Intervista al segretario generale del CGIE Michele Schiavone | Corriere dell'Italianità

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Intervista al segretario generale del CGIE Michele Schiavone

Le elezioni dei Comites, tra difficoltà e incertezze

Nonostante la pandemia e le difficoltà a essa connessa, l’agenda politica va avanti e a volte questo non è un bene.
È di questo avviso Michele Schiavone, segretario generale del CGIE, che da mesi invoca da parte del Governo la decisione di rinviare le elezioni per il rinnovo e l’istituzione dei Comites fissate per la fine del 2021 e che abbiamo raggiunto per capire le ragioni della sua richiesta. Per meglio comprendere l’importanza di questi organismi, è opportuno rammentare che essi furono istituiti nel 1985 per rappresentare la collettività italiana. I Comites sono eletti direttamente dai connazionali residenti all’estero in ciascuna circoscrizione consolare, sono composti da 12 membri o da 18 membri e sono organi di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari.
Anche attraverso studi e ricerche, essi contribuiscono ad individuare le esigenze di sviluppo sociale, culturale e civile della comunità di riferimento; promuovono, in collaborazione con l’autorità consolare, con le regioni e con le autonomie locali, nonché con enti, associazioni e comitati   operanti nell’ambito della circoscrizione consolare, opportune iniziative nelle materie attinenti alla  vita sociale e culturale, con particolare riguardo alla partecipazione dei giovani, alle pari   opportunità, all’assistenza sociale e scolastica, alla formazione professionale, al settore ricreativo, allo sport e al tempo libero.
I Comitati sono altresì chiamati a cooperare con l’Autorità consolare nella tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini italiani residenti nella circoscrizione consolare.
A seguito delle elezioni dell’aprile 2015, operano oggi 101 Comites elettivi a cui si devono aggiungere 5 di nomina consolare. I Comitati sono così diffusi: 47 si trovano in Europa, 42 nelle Americhe, 10 in Asia e Oceania e 7 in Africa (fonte: Ministero affari esteri).

Di seguito ecco che cosa ci ha detto Michele Schiavone, segretario generale del CGIE.

Data l’importanza riconosciuta al Comites e, vista l’imminenza del rinnovo dei consiglieri, perché a suo parere sarebbe opportuno rinviare le elezioni?

“I Comites, al pari del CGIE sono strumenti che negli ultimi 45 anni hanno impresso una svolta nella rappresentanza di base della comunità italiana all’estero, soprattutto perché attraverso questi organismi i nostri cittadini possono contare su rappresentanti che dialogano non solo con le autorità italiane ma anche con le autorità locali, laddove essi sono costituiti. In questo lungo periodo di tempo, i Comites hanno indubbiamente avuto diverse stagioni con forte incidenza sulla vita della comunità in tutti gli ambiti e in particolare garantendo la tutela della promozione dei diritti, della formazione, della lingua e cultura italiana. Per tale motivo e in considerazione del ruolo dei Comites possiamo ipotizzare che dopo 18 mesi di pandemia, la partecipazione al voto sarà ancora piu’ complicata. Non solo perché a causa della ridotta mobilità le attività del Comites a partire dal marzo dello scorso anno sono molto diminuite, ma anche perché le modalità di partecipazione delle elezioni sono estremamente macchinose”.

A che cosa si riferisce?

“Mi riferisco in particolare al decreto del 2014 che ha introdotto il meccanismo della partecipazione attraverso l’opzione del voto. Secondo detto sistema gli italiani possono votare per il rinnovo del Comites (elezioni fissate per il 3 dicembre 2021) solo dopo essersi registrati nell’elenco degli aventi diritto al voto. Detta iscrizione va fatta entro 30 giorni prima della data delle elezioni. Ed è soltanto ai soggetti registrati verrà recapitato il plico per votare. Ora, quello che è già un meccanismo criticabile, potrebbe determinare una totale debacle per queste elezioni. Basta pensare alle difficoltà che potrebbe incontrare un nostro connazionale che vive in America Latina. In detti Paesi ove la situazione pandemica è molto critica, il meccanismo di voto cosi’ come lo abbiamo oggi, rischia non solo di limitare la presentazione delle liste che devono essere firmate da un numero preciso di sottoscrittori e aderenti alla lista ma rischia di azzerare la partecipazione complessiva. Questo impatterebbe inevitabilmente anche sulla credibilità degli eletti, visto che nell’aprile 2015, a differenza della penultima partecipazione il tasso degli elettori partecipanti passò dal 35,6% al 3,6%. Questo crollo verticale della partecipazione non è mai stato discusso perché non c’è stata nè l’autocritica da parte del Ministero degli Affari Esteri nè la volontà di valutare le istanze riformistiche giunte dagli organismi che rappresentano gli italiani all’estero. Lo stesso CGIE nel 2017 ha approvato 2 testi di riforma sia del Comites che di sé stesso perché è evidente che bisognava superare quei limiti adeguando le necessità anche di una nuova rappresentanza delle nostre comunità con strumenti nuovi che potessero facilitare e coinvolgere non solo nel momento elettorale ma anche nella vita quotidiana della nostra comunità più organizzazioni, più soggetti, enti ed associazioni. Senza contare le difficoltà legate alla iscrizione alle liste dei soggetti votanti. Fast.it, il portale che bisogna usare per registrarsi e quindi ricevere il plico per votare per il Comites, dà spesso problemi di funzionamento”.  

Lei riferisce di due testi di riforma del 2017. Cosa è successo in questi 4 anni?

“Il CGIE, forte dei dati del 2015, ha cercato di rappresentare ai Presidenti di Camera e Senato e ai Presidenti della Commissione Affari Esteri di Camera e Senato le difficoltà delle elezioni del Comites cosi’ come organizzate e l’effetto domino sul valore dello stesso organismo ma è chiaro a questo punto che è mancata la volontà politica di riformarlo. Senza contare che in 5 anni si sono avvicendati ben 6 governi. A mio parere, le nostre proposte sono state a lungo ignorate anche per la difficoltà dei singoli parlamentari eletti nella circoscrizione estero; molti dei quali non hanno maturato una esperienza pregressa all’interno di organismi rappresentativi come il Comites e il CGIE. Ecco che il meccanismo elettorale unitamente alla inesperienza dei singoli parlamentari non tengono il passo con i cambiamenti avvenuti nelle comunità italiana all’estero, cresciuta al contrario in maniera esponenziale e che necessita di una evoluzione di qualità rispetto ai modi in cui gli organismi la rappresentano. Negli ultimi dieci anni è, infatti, profondamente cambiata la composizione delle comunità degli italiani all’estero che stanno vivendo un massiccio influsso di esponenti della mobilità insieme a rinnovate fasce di espatriati per ragioni tradizionali. Questi movimenti di concittadini si sono diretti sia verso Paesi di antica accoglienza che verso nuove destinazioni, in particolare in Asia e Medio Oriente, creando realtà che presentano esigenze diverse e richiedono assistenza specifica. Ed ecco il motivo per cui dal marzo 2016 abbiamo avviato una indagine chiedendo ai 101 Comites, nonchè alle associazioni, Patronati, Enti e Organizzazioni italiane presenti nel mondo di suggerire delle proposte per la riforma del Comites e del CGIE. Questi documenti sono stati trasmessi ai diversi referenti parlamentari e di governo ma, ad eccezione della costituzione della bicamerale degli italiani nel mondo, nulla è stato recepito”.

A suo parere il rinvio delle elezioni per il rinnovo del Comites è necessario per attuare dette riforme?

“Certamente, perché i Comites hanno bisogno di aperture e di essere responsabilizzati per diventare soggetti attivi della promozione integrata del sistema Italia”.

Quindi prima delle lezioni andava affrontato il problema della modifica del Comites, tanto piu’ che nel marzo di quest’anno, il testo di riforma proposto in Parlamento da Massimo Ungaro e da Fucsia Nissoli ed è stato recepito nella sua quasi totalità. Per questo motivo, varrebbe la pena aspettare e rinviare il tempo necessario per consentire al nuovo Comites di operare secondo la riforma approvata. Che, ripeto, è stata una riforma corale, frutto dell’ascolto e della osservazione non solo delle evoluzioni della nostra comunità ma dei suggerimenti di tutti gli organismi che a vario titolo la rappresentano. Allora se queste sono le condizioni visto che si è partiti varrebbe la pena aspettare anche per estendere il voto elettronico che ad oggi è solo un esperimento. Per le prossime elezioni il voto elettronivo sarà possibile solo in 12 circoscrizioni e la partecipazione e il voto stesso saranno espressione di un test per tarare il funzionamento. Il voto risultante in quelle 12 circoscrizioni non verrà contabilizzato come il voto normale”.

Che cosa prevedono le riforme dei Comites da voi proposte?

“Dai primi Co.Em. It, istituiti nel 1985 e votati a partecipazione diretta si è fatta molta strada. Oggi è stato introdotto il voto per corrispondenza, ristretto a chi desidera partecipare ma che di fatto penalizza la partecipazione. Il CGIE ha chiesto, tra le varie modifiche, il ripristino del voto universale e la modifica della partecipazione elettorale e per questo obiettivo è prevista una spesa identica a quella prevista per le elezioni legislative: circa 20 milioni di euro.

Con il meccanismo di attuale (vota chi si registra sul portale del Consolato), il governo ha stabilito per elezioni del Comites una spesa di 9 milioni di euro di cui 1 milione riservato alla sperimentazione del voto telematico. È chiaro che con 8 milioni di euro il Ministero degli Esteri non è in condizione di garantire la partecipazione di tutti gli aventi diritto al voto. Le nostre richieste di riforma che sono in dirittura di arrivo sono necessarie se si pensa che i Comites sono fondamentali per riassumere e rappresentare le idee e le necessità delle comunità italiane nel mondo e poi promuoverle”.

E se il rinvio delle elezioni per il rinnovo dei Comites non dovesse esserci?

“I Comites, e questo è certo, sono uno strumento da modificare e riformare. Essi stessi si devono rigenerare aprendosi alle comunità e al mondo ove sono insidiati così da diventare l’emblema di un modo di presentare l’italia in modo istituzionale. Il CGIE ha fatto quanto in suo potere per sensibilizzare del Governo sulla necessità di un rinvio in vista della modifica dello stesso Comites. A questo punto, se gli appelli dovessero rimanere inascoltati, non possiamo che ritenere il Ministero degli Affari Esteri responsabile di quella che molto probabilmente sarà una sconfitta per la rappresentanza e la rappresentatività di 5 milioni di italiani che vivono all’estero”.

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Paola Fuso

Nata a Cutrofiano (Le), ha conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso la Fondazione Marco Biagi a Modena specializzandosi in diritto del Lavoro e delle Relazioni Industriali. Esperta di lavoro ... Vedi profilo completo

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