La libertà di pensiero è più forte della tracotanza del potere | Corriere dell'Italianità

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Cultura

La libertà di pensiero è più forte della tracotanza del potere

di Alessandro Sandrini

Il servilismo è corruzione contraria alla libertà e dignità umana”, e Giordano Bruno fu un uomo libero che riaffermò la sua libertà fino alla fine.  La sua vita, il rifiuto di abiurare le sue tesi e la sua orribile morte sono una concreta testimonianza di questo imperativo categorico. La sua statua in Campo dei fiori a Roma sta lì a ricordarcelo. 

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Filippo Bruni, nato a Nola nel 1548 da famiglia modesta, poté imparare a leggere e scrivere. Dal 1562 al 1565 frequentò l’università di Napoli, dove studiò lettere, logica e dialettica con Giovanni De Colle – aristotelico, seguace del filosofo Averroè e antiumanista – e filosofia con l’agostiniano Teofilo da Vairano. La lettura di un trattato di Pietro Tommai lo spinse a dedicarsi allo studio dell’arte della memoria. 

A 15 anni, preso il nome di Giordano, entrò nel convento domenicano, scelta non certo determinata dal desiderio di difendere la fede, quanto per la possibilità di continuare gli studi filosofici protetto dall’abito talare di un ordine potentissimo. Nel 1573 celebrò la sua prima messa nel convento di san Bartolomeo a Campagna, presso Salerno, a quell’epoca appartenente ai principi Grimaldi di Monaco. Nel1575 si laureò in teologia su Tommaso d’Aquino e Pietro Lombardo.

Il chiostro tuttavia non era un’oasi di santità: il convento fu diverse volte implicato in processi per omicidi, furti e scandali sessuali. Questo fu forse uno dei motivi che indussero Giordano a disprezzare il mondo corrotto, ipocrita e depravato dei frati che fu poi di ispirazione per la sua commedia il Candelaio, pubblicata a Parigi nel 1582 sotto la protezione del re di Francia.

Presto cominciò a esprimere i propri dubbi sui dogmi della Chiesa, tanto che nel 1576 fu costretto a lasciare Napoli. Iniziarono così le peregrinazioni in Italia, in Svizzera dove aderì al calvinismo, poi a Parigi chiamato dal re Enrico III. Nel 1583 fu in Inghilterra, dove conobbe la regina Elisabetta, e a Oxford come insegnante. Poi ancora in Francia, in Germania e a Praga. Nel 1591 Bruno si trovava a Francoforte quando il nobile veneziano Giovanni Mocenico (1558 -1623) lo invitò a Venezia per essere educato alla dottrina della memoria. 

Venezia era tra gli stati più liberali in Italia, e la situazione politico-religiosa in Europa pareva tranquillizzarsi. Inoltre presso l’Università di Padova era vacante la cattedra di matematica, e questo poteva essere il luogo adatto dove esporre e sviluppare le sue teorie. Fatalmente Bruno accettò l’invito: il Mocenico non rimase soddisfatto degli insegnamenti del filosofo nolano e, incapace di comprendere il livello della filosofia di Bruno, nel maggio del 1592 lo tradì, denunciandolo all’Inquisizione come eretico per avergli sentito dire che è “bestemmia grande quella dei cattolici di dire che il pane diventa carne; che lui è nemico della Messa; che nessuna religione gli piace; che Cristo fu un tristo figuro; e che faceva miracoli apparenti; e ch’era un mago. Ha detto che la Vergine non può aver partorito; che la nostra fede cattolica è tutta piena di bestemmie contro la maestà di Dio; che bisognerebbe togliere la parola e i soldi ai frati perché imbrattano il mondo; che sono tutti asini; e che le nostre opinioni sono dottrine da asini…”.

Per Giordano Bruno, che vedeva un universo infinito fatto di infiniti mondi, coincidente con Dio stesso, nel quale coincidono Natura, Libertà e Necessità, Volontà e Potenza, la Chiesa di allora non poteva che essere un’ipocrita istituzione dedita a mantenere un potere corrotto basato su dogmi indiscutibili e sulla violenza, sul servilismo che alimenta la corruzione e il male.

Bruno fu processato a Venezia e poi a Roma, e dopo sette anni di orribili torture, fu condannato e arso sul rogo come eretico, in Campo dei Fiori il 17 febbraio 1600. 

Per salvarsi avrebbe potuto fare come Tommaso Campanella che si finse pazzo, o come Galileo Galilei che, processato e condannato dal Sant’Uffizio, fu costretto nel 1633 ad abiurare le sue tesi. In realtà, le tesi di Galileo sarebbero state ben presto confermate dai fatti. Ma la visione di Dio Universo Infinito, Unità di Spirito e Materia immanente nel Tutto era così indimostrabile e soprattutto intollerabile, che solo un estremo sacrificio poteva tenerla viva e divenire un incubo persistente per la Chiesa.

Michele Ciliberto, professore di Storia della Filosofia moderna alla Scuola Normale Superiore di Pisa, ne Il sapiente furore, ripubblicato recentemente da Adelphi, ha ripercorso la vita e l’opera di Giordano Bruno, scandagliando il pensiero di questo pensatore che fu come una luminosa e dirompente scheggia nel granitico e oscuro corpo millenario della Chiesa della Controriforma. 

Emblema della libertà: rivolto ai giudici che avevano pronunciato la sentenza, Giordano Bruno disse: “Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”.

 

In effetti, l’orribile vicenda di Giordano Bruno lo rese un emblema della libertà di pensiero che permane inalterato nella cultura occidentale come valore in sé, come assoluto rifiuto di sottomettersi al ricatto dell’ipocrita servilismo e della violenza, perché la verità è un valore in sé e va difesa,  e per essa bisogna battersi al di là di ogni principio di ricompensa. Questa è la vera dignità umana.

Le sue peregrinazioni per l’Europa, la sua inarrestabile curiosità verso tutti gli aspetti del pensiero e della cultura, fanno dell’opera di Bruno un mirabile ed eccitante affresco di neoplatonismo, misticismo, panteismo, magia, pratiche mnemotecniche, teorie cabalistiche ed astronomiche.

Per lui la materia era viva e attiva nell’infinitùdine di un universo di infiniti mondi, dove ogni creatura, parte di un’anima universale, si reincarna in altra forma dopo la morte.

Se è comprensibile che per questo la Chiesa lo abbia condannato e messo al rogo, alla nostra sensibilità pare orribile che il suo seguace e colto patrizio veneziano Giovanni Mocenigo, incapace di comprendere il livello e le implicazioni visionarie della filosofia di Bruno, abbia potuto tradirlo, sapendo la fine a cui il filosofo sarebbe andato incontro. Lo tradì denunciandolo per ben tre volte, entrando a pieno titolo nella storia come un esempio della stupidità che partorisce la volontà di fare il male. 

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