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“Ho imparato l’italiano nei cantieri, da ragazzo”

Intervista allo scrittore svizzero tedesco Pedro Lenz
L’emigrazione, il rapporto con le proprie origini, la cultura

Foto: Giovanni Piancastelli. Emigrazione dell’Agro Romano Partendo. Olio su legno.

Pedro Lenz è svizzero tedesco, vive a Olten, e in svizzero tedesco scrive: come se parlasse, a dire il vero, perché i suoi romanzi sono racconti orali messi su carta, storie che della narrazione parlata hanno ritmo e musicalità. Ma se la cava anche con l’italiano, imparato da giovane muratore grazie alla presenza di tanti colleghi arrivati dall’Italia, negli anni 80. Con una facilitazione: le origini spagnole della madre, che spiegano il suo nome.

Pedro Lenz ph Pascal Lauener

Primitivo è il suo nuovo romanzo, che arriva dopo il grande successo dei pluripremiati In porta c’ero io! e La bella Fanny. È appena uscito in lingua italiana, per le edizioni Gabriele Capelli (Mendrisio), con la brillante traduzione di Amalia Urbano. Il lettore si trova davanti a una storia di formazione, ambientata a Langhental, nel Canton Berna, proprio negli anni 80: profonda, toccante, spesso divertente. L’intensità della ricerca di identità e di senso del protagonista, il giovane Charly, si unisce a una capace ironia, un’osservazione originale del mondo che l’autore mostra attraverso lo sguardo di un diciassettenne.

Quanto c’è della tua vita nella vicenda di Charly? Anche la madre del protagonista del romanzo è spagnola; anche lui ha interrotto gli studi preferendo il lavoro, cerca di capire, di emanciparsi attraverso la cultura e le letture.

“In questo romanzo c’è moltissimo della mia storia personale, come in tutti i miei libri: sono romanzi, contengono parti di fantasia naturalmente, ma io non sono uno scrittore che inventa le sue storie, mi baso sulla mia esperienza. Anche io, proprio come Charly, ho deciso di lasciare la scuola per fare l’apprendista muratore. Come lui volevo far parte della classe lavoratrice, stare tra gli operai. E poi c’è Primitivo, cheè il titolo del libro ma anche il nome del collega anziano che Charly incontra in cantiere e che diventa un punto di riferimento fondamentale per lui, da cui imparare una visione del mondo, valori, il modo di pensare. In un certo senso, il vero protagonista è proprio il vecchio Primitivo, perché influenza molto il ragazzo, insegnandogli a capire la complessità delle cose. E anch’io ho avuto un collega anziano, quando ero apprendista, un immigrato spagnolo che aveva fatto la guerra civile in Spagna e poi viaggiato e lavorato in molti paesi, per finire in Svizzera. Eravamo amici, mi raccontava la sua vita, le sue idee. Purtroppo è finito come nel romanzo: è morto sul lavoro, era il 1982”.

In Primitivo emergono molti temi, Charly si confronta con la vastità dell’esistenza e col desiderio di prendere posizione, schierarsi. Al centro però c’è sempre il cantiere.

“Ho sempre voluto scrivere una storia sul lavoro, su quello delle persone normali, umili. Per me fare il muratore è stata un’esperienza intensa, molto formativa. In quegli anni i cantieri erano un ambiente carico di vissuti, dal punto di vista umano uno spazio in cui osservare e crescere. C’erano colleghi che venivano da paesi di tutto il mondo e ogni giorno avevo da imparare: a comunicare con gli altri, a difendermi o difendere, a capire le diversità, ad apprezzare l’intelligenza e la generosità quando si presentavano. Il lavoro è il luogo che Charly sceglie come spazio in cui misurarsi e trovare i riferimenti per diventare grande. Ma dal cantiere e dalle sue esperienze poi nascono gli spunti per tutti gli altri temi del libro: l’emigrazione, il rapporto con le proprie origini, l’amore, l’amicizia, la cultura come strumento di emancipazione”.

Quando Primitivo resta ucciso in cantiere, per Charly cambia tutto: la morte dell’amico sembra coincidere con un passaggio verso l’età adulta e la necessità, forse inevitabile, di fare qualche compromesso.

“La storia si svolge nell’arco di poco tempo, meno di quindici giorni. Eppure, Charly vive esperienze che lo rendono adulto, in poco tempo si trova a crescere. Resta sempre nella sua città, ma è come se facesse un viaggio. E Primitivo, quando muore, non gli lascia solo insegnamenti preziosi: gli lascia anche un’eredità inaspettata, e scomoda, che porta il ragazzo a scoprire vecchie storie legate al nazismo, personaggi importanti e, alla fine, a dover fare una scelta. Primitivo è a tutti gli effetti una storia di formazione, quella che in inglese viene definita ‘coming of age’: il racconto di una crescita. E come sempre, è qualcosa di fondamentale per chi la vive”.

Come negli altri tuoi romanzi, anche qui la scrittura ha forti richiami orali: leggendo si ha quasi l’impressione di ascoltare. Da dove nasce questa scelta?

“Dal desiderio di immediatezza. È una scelta stilistica precisa: voglio comunicare col lettore nel modo più immediato possibile. Per questo utilizzo anche l’io narrante: il romanzo è narrato in prima persona dal protagonista. Perché voglio che lui si faccia conoscere attraverso il suo modo di esprimersi.

Quando scrivo, ho l’abitudine di rileggere a voce alta, voglio sentire se il racconto funziona come una storia raccontata dal vivo, se il suono ha una sua completezza. La stessa cosa che faccio quando mi presento al pubblico, in occasione delle presentazioni che sono delle vere e proprie performance di lettura: faccio parlare il libro attraverso la mia voce. E poi mi preme scrivere nella lingua che parlo tutti i giorni, che si parla per strada, tra le persone che si incontrano al bar o quando vanno a comprare il pane. I miei romanzi non sono facili da tradurre, bisogna rendere la colloquialità e l’oralità della narrazione. In questo senso devo dire che la traduttrice di Primitivo, Amalia Urbano, ha fatto un grande lavoro”.

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