aggiunge che se la colpa è la resistenza degli uomini “è solo questione di tempo, ancora qualche generazione consapevole e la situazione cambierà”. Apriti cielo!

Ancora una volta quegli untori virali che sono i social network hanno gettato benzina sul fuoco e, con nostrana espressione giornalistica, infiamma la polemica. Conoscendo Barbero varrebbe la pena riflettere sulle sue domande, che non sono affermazioni (!). Ma si sa, post e cinguettii non aiutano a porsi domande, tanto meno a riflettere. Lasciamo stare le ruffianate di un noto giornalista che da oltreoceano dice di temere da Barbero “interventi sulla razza”, e la cialtroneria di un politico in auge che lo definisce come uno “storico capace che dice castronerie di proporzioni cosmiche senza vergognarsene”, domandosi pure “cosa stia accadendo agli intellettuali in questo paese. Sembrano diventati tutti Cacciari”. Peccato che il mio collega preside del Mamiani vi abbia preso servizio troppo tardi.

La suscettibilità delle donne su questo tema è nota, e comprensibile. Ma spesso succede che non si comprenda il senso del discorso. È vero, si tratta di una generalizzazione, e più che di “differenze strutturali tra i sessi bisogna soffermarsi sulle diversità sociali e culturali”, consiglia una sottosegretaria. Un’altra parla di “provocazioni”, e “quando queste travalicano i limiti della dignità delle persone e, in particolare delle donne, allora diventano inaccettabili”, auspicando che “certi dirigenti e accademici misogini e ancorati a una visione patriarcale delle aziende e della società” vadano “pensionati per far spazio ad una reale parità salariale e lavorativa“.

Gaia Tortora del TgLa7 dà ironicamente ragione a Barbero: “Le differenze strutturali ci sono. È scientificamente provato. Ma sono nei neuroni. Voleva solo dimostrarlo”. Come dargli dell’imbecille. Altre notano una “gara a chi la spara più grossa”, e Maria Carfagna chiosa con malinconia: “Niente, abbiamo perso pure Barbero”. Perché? A chi apparteneva?

In epoca d’indolenti conformismi e di paranoici anticonformismi, a Barbero dobbiamo riconoscere il coraggio di dire quello che pensa, con garbo e, da accademico, con il sostegno di dati storici. Sull’argomento “Donne nella storia” Barbero ha fatto alcune lezioni online e in presenza, senza mai suscitare polemiche, ma anzi, guadagnandosi l’apprezzamento di molti.

Il fatto è che un argomento così drammatico avrebbe bisogno di tempi e luoghi diversi, e di un pubblico preparato, non quello che cinguetta e sentenzia su tutto.

Riprendo la fionda: che ci siano differenze strutturali è indubbio, pur in questi tempi dove generi e sessi sono alquanto osmotici e sfumati. Questo non è contro le donne.

Non c’è bisogno di aver studiato antropologia per comprendere che molte sovrastrutture culturali continuino ad infettare la struttura dell’umanità, in quasi tutte le epoche, in quasi tutte le parti del mondo.

Per quanto ci riguarda il modello di sviluppo del mondo occidentale non aiuta né le donne a uscire dal ghetto di sante o puttane, né i maschi da quello degli uomini che non devono chiedere mai. Basta guardare la pubblicità: anche le donne che paiono aver raggiunto posizioni di alto livello, finiscono per mostrare gambe lunghissime appena fasciate da minigonne ascellari. E gli uomini? Sempre forti, volitivi e, come dice Barbero, spavaldi e aggressivi.

Ad essere sbagliato è il sistema sociale e culturale che ha la spavalderia e l’aggressività come valori per affermarsi, e questo non può che avere riflessi dal punto di vista strutturale. Tutti noi, donne e uomini, subiamo un continuo e sottile lavaggio del cervello, fin da piccoli, con bambole e pistole, per esempio. Tutti noi sappiamo quanto sia difficile uscire da queste sovrastrutture e quanto le donne debbano faticare ogni giorno per avere successo senza essere spavalde, aggressive e sicure di sé come gli uomini.

Nelle domande di Barbero io leggo invece un’amara considerazione sullo stato delle cose e, nella mediatica levata di scudi di molti, la solita imbarazzante strumentalizzazione di chi fa del vittimismo, rendendolo, di fatto, un tratto del carattere femminile. L’onorevole Concia vede nell’assassino di Elena Casanova, straziata dall’ex compagno, “un esempio di uomini spavaldi che in modo arrogante ha avvisato tutti che avrebbe ucciso questa donna. E lo ha fatto senza che nessuno lo abbia fermato. Spavaldo lui, spavaldo chi non lo ha fermato?“. Ma che c’entra?

È vero. Come io con il bussolotto delle vespe, anche Barbero poteva evitare.

Così la pensa Natalia Aspesi, “ma protestare è l’ennesima perdita di tempo. A me fa piacere non essere aggressiva – continua la Aspesi sull’Huffpost – non lo ritengo un insulto: non so se in quanto donna o in quanto persona educata”. “È vero che siamo diversi. E menomale. Basta osservare il comportamento dei bambini attorno ai tre anni per rendersene conto. Non so dirle perché ma i maschietti giocano alla lotta, mentre le bimbe alla stessa età sembrano più grandi. Li muove un istinto differente, di cui non hanno coscienza. Non so cosa volesse dire Barbero con ‘differenze strutturali’, ma è certo che uomo e donna non sono diversi soltanto dal punto di vista biologico. Purtroppo, le donne hanno la strana abitudine di pensare che se qualcuno dice loro che sono diverse dagli uomini stia sottintendendo che questi siano migliori di loro. È un vittimismo che non riesco a comprendere… Le donne dovrebbero chiedersi cosa fanno come educatrici e cosa fanno in politica“. Alla fine dell’anno scorso su queste pagine avevamo salutato l’avvento di Kamala Harris come una nuova opportunità per il mondo. Le donne afghane che non vogliono obbedire sono ancora lì che aspettano.

Ritratto di Caterina II di Russia, realizzato da V.Eriksen (1766-7, Statens Museum for_Kunst, Denmark). Fu imperatrice di Russia dal 1762 alla morte
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