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Dall’Italia alla Svizzera, e ritorno, ogni giorno

di Valeria Camia

Lo scorso ottobre Ueli Maurer, consigliere federale, ha confermato che entro l’anno ci dovrebbe essere la firma italo-svizzera all’accordo sull’imposizione dei frontalieri tra i Paesi. L’accordo, parafato da Italia e Svizzera già nel 2015, non è infatti mai stato firmato. La procedura parlamentare per la sua entrata in vigore richiederà tuttavia circa due anni in Svizzera, che mira, da un lato, a ottenere una maggiore quota sulla tassazione dei lavoratori frontalieri e, dall’altro, a combattere il dumping salariale, che sta portando a un forte calo dei salari nel cantone a sud delle Alpi. 

Ad oggi, i frontalieri italiani sono stati tassati solo in Svizzera, sulla base di un accordo del 1974: Berna trasferisce il 38,8% di questa imposta alla fonte all’Italia. Il denaro viene inviato a Roma e poi trasmesso ai Comuni di residenza dei frontalieri. In base all’accordo siglato nel dicembre 2015, in futuro i frontalieri saranno tassati in entrambi i Paesi. In cifre, l’accordo riguarderà i circa 70mila lavoratori, che a oggi entrano in Ticino giornalmente, costituendo il 30 per cento della forza lavoro attiva nel cantone (dove i lavoratori attivi totali sono 230mila).

La pandemia causata dal Coronavirus ha accresciuto, negli ultimi mesi enormemente, il lavoro a distanza. Già a fronte della prima ondata, lo scorso 20 giugno, i governi nazionali di Italia e Svizzera avevano sottoscritto un Accordo amichevole per regolamentare il telelavoro svolto dai frontalieri. Dall’inizio di novembre − da quando gli abitanti della Lombardia sono di nuovo in lockdown − la misura voluta dal governo Conte riporta la situazione tra Ticino e Lombardia nella condizione dei primi di marzo: i lavoratori frontalieri potranno continuare a passare la frontiera tra i Paesi ma il telelavoro torna a essere una soluzione proposta e discussa. La situazione attuale, oltre a riguardare la gestione (istituzionale e pratica) delle frontiere tra Paesi confinanti − mettendo così in luce l’importanza di modelli di cooperazione integrati e transregionali (si pensi alla Regione Insubrica) − impone una riflessione sul significato del frontalierato oggi e storicamente. 

Come si è sviluppato il frontalierato e qual’è il significato del fenomeno oggi? Un’analisi completa e complessa su questo fenomeno in Svizzera, ma anche in altre zone di confine in Europa, è articolata da Paolo Barcella nel libro “I frontalieri in Europa. Un quadro storico”, strumento utile per un’analisi politica sulle problematiche che pone il fenomeno del frontalierato. Questo infatti non può essere compreso, nella sua portata e, in alcuni casi, problematicità, se avulso dal contesto storico, geografico ed economico in cui si sviluppa. Se lungo alcune frontiere, i frontalieri hanno rappresentato una quota di lavoratori bene integrata nel mercato del lavoro, in altri casi il frontalierato ha rappresentato (e ancora rappresenta) un fattore di grande innalzamento della tensione sociale. È questo il caso del Canton Ticino, dove i lavoratori italiani, che giornalmente valicano il confine, sono considerati come pericolosi (o comunque problematici) per l’economica e la società ticinese. 

“I frontalieri in Europa”

Come ricostruisce Barcella nel suo libro, già in età moderna si svilupparono le prime forme di pendolarismo internazionale, che poi nella seconda metà del ’900, grazie alla diffusione dell’automobile, si intensificarono, con evidenti conseguenze e ricadute. Fu ad esempio rivista la fascia massima di frontiera, che determinava la distanza massima entro la quale un lavoratore avrebbe potuto abitare per lavorare al di là della frontiera, la quale era stata calcolata in 20 chilometri (ridotti a 10 per alcuni cantoni), tenendo conto del tempo di percorrenza sostenibile quotidianamente per un lavoratore che si immaginava potesse spostarsi a piedi o in bicicletta. Da un punto di vista gestionale, l’accrescere del frontalierato ha posto problematiche legate alla gestione del traffico e alle infrastrutture stradali. Dal punto di vista sociale e culturale, quel flusso di persone che si muovono in un altro Paese per lavorare, senza porsi questioni di integrazione − se non nel ristretto ambito delle problematiche di pertinenza lavorativa − costituiscono un possibile fattore di tensione distinto e specifico alla natura socio-economica dei Paesi confinanti.

La frontiera acquisisce un ruolo diverso anche nel determinare la funzione economica che il lavoratore andrà a svolgere. Ma è anche un moltiplicatore di valore.

Storicamente la frontiera ha creato le condizioni per cui i lavoratori dall’esterno entrassero nel mercato di lavoro locale in una posizione che favoriva e generava una maggiore produzione di valore per gli imprenditori e i soggetti economici che davano lavoro. L’economia del Ticino, ad esempio, si è sviluppata proprio in ragione delle possibilità che offriva il lavoro frontaliero.“Storicamente − spiega Barcella − molte aziende della Svizzera Interna hanno istallato, e ancora aprono, sedi in Svizzera per importante poi manodopera dall’Italia, reclutando tra i residenti nella Confederazione prevalentemente figure professionali più qualificate, con evidenti differenze salariali.” 

Ciò detto, ci troviamo oggi di fronte a un cambiamento epocale conseguente alla rivoluzione informatica e l’accresciuta mobilità. Si sta aprendo, come precisa Barcella nell’ultimo capitolo del suo libro, una nuova stagione del frontalierato che riguarda la figura del lavoratore ‘notificato’, secondo gli accordi per la libera circolazione delle persone tra Unione Europea e Confederazione Elvetica del 1999. Questi lavoratori europei vengono autorizzati a lavorare in Svizzera senza permesso di soggiorno per un massimo di 90 giorni non consecutivi e si richiede loro solamente una notifica di presenza presso gli uffici competenti. 

“I frontalieri in Europa. Un quadro storico” pone infine una questione di fondo per l’integrazione europea: il fatto che il lavoro frontaliero necessiti sempre di accordi bilaterali tra stati confinanti per definire gli aspetti fiscali!

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Valeria Camia

Nata a Piacenza. Laureata in filosofia e in relazioni internazionali, in Svizzera ha conseguito un dottorato di ricerca in Scienze Politiche. È stata assistente di ricerca presso la stessa università ... Vedi profilo completo

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1 Commento

  1. Carlo 14 Novembre 2020

    Il frontalieri non è solo quello che lavora e torna a casa ma è anche chi viene , mattino caffè, pranzo a mezzogiorno , piccola merenda ,fa benzina 1 volta alla settimana ,prende sigarette ,cioccolato,caffè e altre piccole spese ,e poi quando valeva la pena materiale elettronico.Questo è x dimostrare che il frontalieri Partecipa alla Parte Economica del TICINO

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