Perché puntare sulle donne e sulle emozioni | Corriere dell'Italianità

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Perché puntare sulle donne e sulle emozioni

L’intervista a Clara Caverzasio, Co-Presidente di BrainCircle Lugano

Prendete nota: le donne e la scienza viaggiano sempre di meno lungo rette parallele e le emozioni non ci rendono “inaffidabili”, ma sono un valore aggiunto. Dal prossimo 17 ottobre- a Gerusalemme- prenderà il via “Emotions”, una innovativa serie di incontri che toccheranno 8 città del mondo – Gerusalemme, Roma, Lugano, Genova, Milano, Ginevra, Londra, Lisbona- e proseguiranno fino a novembre 2022, con uno scopo ben preciso: valorizzare le donne nella scienza e abbattere tanti pregiudizi sul tema. Ce ne parla a fondo Clara Caverzasio, Co-Presidente di BrainCircle Lugano (associazione no profit che mira ad avvicinare il grande pubblico alle neuroscienze), tra le organizzatrici dell’evento- che coinvolge scienziate e scienziati provenienti da tutto il pianeta. E interessa il presente e il futuro di tutti.

A inaugurare il ciclo, presso il campus dell’Università Ebraica di Gerusalemme, si terrà l’incontro dal titolo “Comprendere le emozioni”, in collaborazione con ELSC, il Centro di ricerca sul Cervello. Grazie al sostegno di European Brain Research Institute – Rita Levi Montalcini, il 19 novembre all’Accademia dei Lincei a Roma si parlerà di arte ed emozioni e di come il cervello elabori il concetto di bellezza. L’evento previsto a Lugano, il 3 dicembre 2021 presso il LAC – Lugano Arte e Cultura, organizzato in collaborazione con Women Brain Project ha come tema il ruolo di genere nelle emozioni. Il 27 gennaio 2022 l’appuntamento è a Milano dove, grazie alla collaborazione con MEET, il centro internazionale di cultura digitale, con il supporto di Fondazione Cariplo, si parlerà del rapporto tra emozioni e robotica, intelligenza artificiale, realtà virtuale. E non finisce qui: in ogni città si toccherà uno degli aspetti del tema. Intanto lasciamo la parola a Clara Caversazio, una delle quattro anime pulsanti del progetto.

Con Viviana Kasam, Presidente di BrainCircleItalia, Hermona Soreq, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, e Daniela Perani dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, avete creato un evento chiamato “Emotions”, ovvero Emozioni, invitando brillanti scienziati provenienti dalle più prestigiose università e istituti internazionali. Qual è il messaggio che volete mandare e quali sono i vostri obiettivi?

“Emotions ha, innanzitutto l’obiettivo di valorizzare la scienza al femminile, secondo la strada tracciata dal Premio Nobel italiano Rita Levi Montalcini a cui il Forum è dedicato. Ai convegni in generale e in quelli sulle neuroscienze in particolare, le donne sono spesso sottorappresentate, nonostante nel mondo ci siano straordinarie accademiche e ricercatrici. Io sono divulgatrice scientifica da più di 20 anni e ho avuto modo di frequentare tantissimi convegni e forum scientifici, dove il cosiddetto soffitto di cristallo, che ancora si frappone alla visibilità femminile, è stato ed è in parte ancora una realtà. Anche in Paesi avanzati a livello di parità di genere, nei convegni, seminari, dibattiti nel campo delle neuroscienze più del 90% dei relatori sono uomini. Come se le neuroscienziate non esistessero. E invece ricoprono incarichi importanti nelle Università e nei centri di ricerca, dirigono laboratori, al max Planck all’università di Harvard, alla Colombia University e pubblicano sulle riviste più prestigiose. Eppure, le luci della ribalta non sono per loro. Da qui l’idea di creare un evento internazionale che focalizzi l’attenzione sulle donne (neuro)scienziate.
Con la scelta del tema invece, le Emozioni, volevamo ribaltare alcuni pregiudizi e stereotipi, primo fra tutti la consuetudine che contrappone l’emotività femminile alla capacità di pensiero razionale maschile. Le emozioni sono state a lungo interpretate come tempeste in grado di travolgere gli animi, specie quelli delle donne, contrapponendole alla più affidabile e mascolina razionalità. Oggi invece, grazie alle neuroscienze, stiamo scoprendo non solo come le emozioni “dipendano” dalla mente e dalla razionalità, (nascono infatti nel cervello) piuttosto che contrapporsi ad essa, ma anche come esse rivestano anzi un ruolo di grandissima importanza sia nell’evoluzione, sia nei processi formativi e cognitivi; senza emozioni, infatti, la ragione non funzionerebbe. Non a caso oggi si parla di “intelligenza emotiva” come di uno strumento fondamentale al pari dell’intelligenza razionale, quella tradizionalmente attribuita al pensiero maschile”.

L’evento è dedicato a Rita Levi Montalcini, una scienziata amatissima. Perché?

“Riallacciandomi a quanto si diceva prima a proposito di intelligenza emotiva e intelligenza ‘logica’, Rita Levi Montalcini soleva ripetere: “Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore, uniche coloro che le usano entrambi”.
Ecco, lei in questo senso è stata unica. Una scienziata straordinaria, pioniera della neurobiologia: attrezzando un piccolo laboratorio clandestino nella propria camera da letto, è riuscita, con la sua intelligenza, la sua tenacia e il suo sguardo acuto e aperto a 360 gradi, a fare delle scoperte importantissime: ha infatti scoperto una proteina fondamentale per lo sviluppo del nostro sistema nervoso, che le è valso il Premio Nobel per la medicina nel 1986. Lei, però, più che una scienziata si considerava una artista (la sorella gemella, Paola, tra l’altro era una pittrice): Non ho affrontato la vita come uno scienziato ma come un artista. Convinta che la creatività è una sola: è quella che permette di dipingere un bellissimo quadro o di scrivere una sinfonia, così come di fare scoperte scientifiche.
Insomma, anche dentro la scienza, per lei c’era il senso dell’arte. Tra l’altro, gli scienziati quando parlano di una loro scoperta non sono soliti definirla intelligente o importante, dicono che è bella. Una formula funziona se è bella e se è elegante (pensi alla formula di Albert Einstein E = mc2, meravigliosamente semplice ed elegante).
Inoltre, la Montalcini, attraverso la sua fondazione, ha fatto molto per aiutare le donne in difficoltà nei Paesi in via di sviluppo, e per garantire loro il diritto allo studio. Sono sue le parole: “Il futuro del pianeta dipende dalla possibilità di dare a tutte le donne l’accesso all’educazione e alla leadership. In effetti, sono le donne che hanno il compito più difficile, ma più costruttivo: inventare e gestire la pace”.
Non a caso questa è la citazione che abbiamo usato in esergo del nostro programma.  Per questi motivi e altri ancora siamo molto legati a lei. Soprattutto Viviana Kasam, che l’ha conosciuta bene e che, anzi, ha fondato BraincicleItalia (www.braincircleitalia.it) 12 anni fa proprio con il sostegno di Rita Levi Montalcini.
L’ultimo ricordo che io ho di questa scienziata, che ho avuto il piacere di intervistare più volte, è stato l’incontro avuto nel 2009 a un convegno a Venezia. Era attesa per le 17; alle 17’10 non era ancora arrivata, alle 17’20 nemmeno… e in sala molti si dicevano che a 99 anni forse non se l’era sentita di venire. Senonché, dopo poco la si vede arrivare un po’ trafelata; si siede e si scusa per il ritardo, dicendo che era a un altro convegno che era finito più tardi del previsto… In quell’occasione non parlò di scienza ma, con una passione e un entusiasmo che pochi altri oratori-scienziati prima di lei avevano mostrato, parlò invece della sua Fondazione e della necessità che le donne, le ragazze, le bambine possano avere accesso all’educazione, come vera sfida per il futuro del nostro pianeta.
È appena uscito un libro che racconta- come mai prima- la vicenda scientifica e umana di Rita, dipingendo un ritratto inedito. È una raccolta di testimonianze, a cura di Marco Piccolino, si intitola Rita Levi-Montalcini e il suo maestro. Una grande avventura nelle neuroscienze alla scuola di Giuseppe Levi, edito da ETS. Lo presentiamo al Festival della Scienza”.

Perché secondo lei le donne si avvicinano – tranne alcune eccezioni- ancora timidamente alla scienza? È una questione culturale?
“E’ un discorso complesso, ma credo che si tratti soprattutto di una questione culturale, di modelli che si perpetuano da tanto tempo, di costruzioni simboliche che hanno delineato (fin dall’antichità) il genere femminile e quello maschile, innestandole di stereotipi e di pregiudizi. Basti pensare che risale a Platone, di fatto, questa differenza per cui la donna ‘procrea’ con il corpo, mentre l’uomo genera idee. Ma le cose naturalmente stanno cambiando, non solo perché la società cambia -e sta evolvendo abbastanza rapidamente-, ma anche perché il ruolo e l’immagine della scienza e della tecnologia sta cambiando. Non è più percepita come qualcosa di distante, di lontano. Di fatto oggi sono molte, soprattutto rispetto a qualche anno fa, le ragazze che si laureano in materie scientifiche, quindi l’interesse c’è; purtroppo però poi sono ancora poche quelle che riescono a fare carriera e a raggiungere posti di rilievo, e questo non solo per una questione di discriminazione che in parte c’è ancora, ma anche per la difficoltà nel conciliare lavoro e famiglia, che resta in gran parte responsabilità della donna.
Qualche dato svizzero: nell’ultima edizione (2018) dell’indicatore “Donne e scienza dell’Ufficio federale di statistica”, leggiamo che le donne formano il 51% degli studenti universitari e perfino il 54% dei diplomati (bachelors e master). Oltre questo stadio diventano una minoranza. A livello di dottorato, solo il 44% sono donne. Poi rappresentano solo il 41% dei ricercatori nelle posizioni medie della carriera accademica e il 23% nelle posizioni più alte.
C’è un esempio recente che mette in luce come anche il Covid 19 abbia discriminato le ricercatrici, non solo perché abbiamo visto e vediamo interpellati e intervistati quasi solo uomini tra i virologi e gli epidemiologi, mentre sappiamo che ci sono delle scienziate di grandissimo valore in questo ambito (basti pensare a Ilaria Capua, Maria Capobianchi, Patrizia Paterlini…)
Per fortuna ci sono anche segnali di segno opposto: il gigante americano dei giocattoli Mattel, quello delle bambole Barbie per intenderci, per rendere omaggio, proprio  in tempi di battaglia globale contro la pandemia, a sei donne impegnate nel mondo della medicina in vari paesi, ha realizzato altrettante bambole dell’iconico modello di Barbie, riproducendo per esempio la professoressa Sarah Gilbert, direttrice del prestigioso istituto Jenner all’università di Oxford e “madre” del primo vaccino anti-Covid. Operazione commerciale? fatto di costume? Certo, ma che può avere un impatto importante i termini di cambiamento di modelli.
E comunque, per fortuna, cominciano a esserci anche molti esempi di donne a capo di Istituzioni scientifiche (e non solo) molto prestigiose, primo fra tutti il Cern di Ginevra, diretto da Fabiola Gianotti, che pochi mesi fa è entrata a far parte dell’organismo del G7 che avrà il compito di garantire l’uguaglianza di genere,e per la qualeora la scienza è un mestiere per donne”. Ma anche Mariafelicia De Laurentis, professoressa di Astronomia e Astrofisica dell’Università di Napoli Federico II, che guiderà il team che ha realizzato la prima immagine di un buco nero, come membro nel consiglio scientifico dell’Event Horizon Telescope (EHT).

Gerusalemme, Roma, Milano, Lugano, Genova, Londra, Lisbona: sono tante le città che ospiteranno l’evento. L’inaugurazione si terrà a Gerusalemme: questa scelta ha un significato particolare?

“Sì, nel senso che la rete dei BrainCircle è promossa e sostenuta dall’Università Ebraica di Gerusalemme e dall’ELSC – Edmond & Lily Safra Center for Brain Sciences. In Israele, inoltre, ci sono neuroscienziate di grandissimo valore, che saranno tutte presenti all’inaugurazione. Gerusalemme, che era conosciuta soprattutto per la sua valenza multireligiosa e ora si sta sviluppando anche come hub scientifico. E La Hebrew University of Jerusalem, nostro partner, è la prima università israeliana nella prestigiosa classifica Shanghai.

Le conferenze saranno caricate sul sito web in modo da essere accessibili a tutti. C’è un posto del mondo (o dei posti) dove, secondo lei, far arrivare questo messaggio è fondamentale?

“Credo che ci sia ancora bisogno che arrivi dappertutto, ma evidentemente sarebbe importante che arrivasse e soprattutto potesse attecchire in quelle parti del mondo, -e sono ancora tante, troppe-, in cui le giovani non hanno il diritto allo studio. Il pensiero in questo periodo va certo all’Afganistan, dove da poco si sono reinsediati i talebani, che hanno fatto fare un balzo indietro all’intera società, negando le libertà conquistate dalle donne soprattutto come diritto allo studio e al lavoro.
La prof.ssa Elena Bonetti, Ministra italiana delle Pari Opportunità, che aprirà con un saluto inaugurale la sessione di Roma del Forum itinerante Emotions, ha sottolineato la sua adesione al nostro progetto con queste parole: “A noi tutti non sfugge come le scelte di carattere culturale e politico riguardanti la donna e  le conseguenze che da esse derivano, coinvolgano  la vita di una società e di un Paese, cioè la sua Storia: una civiltà che promuove la presenza della donna nei suoi vari ambiti è una realtà vitale. Non posso quindi che apprezzare questa iniziativa e tutte le donne, che con i loro studi quotidiani si spendono per un avanzamento dell’umanità”.
E ancora più significativo è l’interesse che il nostro Forum itinerante, finalizzato a valorizzare le donne nella scienza, ha suscitato anche presso molti rappresentanti delle Nazioni Unite: Olga Algayerova, Segretario Esecutivo dell’UNECE, sarà presente a Ginevra e porgerà un saluto iniziale, ed è in esame la possibilità di portare il format in alcuni Paesi in via di sviluppo per incoraggiare le donne a intraprendere gli studi scientifici”.

È prevista una raccolta fondi. Ce ne parla?

“Sì, certo, per poter organizzare un evento di questa portata, in cui peraltro le scienziate partecipano su base volontaria(!), è fondamentale il prezioso sostegno di fondazioni, imprese e anche privati; tra i nostri sponsor anche la DELANCE Swiss Watches for Women che ha offerto quattro orologi personalizzati, il cui ricavato andrà a finanziare una borsa di studio per una giovane proveniente da un Paese in via sviluppo, proprio nell’ottica dell’impegno di Rita Levi Montalcini. A Lugano, Banca Stato ci ha dato un importante sostegno e il LAC ci ospita. A Ginevra, la Banca Lombard Odier.
In molti hanno già aderito alla campagna di donazioni, che però è ancora in corso e dunque invito caldamente tutte e tutti coloro che desiderano sostenere questo progetto a voler fare una donazione, che è possibile con un solo clic sul nostro sito: www.emotionsbrainforum.org.

Secondo lei ci sono buone possibilità che la parità tra uomini e donne – non quella promessa a parole, ma quella concreta fatta di parità di opportunità tanto per cominciare- possa essere raggiunta a breve? Si sente ottimista, ottimista con riserva o preoccupata?

“Sono ottimista, anche se sono consapevole che la strada è ancora lunga. Anche in paesi ‘avanzati’ come il nostro, a 50 anni dall’introduzione del diritto di voto per le donne, le discriminazioni e le disuguaglianze di genere sono ancora presenti, soprattutto ma non solo in ambito salariale, dove le disparità sono in aumento, come risulta dagli ultimi dati disponibili pubblicati lo scorso febbraio dall’Ufficio federale di statistica (UST). Nel 2018 le donne guadagnavano in media il 19% in meno. Il cammino però è intrapreso”.

Per concludere: quattro donne uniscono le proprie capacità e i propri talenti per promuovere le emozioni e le donne. Non sarebbe il caso di sfatare il persistente mito che le esponenti del gentil sesso tra di loro sanno solo competere e litigare? Ci racconta a grandi linee una vostra riunione per il progetto?

“Ha presente le apine operose che volano all’impazzata per raccogliere il nettare dai fiori? Le nostre riunioni, soprattutto in questo momento di frenetica messa punto degli ultimi dettagli del programma, sono tante e febbrili, ma sempre all’insegna del lavoro collettivo ai fini di un obiettivo comune, di un bene comune. Non c’è spazio per la competizione, se non per fare sempre del proprio meglio per contribuire ad un progetto in cui crediamo tutte fermamente.
Per quel che riguarda il mito secondo il quale le esponenti del gentil sesso tra di loro sanno solo competere e litigare, mi sembra davvero un voler attribuire alle donne delle caratteristiche fin qui tipiche degli uomini (soprattutto la competizione).  La riprova la si ha in quei casi, per fortuna minoritari, in cui alcune donne in carriera, per farsi largo adottano quei metodi e quelle attitudini meno virtuose riconosciute come maschili, come l’arroganza e la sopraffazione, che ricordiamoci sono caratteristiche della società patriarcale, dove la politica della solidarietà, dell’empatia e del rispetto è stata soffocata.
Di fatto finora qualità come ‘generosità, empatia, accudimento, intelligenza emotiva’, sono rimaste retaggio della cultura femminile. Ma non è detto che debba rimanere così, anzi. L’intelligenza emotiva non è certo appannaggio del genere femminile, al contrario dovrebbe supportare indistintamente uomini e donne nella gestione delle problematiche e dei conflitti che caratterizzano la società odierna, e chesi configura perciò come elemento paritario ed inclusivo di questi otto incontri, aperti a tutte e tutti; così come sono inclusivi i panel di relatrici che si alterneranno durante i BrainForum di Emotions, costituiti da esperte provenienti da Paesi e culture molto diverse, e riunite – come spesso accade – nell’interesse comune della conoscenza scientifica e della sua disseminazione”.

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