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Clima estremo

di Giorgio Marini

Se non è impazzito del tutto, il clima è sempre più imprevedibile e, in certi casi, pericoloso. Di certo, sembra manifestare tutti i sintomi di una malattia che coinvolge tutto il pianeta. Come è stato evidenziato da studi di settore, tra cui quelli a cura della Commissione Europea, l’azione dell’uomo ha un’influenza crescente in questo ambito, in particolare attraverso la combustione di combustibili fossili, la deforestazione, l’allevamento del bestiame. Attività, queste, che vanno ad aggiungere enormi quantità di gas serra – chiamati così in quanto agiscono come il vetro di una serra, catturando il calore emesso dalla Terra dopo la ricezione dell’energia solare, impedendogli di ritornare nello spazio e intrappolandolo nell’atmosfera – a quelle naturalmente presenti nell’atmosfera stessa. In questa maniera si incrementa l’effetto serra naturale e si determina il fenomeno del riscaldamento climatico globale. Le premesse ci aiutano a inquadrare ancora meglio i risultati del Rapporto dell’Osservatorio CittàClima 2021 di Legambiente. In base a questa indagine, in Italia, dal 2010 al 1° novembre 2021, sono stati registrati 1.118 eventi meteorologici estremi (133 nell’ultimo anno, +17,2% rispetto alla scorsa edizione del rapporto) in 602 comuni (+95 rispetto allo scorso anno, quasi +18%) con 261 vittime (9 solo nei primi dieci mesi di quest’anno). Di anno in anno, dunque, continua a crescere il numero degli eventi catastrofici e dei comuni colpiti nella Penisola.

ALLUVIONI, TROMBE D’ARIA, CALORE ANOMALO

Sono 14 in tutto le aree tricolori più colpite da alluvioni, trombe d’aria e ondate di calore: ad intere città vanno aggiunti la costa romagnola e a nord delle Marche (42 casi), la Sicilia orientale e la costa agrigentina (38 e 37 eventi estremi), l’area metropolitana di Napoli (31 eventi estremi), il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi, la costa nord Toscana (17), il nord della Sardegna (12) e il sud dell’isola con 9 casi. Nel Rapporto 2021 sono state individuate 14 aree del Paese dove si ripetono con maggiore intensità e frequenza maltempo e danni. Si tratta di ampie zone urbane e di territori costieri dove la cronaca di simili episodi è senza soluzione di continuità: intere città come Roma, Bari, Milano, Genova e Palermo, ma anche la costa romagnola e quella settentrionale delle Marche, con 42 casi, così come la Sicilia orientale e la costa agrigentina con 38 e 37 emergenze. In queste ultime due aree sono stati numerosi i record registrati nel corso del 2021. A Siracusa, l’11 agosto, si è raggiunto il record europeo di 48,8 °C. Nel catanese e siracusano in 48 ore si è registrata una quantità di pioggia pari ad un terzo di quella annuale. Inoltre, proprio questa parte dell’isola è stata teatro di devastazione a seguito del medicane (uragano) Apollo. Colpita anche l’area metropolitana di Napoli dove si sono verificati 31 eventi estremi, mentre, tra gli altri territori, ci sono il Ponente ligure e la provincia di Cuneo, con 28 casi in tutto, il Salento, con 18 eventi di cui 12 casi di danni da trombe d’aria, la costa nord Toscana (17 eventi), il nord della Sardegna (12) ed il sud dell’isola con 9 casi. Solo nel corso del 2021, si sono verificati 14 eventi di danni causati dalla grandine. Un approfondimento in particolare riguarda la resilienza delle reti elettriche e ferroviarie realizzato in collaborazione con Terna, e-distribuzione, Fs italiane. Dal 2010 ad oggi, a causa del maltempo, si sono registrati 83 giorni di stop a metropolitane e treni urbani e 89 giorni di disservizi estesi sulle reti elettriche dovuti al maltempo. Aggiungiamo che, nello studio “G20 Climate Risk Atlas” della Fondazione CMCC (Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici), documento di sintesi per i Paesi del G20, vengono messe in risalto le specifiche dei danni totali causati dalla siccità e dagli eventi climatici estremi sull’agricoltura. Ebbene, le perdite economiche in Italia saranno enormi già entro la metà del secolo in uno scenario a basse emissioni, con un picco del 2,2% del PIL, ossia 36 miliardi di euro. A fronte di alte emissioni, invece, le perdite potrebbero raggiungere 116 miliardi di euro (oltre l’8% del PIL) entro la fine del secolo.

LE RICHIESTE DI LEGAMBIENTE

Legambiente è un’associazione ambientalista italiana nata sulla scia dei primi nuclei ecologisti e del movimento antinucleare che si sviluppò in Italia e in tutto il mondo occidentale nella seconda metà degli anni Settanta. Per l’organizzazione, sulla base di uno scenario come quello delineato e delle sue possibili conseguenze, sarebbero quattro, in particolare, le priorità su cui intervenire per aumentare la resilienza e, in parallelo, ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici. In testa ci sarebbe l’approvazione del Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, la cui mancanza ha avuto un impatto anche nella programmazione delle risorse di Next Generation UE. Si tratta di un documento necessario per arrivare pronti alla fine del 2022, quando sarà possibile rivedere gli interventi previsti dal Recovery Plan, pianificando specifici progetti nelle aree urbane e territoriali più a rischio. A seguire sarebbe opportuno prevedere un programma di finanziamento e intervento per le 14 aree del Paese più colpite dal 2010 ad oggi. Per l’associazione ambientalista il “Programma sperimentale di interventi per l’adattamento ai cambiamenti climatici in ambito urbano” del Mite – che finanzia interventi nei Comuni con più di 60 mila abitanti – è un primo step in questa direzione, ma occorre fare un ulteriore passo avanti, individuando le aree urbane prioritarie e introducendo un fondo pluriennale che permetta alle città la programmazione di interventi. Inoltre, bisognerebbe rafforzare il ruolo delle Autorità di Distretto e dei Comuni negli interventi contro il dissesto idrogeologico. Infine, sarebbe importante rivedere le norme urbanistiche per salvare le persone dagli impatti del clima, perché si continua a costruire in aree a rischio idrogeologico, ad intubare corsi d’acqua, a portare avanti interventi che mettono a rischio vite umane durante le piogge estreme e ondate di calore.

LA SITUAZIONE IN SVIZZERA

Non sembra andare meglio, purtroppo, nemmeno in Svizzera. Continuando di questo passo, entro la fine del secolo il Paese elvetico si troverà a fare i conti con un clima più secco e caldo, con meno neve e un aumento delle forti piogge. È quanto risulta da una serie di scenari realizzati sotto la supervisione del National Centre for Climate Services (NCCS). Le conseguenze di un simile cambiamento si faranno però sentire in modo diverso a seconda dei cantoni e delle stagioni. Come si legge in una nota di Meteo Svizzera, che ha guidato la ricerca, le previsioni tengono conto di eventuali trasformazioni in tutto il Paese nei prossimi 30-70 anni, in funzione dei provvedimenti di protezione che verranno adottati. Le misure riguardanti il Ticino “ci consentono di prepararci in modo ancora più mirato”, ha spiegato Roland David, presidente della Commissione cantonale pericoli naturali. Vediamo, per sommi capi, che cosa viene ipotizzato. A lungo termine, in estate, i quantitativi medi di precipitazione diminuiranno in tutti i cantoni. A cambiare non saranno solo i quantitativi medi, ma anche la frequenza dei giorni di pioggia. I periodi estivi asciutti diventeranno più lunghi. Le temperature massime aumenteranno in modo molto più marcato di quelle medie. Le giornate estive più torride saranno di 2-5,5 gradi più calde di quelle attuali. Le estati canicolari come quelle da record degli anni 2003 e 2018 potranno quindi diventare una tendenza consolidata. Le ondate di caldo si faranno sempre più frequenti ed estreme e interesseranno in particolar modo le regioni urbane alle basse quote. Ad esempio, nei cantoni di Zurigo, Ginevra e in Ticino, se non saranno varati interventi ad hoc per proteggere il clima, attorno al 2060, in determinate zone, si potranno avere da 3 a 4 volte più giorni tropicali di oggi. In futuro gli eventi con forti precipitazioni saranno probabilmente molto più frequenti e anche la loro intensità aumenterà notevolmente rispetto a oggi, soprattutto nei mesi invernali. E ancora, senza provvedimenti per tutelare il clima, entro il 2060 in inverno ad Aadorf (TG) il quantitativo della precipitazione giornaliera più elevata potrà in media essere superiore del 7%. In altre regioni l’aumento potrà essere anche superiore, come ad esempio a Lugano (9%). Attorno al 2050 anche gli inverni saranno nettamente più caldi di oggi. Avremo più precipitazioni, ma a causa delle temperature più elevate esse cadranno piuttosto sotto forma di pioggia che di neve. Nei Grigioni il numero di giorni con neve fresca potrebbe diminuire sensibilmente a tutte le quote. Se non verranno presi provvedimenti per proteggere il clima, attorno al 2060 a quote tra 1600 e 2000 metri, i giorni con neve fresca diminuiranno di circa 20 unità. Con una protezione del clima tale riduzione sarà inferiore, in media 14 giorni in meno.

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