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Impara l’arte

Alla scoperta di un sistema che supera ogni crisi

Di Giorgio Marini 

In foto Luca Beatrice, ph: Daniele Ratti

Fin dai primi del 900 figurazione e astrazione sono diventate esperienze coeve. Quale preferire? E quale forma oggi possiamo ritenere più contemporanea? La pittura figurativa è ancora in grado di esprimere il senso del presente in un secolo, il XXI, iniziato da oltre vent’anni, che sembra privilegiare altri linguaggi? Sono alcune delle domande poste da Luca Beatrice in Da che arte stai? 10 lezioni sul contemporaneo (Mondadori Electa, Rizzoli Illustrati), dedicato a storie e personaggi che hanno cambiato le regole del gioco, così come a opere irrinunciabili, dal museo alla strada. Un viaggio nel mondo dell’arte contemporanea che spinge il lettore a una riflessione viva, con aneddoti e curiosità che impreziosiscono il volume. Luca Beatrice nasce nel 1961 a Torino. Critico d’arte e curatore, insegna all’Accademia Albertina di Torino, allo IAAD di Torino e allo IULM di Milano. Nel 2009 ha curato il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia. Più di recente si è concentrato su Andy Warhol, Jackson Pollock, Edward Hopper. «La lingua che conosco meglio (e quella che si trova nel libro, ndr) è quella del professore di storia dell’arte», afferma Beatrice nel suo testo. «La prediligo rispetto a quella del curatore e del critico, perché più orizzontale, democratica, trasversale, necessaria e soprattutto più comprensibile».

Da che arte stai? è anche il titolo del primo libro dell’autore pubblicato con Rizzoli dieci anni fa, ma in un’altra prospettiva. Allora si trattava di un saggio di critica militante. Oggi questa versione inedita intende essere un supporto a uso di appassionati del genere. Solo al termine delle dieci lezioni si arriva a un “finale aperto”, alla conclusione per cui l’arte contemporanea è «tante cose insieme; nessuna di esse è prevalente, e bisogna cercare di conoscerle capillarmente tutte, cercare di non fermarsi al passato, tener presente che l’arte è figlia del nostro tempo e che il nostro tempo la potrà assolutamente modificare. E molto rapidamente, proprio come sta accadendo ora».
Beatrice evidenzia come il paragone tra il 2020, un anno che ricorderemo a lungo, e il 1920, esattamente un secolo fa, ci permette di capire che quello di allora era davvero un altro mondo: pensiamo all’Italia alla fine della Prima guerra mondiale, alla vigilia del fascismo, con l’epidemia di spagnola in corso e una situazione sociale, politica ed economica che appare profondamente diversa rispetto a quella presente, anche se alcuni storici hanno sottolineato qualche similitudine con il presente. Sono mesi che il mondo è sconvolto dal Covid-19 che ha cambiato di molto le abitudini delle persone, dalla scuola a distanza allo smart working fino a mostre e musei chiusi a lungo, per rimanere sul tema che stiamo affrontando. Dal 2000 abbiamo attraversato numerose crisi. Traumatico il 2001, con il crollo delle Torri Gemelle in seguito a un attentato terroristico. Si pensi anche al 2008, segnato dal crollo dei mutui sub-prime in America e dal fallimento della Lehman Brothers, che provocò un effetto a catena raggiungendo l’Europa, in particolare l’area mediterranea. Un’impasse – sottolinea l’autore – da cui non siamo mai usciti davvero e che pare farsi sempre più grave con lo stallo economico legato alla pandemia e alla crescita del debito pubblico.

Tuttavia, nonostante le forti contrazioni e la carenza di liquidità, il sistema dell’arte ha sempre tenuto e sempre è andato a cercare nuove soluzioni, come hanno attestato biennali e fiere -quella di Basilea in Svizzera, Artissima a Torino, Miart a Milano, solo per citare qualche illustre esempio-, ma anche aste internazionali, nuovi musei come il Maxxi a Roma, progettato da Zaha Hadid il nuovo spazio del Whitney nel Meatpacking District a New York a cui si è dedicato Renzo Piano. Nei primi vent’anni del 2000 l’archistar ha preso il posto dell’artistar. Pensiamo, poi, all’evoluzione della comunicazione, soprattutto quella visiva, ai tempi dei social. Oggi chiunque sia dotato di uno smartphone è in grado di scattare fotografie e di pubblicarle sui social, in particolare su Instagram. Non è cambiato soltanto il numero di chi “produce” immagini, ma anche il metro di valutazione: attraverso il meccanismo della condivisione conta di più il parere degli amici o dei follower di quello degli esperti. Segnala ancora, Beatrici, che si stanno diffondendo a macchia d’olio realtà per le quali la ricerca, lo scouting dei giovani artisti emergenti, passa più da piattaforme digitali che non dalle riviste di settore. «Gli effetti si dovranno verificare, però paradossalmente, se fosse ancora vivo Andy Warhol, oggi avrebbe un profilo Instagram molto cool e posterebbe i suoi video su TikTok. Tra le generazioni più giovani si fa strada in maniera convincente l’idea di un’arte non banalmente trasferita sui social ma di un linguaggio artistico che nasce proprio da lì», scrive l’esperto. Tanti artisti, a partire dai pittori, ragionano in termini di “instagrammabilità” dei loro lavori. La diffusione attraverso il web, insomma, sta condizionando i linguaggi e sempre più spesso gli artisti non pensano alla produzione di mostre, ma all’opera singola, che va bene sia per Instagram sia per la fiera.

 «Mentre la mostra è il luogo in cui si sviluppa un pensiero finito così come poteva essere il 33 giri di una rock band, oggi le opere sono assimilabili a una serie di singoli proprio come accade su Spotify, dove l’ascolto è veloce, informato ma mai troppo approfondito. Quanto più un lavoro è fotogenico e invoglia il pubblico a immortalarsi di fronte con un bel selfie, tanto più è destinato alla popolarità, e non vuol dire necessariamente che sia di valore o venga poi acquistato dai collezionisti importanti». Spesso Beatrice chiede ai suoi studenti quali siano, per loro, gli artisti di oggi, quelli che hanno conosciuto, le cui opere fanno parte del loro background culturale. Tra i primi nomi che affiorano c’è Marina Abramovic´, che ha fatto diventare pop un linguaggio duro, esclusivo, difficile com’era quello della Body Art e della performance anche attraverso il coinvolgimento di diversi testimonial molto conosciuti dai giovani – per esempio il rapper Jay-Z, la cantante pop Lady Gaga , pronta a buttarsi a capofitto nei dibattiti con le modalità di un opinion leader. Vengono citati anche Ai Weiwei, l’artista cinese che è stato perseguitato dal regime comunista e che su Instagram ha realizzato diversi progetti legati a temi di natura umanitaria; Damien Hirst, ormai non soltanto per il famoso squalo che ormai ha più di trent’anni, ma soprattutto per l’operazione di Venezia nel 2017, Treasures from the Wreck of the Unbelievable, e, naturalmente, Banksy, protagonista di svariate performance-boutade e operazioni di guerrilla, dal parco Dismaland, installazione temporanea del 2015, al quadro Girl with Baloon, battuto all’asta per oltre un milione di sterline, che nel momento dell’aggiudicazione si è autodistrutto. Oggi gli artisti hanno eliminato lo studio in cui un secolo fa operavano in via esclusiva. Il loro lavoro, adesso, tra social, videochiamate e archivi digitali, si svolge al computer. «Perché la loro finestra è il mondo», conclude Beatrice.

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