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Italianità e appartenenza

L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. Giorgio Gaber

Se pensiamo al concetto di italianità, e andiamo a ricercare il suo significato, nel vocabolario Treccani, scopriamo che:

italianità s.f. [ der. di italiano]. L’essere conforme a ciò che si considera peculiarmente italiano o proprio degli Italiani nella lingua, nell’indole, nel costume, nella cultura, nella civiltà. La coscienza di sentire l’appartenenza alla civiltà, alla storia, alla cultura e alla lingua italiana.

Un concetto che contribuisce a definire la relazione tra una persona e la struttura di un dato sistema sociale.

Siamo soliti indicare l’Altro come appartenente a un determinato gruppo culturale o religioso, un’associazione, una comunità, una categoria socioprofessionale, un ceto o una classe sociale.

Spesso indichiamo l’appartenenza ancora prima di conoscere l’Altro.

Come dice Gaber l’appartenenza non è apparenza ma è avere gli altri dentro di sé, qualcosa quindi di molto concreto, qualcosa che ci porta a scegliere di essere e forse ci “obbliga” anche a tentare di rispondere alla domanda “chi siamo”.

In apertura al suo discorso rivolto ai laureandi del Kenyon College, Davis Foster Wallace racconta una storiella: due giovani pesci, lungo il loro percorso, incontrano un pesce più anziano che va nella direzione opposta, quest’ultimo li saluta e chiede loro come trovino l’acqua del giorno; i due pesci giovani proseguono imperterriti senza dargli alcuna risposta, dopo un po’ uno dei due si volta verso l’altro e gli chiede: ma cos’è l’acqua?

Il concetto di italianità era, per me, ben diverso quando vivevo in Italia. Oggi mi capita di interrogarmi spesso sul significato di questo concetto, di come è mutato nel tempo e di come io sono cambiato e cresciuto, pertanto mi interrogo ancora prima dell’appartenenza del significato di italianità.

Quando si perde il senso di appartenenza ci si può sentire abbandonati in vita, senza riparo. La Filosofa Maria Zambrano descrive questo stato del sentire come la condizione propria dell’esiliato. Una situazione più misteriosa fra tutte quelle che si verificano nella condizione umana. In essa infatti l’essere si scopre, viene allo scoperto, torna al grado zero del puro stare in vita, del semplice vivere rinchiusi col proprio essere, soli nell’inferno del tempo, che batte sul posto senza poter passare.

In questa radicale epochè (situazione in cui “è sparito il mondo, ma il sentimento che ci radica in esso, no”, scrive Zambrano) riemerge nella sua forma più tragica quel “sentire originario” che è l’a priori di ogni sentire: sentire il puro e semplice “esser-qui”, sentire il “ci” del proprio esser-ci, la sua misteriosa ragione, la nostra sconosciuta presenza. Forse la sola appartenenza a sé stessi.

Ma sappiamo che la nostra identità non la scopriamo e non la costruiamo stando isolati, oltre al dialogo con noi stessi abbiamo bisogno di dialogare con altre persone. Come scrive Habermas: “la mia identità dipende in modo cruciale dalle mie relazioni dialogiche con altri”. Noi definiamo sempre la nostra identità dialogando, e qualche volta lottando, con le cose che gli altri significativi vogliono vedere in noi, e anche dopo che ci emancipiamo da questi altri, ad esempio i nostri genitori, ed essi scompaiono dalla nostra vita, la conversazione con loro continua, dentro di noi, finché esistiamo. Il legame familiare si configura come il fondamento primigenio del sentimento di appartenenza, che si stabilisce nelle relazioni interpersonali e che si proietta su alcune forme di organizzazione della vita sociale.

Le relazioni sociali che si vivono nella quotidianità sono anche l’espressione di un nostro fondamentale bisogno di sentirci pienamente membri della collettività. Ognuno di noi ha il bisogno di un riconoscimento ma anche di un auto riconoscimento all’interno di una collettività e di un territorio.

Seattle, capo pellerossa della tribù Suquamish, rispose nel 1853 alla richiesta, avanzata dal presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce, di consegnare al governo federale il suo territorio: “Qualsiasi cosa accada alla terra, presto accadrà ai figli della terra. Se l’uomo sputa sul terreno, sputa su sé stesso. Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, l’uomo appartiene alla terra […] L’uomo non ha tessuto l’ordito della vita, lui non è che un filo. Qualsiasi cosa faccia all’ordito, la fa a sé stesso. […] Contaminate il vostro letto e soffocherete, una notte, nei vostri stessi rifiuti. Dov’è la boscaglia? Scomparsa. Dov’è l’aquila? Scomparsa. La fine della vita è l’inizio della sopravvivenza”.

La citazione, che potrebbe sembrare soltanto un ammonimento ecologico, è anche appropriata per una riflessione sull’appartenenza e, in particolare, sulle condizioni del venire meno di un preciso sentimento di appartenenza. Il significato fondamentale è palese e non di poco conto: perdere la propria terra segna per un popolo la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza.

Il senso di appartenenza si sviluppa quando si instaura una corrispondenza tra il ritenere se stessi appartenenti a un gruppo e il ritenere il gruppo appartenente a sé.

L’appartenenza dev’essere biunivoca. Solo così saremo realmente in presenza di un sincero senso di appartenenza. Se io sento che anche il gruppo mi appartiene, allora è sicuro che non farò mai nulla per nuocergli, perché così facendo, altrimenti, nuocerei gravemente a me stesso. Non l’apparenza, ma l’appartenenza autentica.

Come scrive il noto Psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati in “Il complesso di Telemaco”:

Il movimento dell’ereditare si situa sul bordo tra la memoria e l’oblio, tra la fedeltà e il tradimento, tra l’appartenenza e l’erranza, tra la filiazione e la separazione. Non l’uno contro l’altro, ma l’uno nell’altro, l’uno avvitato nel legno duro dell’altro”.

 

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Paolo Cicale

Nato in Lucania nel 1963. Ha studiato Filosofia, Bioetica e Pratiche filosofiche. Titolare a Lugano dello studio praxis etica e filosofia. Interessato agli aspetti etici e filosofici della relazione c ... Vedi profilo completo

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