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Eritrea, il Governo contro le strutture cattoliche

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Nello scorso mese di giugno il regime che governa l’Eritrea ha chiuso 21 strutture sanitarie tra ospedali, cliniche e centri medici, ai quali si devono aggiungere le 8 chiuse l’anno scorso. Un duro atto di violenza nei modi e nella sostanza in un Paese con gravi problemi di sanità, che riceve aiuti finanziari anche dalla Svizzera nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Rosa Antonucci, medico e missionaria laica, ha operato nell’ospedale a Digsa per cinque anni; pubblichiamo un suo editoriale per il Corriere dell’italianità.

Di Rosa Antonucci, medico

“Brutte notizie dall’Eritrea, sembra che chiudano tutto”. È con questo messaggio telegrafico che circa due settimane fa ho appreso quanto stava succedendo in Eritrea, in particolare a Digsa dove ho prestato servizio come medico volontario tra il 2007 e il 2012. Poi giorni col fiato sospeso, tra la rassegnazione di chi sa che se il governo eritreo decide di fare qualcosa non c’è appello che conti, e la speranza lasciata da quel “sembra”. Altre volte le autorità avevano minacciato di sequestrare le strutture cattoliche, in passato avevano chiuso una scuola qua, una clinica là, una volta erano persino venuti a Digsa a fare l’inventario dei beni da sequestrare ma, in extremis il buon senso “sembrava” aver avuto la meglio. Nessun buon senso questa volta a salvare Digsa e gli altri centri sanitari sottoposti a sequestro. Il 15 giugno, i soldati dopo essere entrati ed aver mandato via con la forza i pazienti ricoverati, hanno ingiunto alle suore che gestivano l’ospedale di interrompere ogni servizio, e questo è tutto.

Il primo pensiero è stato per i pazienti, specie quelli cronici, bisognosi di cure continue e controlli periodici. Tra questi i pazienti sieropositivi, informati su due piedi di doversi rivolgere al centro governativo più vicino, Dekhamare, 40 km da Digsa verso nord, quando molti di loro già percorrevano decine di chilometri da sud per raggiungere Digsa. Il secondo pensiero per lo staff, alcuni con cui avevo lavorato. Anche loro buttati fuori su due piedi. Famiglie di dipendenti che avevano scelto di restare in Eritrea e continuare a servire la loro gente, mentre tanti altri scappavano. Poi solo una domanda: Perché?

Smentendo le calunnie secondo cui l’intervento sarebbe stato giustificato da presunti illeciti amministrativi, fonti ufficiali del governo eritreo hanno ribadito che il provvedimento è stato messo in atto semplicemente in osservanza ad una legge del 1995, secondo la quale solo lo Stato può gestire servizi di utilità sociale. Detta così sembrerebbe che i centri cattolici in questione siano spuntati nottetempo e che, una volta rilevata la loro irregolarità, le autorità abbiano giustamente provveduto a ristabilire l’ordine.

Il Signore mi perdoni se gli tolgo l’esclusiva ma, in Eritrea non si muove foglia che il governo non voglia. Nessuna congregazione e nessun vescovo avrebbe mai potuto posare una sola pietra di quei centri senza tutte le autorizzazioni del caso, e molte di più, così come nessun centro, costruito prima del ’95, come l’ospedale di Digsa, avrebbe mai potuto continuare ad operare senza il nullaosta governativo. Perché quei centri sono stati costruiti con l’approvazione dello Stato, in evidente violazione delle sue stesse leggi?

La risposta è ovvia: c’era bisogno. E sì, perché quei centri, lungi dall’essere marginali come qualcuno vorrebbe far credere, erano stati costruiti, nell’intento di chi ha costruito e di chi ha approvato, per integrare i servizi statali lì dove questi ultimi non riuscivano ad arrivare. Nessun biasimo per questo. Nel ’92, quando l’ospedale di Digsa è stato costruito, l’Eritrea usciva da una lunga e sanguinosa guerra d’indipendenza; tutto era da ricostruire, e ciascun singolo cittadino, ciascuna realtà locale ci ha messo del suo. La chiesa cattolica eritrea ci ha messo il servizio ai più bisognosi, proprio della sua identità religiosa, sempre in collaborazione coi responsabili governativi del settore.

Ricordo le sere passate a preparare i report da mandare al distretto, in cui si rendicontavano le attività svolte e si riportavano le tipologie di casi registrati nella settimana o nel mese. Ricordo le visite con la clinica mobile ai 13 villaggi affidati alla sorveglianza del nostro ospedale per le vaccinazioni, la promozione della salute materno-infantile, la prevenzione della malaria… un tassello insieme con gli altri nel piano nazionale di sanità pubblica. Ricordo la collaborazione con i colleghi della NATCoD (l’ente nazionale per il controllo di TB&HIV), rapporti positivi e sereni solo di rado turbati dai venti della politica. Perché ora vogliono che sia diverso? Forse non c’è più bisogno?…

Da quel 1995, c’è stata un’altra guerra, sanguinosissima, seguita da quasi vent’anni di guerra fredda con l’Etiopia e di embargo da parte della comunità internazionale. Le cose sono solo peggiorate. Allora perché? Perché mandare l’esercito per evacuare suore e malati, se l’intento era solo quello di un cambio gestione? Da quel 1995 hanno avuto 24 anni per pianificare il passaggio di consegne, affinché avesse il minimo impatto sul servizio stesso e su quello dei centri governativi vicini che invece sono stati sopraffatti dalla folla di pazienti trasferiti da quelli cattolici. Perché fare tutto in pochi giorni e con la forza, rendendo la chiusura e il disagio inevitabili?

Nel comunicato ufficiale si legge che il governo eritreo intende così salvaguardare la propria laicità. Sono una volontaria laica, nata e cresciuta in un Paese laico, dove coesistono centri sanitari pubblici e centri sanitari privati e tra questi quelli gestiti da enti religiosi. Il cittadino-paziente sceglie a chi rivolgersi e la laicità dell’uno o la religiosità dell’altro rimangono inalterate. In che modo dei centri sanitari, gestiti è vero da enti ecclesiali, ma in tutto e per tutto quel che riguarda il servizio sottoposti alle autorità sanitarie governative, dovrebbero rappresentare una minaccia alla laicità dello stato? È il semplice fatto di esistere l’ingerenza di cui si accusa la chiesa cattolica eritrea? Forse troppo spesso si dimentica proprio l’aggettivo “eritreo”. E allora la chiesa attaccata dal governo eritreo è quella cattolica… Roma, i centri chiusi sono quelli cattolici e basta, come fossero qualcosa di esterno e di estraneo alla realtà eritrea. La chiesa eritrea è certamente parte della Chiesa Cattolica ma è altrettanto certamente espressione del popolo eritreo. Quando la chiesa cattolica eritrea parla, è al popolo eritreo che dà voce. Forse cercare pacificamente di costruire un dialogo col proprio governo può essere qualificato come ingerenza? Non ho mai visto né sentito far politica nella comunità cattolica eritrea, ma ho visto, sentito e toccato con mano un profondo attaccamento al popolo eritreo nel suo insieme, cosa che dovrebbe avvicinare chi quel popolo dovrebbe rappresentare. L’unica volta che ho sentito di cattolici che manifestavano pubblicamente (e pacificamente) davanti ad un ufficio governativo è stato per chiedere la revoca dell’ordine secondo cui suore e preti dovevano partire per il servizio militare. Non si trattava di opere sociali, ma di ministri del culto e religiosi… di chi era l’ingerenza?

Per fortuna la legge eritrea sancisce e tutela la libertà di culto, ma stranamente i manifestanti di cui sopra furono tutti arrestati e dei presunti capi per mesi non si ebbero notizie… Forse anche questa legge è stata dimenticata in qualche cassetto come quella del ’95, ma a differenza di quella, sembra ancora ben lungi dall’essere riscoperta. Le comunità pentecostali non hanno opere sociali, eppure questo non le salva dall’arresto solo per il fatto di riunirsi a pregare. Forse le giovani comunità pentecostali non sono annoverate tra le aventi diritto alla libertà di culto… ma neanche l’appartenere alla chiesa ortodossa, con i suoi 16 secoli di storia, è garanzia di tutela: è di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di 5 monaci, in mancanza di un vescovo – deposto anni fa dal governo, sono loro le guide spirituali della chiesa. Non è per risolvere l’eterno conflitto tra Dio e Cesare, che il governo eritreo ha deciso di “alleggerire” la chiesa eritrea delle sue opere sociali, ma per colpirla in una dimensione fondamentale della sua vita di fede: il servizio al prossimo.

No, lo Stato eritreo non è uno stato laico. Uno stato laico riconosce e tutela tutti i suoi cittadini, credenti e non credenti. Lo Stato eritreo è uno stato ateo che vuole imporre la sua “religione” contro tutte le altre. Il paradosso è che pretende di rappresentare una nazione invece profondamente religiosa, che si esprima nell’Islam o nella fede cristiana con le sue diverse confessioni. E ancora più paradossale è che sia proprio questo sentimento religioso a tenere in vita il governo. Non posso spiegare altrimenti la resilienza del popolo eritreo se non come frutto di una profondissima fede.

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