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Quando Hollywood scoprì Dante

di Paolo Speranza

Foto: Gaetano Previati. Paolo e Francesca (1909)

Galeotta fu Francesca da Rimini, artefice principale dell’autentica “Dante-mania” che nella seconda metà dell’Ottocento esplose nel Nordamerica nelle arti visive e nel teatro, sull’onda del successo della tragedia di George H. Boker, scritta nel 1855 e a lungo replicata, sull’eroina del girone dei lussuriosi. È in tale contesto culturale che agli inizi del XX secolo si spiega l’affermazione del personaggio di Francesca come testimonial e protagonista per eccellenza del cinema “dantesco”, a partire dagli Stati Uniti e quindi in Italia.

Prima dell’avvento del sonoro si contano almeno otto film – tre dei quali prodotti a New York, “mecca” del cinema Usa prima di Hollywood, e due a Napoli – sul dramma di Paolo e Francesca, a partire dal 1907 (con il film Francesca di Rimini, or the Two Brothers, della Vitagraph, protagonista Florence Turner) fino al 1928, quando con l’episodio più popolare della Divina Commedia si cimentò un Maestro del cinema mondiale, David Wark Griffith, che in Drums of Love modificò l’ambientazione (dalla Romagna medievale al Messico ottocentesco) ma non la trama e i caratteri dei personaggi.

A differenza di altri registi, Griffith non enfatizzò la carica sexy di Francesca, esaltata in una delle due versioni dell’Inferno realizzate nel 1911, il cortometraggio della “Helios Film”. A restituirle l’aristocratica dignità che le attribuisce Dante, grazie alla figura virginale dell’attrice francese Odile Versois, sarà nel dopoguerra il film di Raffaello Matarazzo Paolo e Francesca, grande successo del 1949 ma al tempo stesso atto conclusivo, finora, del feeling tra il cinema e l’eroina dell’Inferno dantesco.

Nelle varie trasposizioni cinematografiche del dramma degli amanti di Rimini confluiscono non soltanto il canto V dell’Inferno, ma anche, e in misura persino maggiore, il racconto trecentesco di Giovanni Boccaccio e la tragedia Francesca da Rimini di Gabriele D’Annunzio, a conferma che il percorso sugli echi danteschi nel cinema non può limitarsi all’analisi di singoli film: esso comporta continue e proficue diramazioni di ricerca verso una pluralità di tematiche e di ambiti disciplinari, che vanno dalla formazione dell’industria cinematografica (non solo in Italia) all’iconografia dantesca nell’arte contemporanea, dalla ricezione della Divina Commedia presso i ceti popolari alla diversa sensibilità religiosa nell’Italia cattolica e nell’America protestante, fino all’uso politico della figura di Dante ad opera delle correnti nazionaliste.

Solo alla luce del dannunzianesimo imperante, ad esempio, e della fragilità del nostro capitalismo finanziario, si può spiegare il flop clamoroso dei due kolossal prodotti in Italia nel sesto centenario dantesco (La mirabile visione e Dante nella vita e nei tempi suoi): una parabola esemplare della regressione culturale, e di conseguenza politica, che vive l’Italia all’inizio degli anni Venti, trascinando nel suo declino un’industria cinematografica che fino alla Grande Guerra deteneva il primato mondiale, e proprio nel segno di Dante, con la realizzazione dell’Inferno della “Milano Films” (meritoriamente restaurato dalla Cineteca di Bologna) aveva conseguito nel 1911 un duplice risultato di portata storica: la conquista del ricco mercato americano e, prim’ancora, l’affermazione del cinema come arte, in creativa simbiosi con la grande letteratura e la storia, laddove fino ad allora era stato considerato in tutto il mondo come una forma di divertimento deteriore, più affine al circo che al teatro, appannaggio esclusivo, scrivevano i letterati di inizio secolo, “di fanciulli e servette”.

Parallelamente al crack del cinema italiano, che negli anni Venti vive il suo decennio più difficile, si afferma su scala planetaria, e in maniera definitiva, l’egemonia artistica e commerciale del cinema di Hollywood, che a differenza di quello italiano (dove fino al 1941 non vi sarà più traccia di film “danteschi”) dedicherà al tema dell’Inferno dantesco ancora due film importanti: Dante’s Inferno, nel 1924, e undici anni dopo La nave di Satana, protagonista Spencer Tracy.

Senza soffermarsi in questa sede sugli esiti artistici dei due lungometraggi, entrambi premiati al box office, è importante rilevare che entrambi esprimono con estrema efficacia la percezione dell’Inferno dantesco nella mentalità luterana e calvinista, inteso come supremo memento letterario del peccato e della sofferta strada verso la redenzione. È la visione che, sostanzialmente, ritroveremo in tutti i film più importanti ispirati alla Divina Commedia: dalla cultura afroamericana al cinema di Wajda, dalla visionaria opera televisiva di Peter Greenaway a Notre musique di Godard, fino alle recenti sperimentazioni della videoarte, che forse più del grande schermo potrà esprimere (in un futuro che ci auguriamo non lontano) le suggestioni poetiche e la forza visiva del capolavoro di Dante.

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