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Le donne possono avere successo, in Italia e in Svizzera, se non hanno paura di fare carriera

la dottoressa Maria Concetta Di Paolo

Emigrate eccellenti. L’intervista alla dottoressa Maria Concetta Di Paolo, che per lavoro si divide tra il Bel Paese e il Paese elvetico

di Maria Moreni

Donne e carriera: che cosa frena l’affermazione femminile in campo professionale? È rallentata solo da ostacoli esterni o, talvolta, anche da una mancata autolegittimazione delle dirette interessate? Ne abbiamo parlato con la dottoressa Maria Concetta Di Paolo, componente della Commissione Pari Opportunità, Presidentessa del Circolo Acli A. Grandi di Basilea, fine conoscitrice del mondo elvetico e di quello tricolore.

Come e quando è avvenuto il suo incontro con la Svizzera? 
«Il mio primo incontro con la Svizzera è avvenuto all’età di 9 anni, a Zurigo, dove ho frequentato dapprima la Casa d’Italia, poi la Scuola media “E. Fermi” ed infine il Liceo linguistico “P. M. Vermigli”, quest’ultimo fondato l’anno precedente al mio ingresso al liceo. Una sperimentazione scolastica felice che mi ha permesso di frequentare serenamente l’università in Italia e di entrare nel mondo accademico. Dalla laurea in poi, la mia vita è stata sempre costellata da un andirivieni proficuo e stimolante tra l’Italia e la Svizzera. Ho conseguito il dottorato di ricerca all’università di Zurigo e vi ho lavorato per diversi anni con un assegno di ricerca, continuando però ad insegnare in ambito accademico anche sul territorio italiano. Vivo stabilmente in Svizzera dal 2007 ma due anni fa, nel 2021 sono stata nuovamente chiamata in Italia ad occuparmi di formazione, questa volta con l’incarico di Presidente del Consiglio di Amministrazione di una Scuola Civica Musicale che sta assumendo la veste di un centro di formazione polivalente. Un lustro fa circa, da filologa germanica, ho avviato un progetto di ricerca con la sezione di Italianistica dell’Università di Leiden, che ha lo scopo di redigere un vocabolario comparato della parlata alemannica usata nell’isola linguistica di Issime (Valle d’Aosta). Ultimamente ho deciso di mettere a disposizione della comunità degli italiani a Basilea le mie caratteristiche umane e professionali, entrando su nomina a far parte della commissione Volontariato, Beneficenza e Pari Opportunità (Comites) e assumendo la presidenza del circolo Acli “A. Grandi”. Attraverso questi ultimi incarichi ho l’opportunità di quello di poter condividere le mie esperienze e realizzare progetti in ambito sociale». 

La dott.ssa Maria Concetta Di Paolo durante l’incontro su “Donne ed emigrazione”, che si è svolto all’ACLI di Wohlen

Da un recente report della Commissione federale per le questioni femminili emerge che, dalla scuola dell’obbligo alla formazione professionale, le ragazze e le giovani donne continuano ad affrontare disuguaglianze strutturali e discriminazioni. Nota differenze sostanziali rispetto a una decina di anni fa? 
«Le donne continuano a essere nettamente sottorappresentate a tutti i livelli della politica svizzera. Dopo l’emancipazione giuridica e le conquiste democratiche, la strada per raggiungere la piena parità deve continuare, è evidente! Se pensiamo che per molto tempo le donne sono state escluse da certe professioni, come quella di avvocato, ad esempio, e solo dopo l’introduzione del suffragio femminile le donne hanno avuto accesso alla carica di giudice. Quante battaglie hanno condotto le donne per raggiungere questi risultati e quanto efficaci sono stati i movimenti, le organizzazioni e le associazioni femminili che hanno dato forza, impulso e struttura associativa alle poche donne che hanno ricoperto cariche istituzionali. Le donne hanno lottato, sempre! Ricordiamo una data recente, emblematica perché molto vicina a noi, quella del 14 giugno 2019, in cui più di mezzo milione di donne parteciparono allo sciopero nazionale per chiedere maggiore partecipazione alla vita sociale e politica, maggiore riconoscimento e più rispetto. Precedentemente, lo stesso giorno del 1991, le donne avevano ottenuto l’iscrizione della parità di genere nella Costituzione federale. In un lasso di tempo molto breve sono stati raggiunti molto traguardi, senza dubbio, ma c’è ancora molto da fare. La disparità salariale è tuttora un problema, e gli stereotipi di genere restringono ancora il campo di scelta per la vita professionale a disposizione di ragazze e ragazzi. A tal proposito citerei l’Agenda 2030, il documento programmatico per uno sviluppo sostenibile a cui sono chiamati tutti i paesi dell’Onu. Tra gli obiettivi che la Svizzera è tenuta a raggiungere quello più pertinente alla nostra tematica è il numero 5, il quale mira a “ottenere la parità di opportunità tra donne e uomini nello sviluppo economico, l’eliminazione di tutte le forme di violenza nei confronti di donne e ragazze e l’uguaglianza di diritti a tutti i livelli di partecipazione”. Ecco questi sono segnali molto importanti che ci danno evidenza di come lo Stato elvetico sia partito tardi ma abbia voglia di recuperare il tempo perduto!».

Cosa si può fare per rimuovere certe discriminazioni e certi stereotipi persistenti? 
«Oggi le donne svizzere sono attive in vari settori e occupano ruoli dirigenziali, tuttavia permangono come già detto, ancora diverse sfide da affrontare per raggiungere una parità piena. Le istituzioni educative, le organizzazioni e la società nel suo complesso devono svolgere un ruolo importante nel creare ambienti inclusivi, promuovendo la cultura del sostegno. Penso ad esempio a quanto potrebbe essere incisiva, sul futuro delle donne, un’educazione finanziaria in età precoce. È fondamentale che si potenzi la formazione all’insegna del rispetto della propria indipendenza e della piena consapevolezza delle potenzialità. Creare il proprio percorso mirando alla propria autonomia finanziaria è importante, parlare di soldi non è una vergogna! Noi donne trattiamo raramente questo tema conferendogli la giusta dimensione, perché indirettamente subiamo ancora lo stereotipo che sia l’uomo a doverci pensare…».   

Sull’attuale scenario culturale incide il fatto che in Svizzera le donne abbiano avuto di diritto di voto relativamente tardi? 
«Sì, sicuramente il fatto che le donne abbiano ottenuto il diritto di voto decisamente tardi rispetto ad altri paesi può aver avuto un impatto sull’attuale scenario culturale del paese, dal momento che solo nel 1991 è stato raggiunto il diritto di voto cantonale in tutti i cantoni. Questo ritardo può aver contribuito a perpetuare tradizioni culturali e ruoli di genere tradizionalmente radicati nella società svizzera e di conseguenza può aver influito sul modo in cui le donne sono state percepite e trattate nella sfera politica, economica e sociale. L’assenza di rappresentanza politica nel passato ha sicuramente contribuito ad acuire la mancanza di prospettive e di voci femminili nelle decisioni sia in politica che nelle rappresentanze istituzionali. L’enfatizzazione degli stereotipi di genere trae origine proprio da questo ritardo». 

La lotta alla discriminazione e agli stereotipi non dovrebbe essere rivolta solo all’esterno. A volte le donne in primis dovrebbero acquisire maggiore consapevolezza delle proprie potenzialità e risorse, delle proprie opportunità e dei propri diritti. È d’accordo?
«Sì, esistono comportamenti conflittuali, a volte persino autosabotanti che possono verificarsi fra le donne stesse, donne che sono in costante competizione, che addirittura provano “ostilità” nei confronti delle donne. Non è raro osservare situazioni in cui le donne siano critiche, “giudicanti” e competitive fra loro, anziché sostenersi reciprocamente. Ciò’ può essere influenzato da vari fattori, come la competizione per le risorse limitate o la stereotipizzazione di genere applicata nel giudizio. Per intervenire su questi comportamenti è essenziale promuovere la consapevolezza e l’educazione riguardo all’uguaglianza di genere. C’è ancora molta strada da fare. Le cito ad esempio uno studio recente che ha dato risultati sorprendenti sulla necessità di intervenire ancora sull’educazione delle ragazze. Un’indagine, condotta dalla professoressa di economia Margit Osterloh e la sociologa Katja Rost -che sono state incaricate dall’Università di Zurigo- ha l’obiettivo di comprendere la condizione delle donne nel mondo accademico attuale, di indagare, cioè, sul perché le donne siano fortemente sottorappresentate nelle posizioni accademiche di vertice.  L’indagine ha messo in evidenza dinamiche interessanti sul motivo per il quale le donne fanno meno carriera all’università e coloro che occupano posizioni più elevate all’interno dell’università sono meno numerose delle studentesse. Infatti, si registra che quasi il 60% degli studenti è di sesso femminile, ma tra i professori le donne non arrivano al 30%. Il risultato che è emerso dall’indagine è decisamente spiazzante. Il dato più importante è che le studentesse hanno poche o nessuna ambizione di carriera e la loro immagine di composizione familiare è ancora piuttosto conservatrice. Le intervistate preferiscono avere un partner più anziano e che abbia maggior successo di quanto auspicano per loro stesse; se diventassero madri, preferirebbero lavorare part-time, e l’uomo dovrebbe occuparsi di garantire il reddito principale. È interessante notare che il fenomeno è molto più diffuso nelle materie a prevalenza femminile che in quelle a prevalenza maschile. Se più del 70% degli studenti di un corso di laurea appartiene allo stesso sesso, gli autori dello studio parlano di materie a prevalenza femminile o maschile. Le prime includono, ad esempio, scienze dell’educazione, medicina veterinaria, psicologia e inglese. Matematica, informatica e fisica sono invece a prevalenza maschile. Le autrici ipotizzano che le donne che studiano materie a prevalenza femminile abbiano meno successo professionale perché sono più inclini all’immagine della famiglia tradizionale e quindi hanno meno ambizioni di carriera, sottoponendo loro stesse inconsapevolmente al fenomeno di “Leaky pipeline” perché de facto le ricercatrici Osterloh e Rost non sono riusciti a trovare alcuna discriminazione effettiva nel mondo accademico; il problema è ancora molto profondo di quanto crediamo…».

A una giovane italiana consiglierebbe di emigrare in Svizzera per valorizzare al meglio le proprie competenze professionali? 
«La scelta di emigrare in un altro paese per valorizzare le proprie competenze professionali dipende da numerosi fattori. Sicuramente la Svizzera è considerata un paese con un’economia e un assetto politico-amministrativo stabili e offre buone opportunità di lavoro. Nonostante in Svizzera ci sia stato un ritardo nel riconoscimento del diritto al voto delle donne, abbiamo assistito nell’ultimo trentennio a progressi significativi verso l’uguaglianza di genere e la partecipazione delle donne nei ruoli manageriali e istituzionali di rilievo. Credo che attualmente in questo paese si respiri un’aria sana, un’aria in cui le donne si sentono generalmente ben supportate, valorizzate e in grado di realizzare appieno il loro potenziale. Ritengo che la Svizzera, ora, sia un terreno pronto ad accogliere ulteriori interventi programmatici per affinare i gap mancanti sul riconoscimento della parità di genere e per essere un paese ad exemplum inclusivo, un paese, quindi, in cui si vive sempre meglio!».




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