L’architetto e l’identità di un territorio | Corriere dell'Italianità

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Cultura

L’architetto e l’identità di un territorio

di Andrea Foppiani

Ricordando Luigi Snozzi

Ci ritroviamo in Piazza del Sole, a Bellinzona. Stiamo ripercorrendo con lo sguardo le forme rigorose imposte da Livio Vacchini sulla superficie della piazza, tendendo infine verso l’alto, le rocce, il castello. Probabilmente non pensiamo che questo luogo, come ogni angolo di città e paesaggio attorno a noi, potrebbe avere seguito sorti differenti. Per esempio avrebbe potuto prendere forma secondo i tratti della matita dell’amico, collega ed ex collaboratore Luigi Snozzi, architetto radicale, progettista sensibile e indomito rivoluzionario, silenzioso pescatore sulle rive del Lago Maggiore, scomparso al termine di questo travagliato 2020.

Luigi Snozzi (Mendrisio, 1932 – Minusio, 2020) ha dedicato la sua vita all’immaginazione di un’architettura e di una città a misura della contemporaneità, non quella della globalizzazione e dell’omologazione, piuttosto quella della democrazia e del rispetto dell’identità e delle peculiarità di ogni luogo. Tutt’altro che un nostalgico, Snozzi ha sempre creduto, in 88 anni di vita e più di mezzo secolo di attività, che quest’epoca, al contrario delle precedenti, non fosse stata ancora capace di dare forma alla propria città, una città democratica. Proprio da questo principio sono maturati tanto i suoi progetti quanto il suo impegno politico, due diverse ricerche frutto della stessa coscienza morale. 

Luigi Snozzi non è mai stato, ne ha mai voluto diventare una star dell’architettura internazionale, al contrario ha sempre amato riconoscersi come architetto della resistenza. Il resistere di un’architettura disegnata in rapporto al contesto, il resistere di un pensiero tradotto dalla traccia della matita su un foglio di carta, il resistere di una sensibilità in grado di cogliere le poche questioni fondamentali alla base di un progetto. Decenni di ricerca, con numerosi progetti realizzati soprattutto nel suo Canton Ticino e ancor più numerosi studi, disegni e proposte visionarie rimaste su carta, hanno valso a Snozzi il titolo di capofila della cosiddetta nuova Scuola ticinese di architettura, collaborando a partire dagli anni Settanta, con colleghi come Aurelio Galfetti, Livio Vacchini, Mario Botta. 

L’affezione per il tema della città, percepita come quel contesto fatto di complesse dinamiche con le quali ogni progetto di architettura non può fare a meno di confrontarsi, è uno dei capisaldi più chiari dell’opera di Snozzi, anche quando progetta ville unifamiliari sui pendii delle vallate ticinesi; poiché il dialogo tra forma costruita e luogo è imprescindibile, in quanto alla base di continue trasformazioni sociali e paesaggistiche, sia in un denso centro abitato che lungo una scarpata erbosa.

A raccontare la personalità e le convinzioni di Luigi Snozzi sono due opere emblematiche della sua carriera nella Svizzera italiana: l’esperienza di Monte Carasso e la realizzazione di casa Kalmann a Brione sopra Minusio. A Monte Carasso tutto nasce dalla necessità di dare un centro al villaggio, in modo da contrastare il rischio di un’espansione sparpagliata e insensata rispetto alla storia del luogo e al territorio. Negli anni, alla scuola realizzata nell’ex-convento si aggiungono altri progetti di spazi pubblici e privati, che portano alla rinascita del tessuto storico del borgo sotto una pelle di calcestruzzo a vista. L’operato dell’architetto segue sempre un criterio di attenta conoscenza del luogo oggetto di trasformazione, in cui quanto viene mantenuto e quanto viene di volta in volta sostituito o modificato, è oggetto di attente valutazioni, volte a preservare il dialogo tra le parti, in una logica di vigile attenzione alle dinamiche del territorio.

Casa Kalmann nasce invece al di fuori di un centro abitato consolidato, ma non per questo nega le sue relazioni profonde con tutto ciò che la circonda. Il calcestruzzo la salda alla ripida superficie orografica dalla quale si erge e dà forma ad una composizione di volumi solcati da tagli netti e linee tese orizzontalmente e verticalmente, con l’unico scopo di dare vita ai presupposti fondamentali dell’abitare: luce, aria, spazio. Le aperture portano dentro alcune viste predilette, mentre escludono quel disordinato insieme di costruzioni che Snozzi lottò tutta la vita per contenere, contrapposto ad uno sviluppo urbano di qualità, frutto di scelte logiche e non di freddi parametri urbanistici, che egli spesso intenzionalmente contravvenne.

Il lascito di Luigi Snozzi agli architetti, ai pianificatori, agli studenti e alla società tutta è contenuto in questi e in altri esperimenti, frutto di una conoscenza e di una lotta per affermare un miglioramento grazie ai materiali su cui l’abitare si fonda: calcestruzzo e vetro, ma anche uomini e donne in carne ed ossa.

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