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La premier Meloni, i nuovi nomi dei ministeri e il futuro delle donne in Italia

di Giovanna Guzzetti

Foto: Il governo Meloni (fonte: Quirinale.it)

Sogno o son desta? Senza scomodare Cartesio, questa la mia reazione alla lettura della lista dei ministri del governo guidato da Giorgia Meloni. Pardon, dei ministeri…e non è di poco conto la differenza, l’aggiunta di una sola vocale.  Nei giorni scorsi il totoministri aveva tenuto banco ovunque, social ed organi di informazioni più titolati, anche perché gli altri due leader della coalizione di destra (destra) uscita vincente dalle elezioni (Matteo Salvini e Silvio Berlusconi) si erano sufficientemente agitati per farsi notare. In video e in voce…conseguendo però, sul piano delle poltrone, assai meno di quanto si erano prefissati.

Archiviata senza particolare stupore la lista dei nuovi ministri, il bello è venuto dalla nuova denominazione dei dicasteri. Come se “la sottoscritta”, “soy Giorgia”, insomma la presidente del Consiglio, avesse preso le dizioni precedenti e, come in word, avesse fatto ricorso alla funzione “rinomina”.

E qui viene il bello. Sarà l’età, sarà il genere, saranno il senso civico, il buon senso e l’impegno civile (che non si traduce sempre in grida, striscioni, pugni alzati: le battaglie possono essere proficue anche quando costanti e dai toni meno gridati) ma alla dizione “natalità” affiancata a famiglia e pari opportunità sono proprio sobbalzata. Stavo sognando o avevo sentito giusto? No, no, purtroppo ero presentissima a me stessa e a quanto, nell’Italia repubblicana del 2022, stava accadendo.

Passi che la neoministra Eugenia Roccella, classe 1953, figlia di radicali ed un trascorso come i genitori, sia stata folgorata negli anni sulla via dell’Opus Dei o dei Legionari di Cristo (CL di don Giussani appare a questo punto decisamente troppo progressista) ma il disconoscimento (o la cecità) rispetto ai bisogni delle donne che si sono trasformati, in alcuni, casi in (sacrosanti) diritti riconosciuti dopo decenni di sforzi, impegno e battaglie, appare davvero sconcertante. Ma non basta. Roccella è contro pressoché tutto: aborto, divorzio breve, fine vita (memorabile la sua battaglia contro il padre di Eluana Englaro), famiglie non tradizionali ecc e, dall’alto della sua manifesta intolleranza, sarà però chiamata a proporre e coordinare azioni che dovranno favorire la natalità. Che vuol dire le madri prima ancora dei neonati.

Ah, l’Italia, il paese (pardon, la Patria o la Nazione secondo la lectio Meloni), il paese delle culle vuote. Indubitabilmente vero, oggi le donne italiane hanno in media 1, 2 figli (erano 2,4 tra il 1968 ed il 1974) e dal 2008 al 2018 le nascite si sono ridotte del 23 per cento, ossia 136 mila bambini in meno in 10 anni. C’è bisogno sì di una ripresa demografica che però non sia una mossa a sé stante bensì si inserisca in un quadro di misure a completo sostegno delle madri e delle famiglie. È necessario, anzi prioritario per il nostro Paese, dare linfa ed ossigeno al lavoro femminile, ancora ancillare, con servizi adeguati, tempi di reale conciliazione casa-lavoro: il lavoro fatto dalla ministra Bonetti con l’assegno unico, pur perfettibile, è andato in questa direzione. Che cosa escogiterà la neoministra alla natalità?

Purtroppo, la storia patria ci ha già fornito esempi non particolarmente eclatanti in questo senso. Nel 1937 veniva fondata l’Unione fascista famiglie numerose e due anni dopo, nel 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, il Re Vittorio Emanuele III firmava un provvedimento per appuntare sul petto delle madri delle famiglie numerose la “medaglia d’onore” accompagnata da relativo attestato. Ministra Roccella, non ci faccia ricordare la storia recente e nel suo sforzo di riempire le culle tricolore, per favore, non ricorra allo specchietto per le allodole del bonus “no aborto”. E non illuda le donne indecise sul ricorrere o meno alla interruzione volontaria di gravidanza che non saranno lasciate sole se terranno il bambino. Lei per prima sa che non è così, che non funziona così. 

Se la natalità mi ha sollevato quesiti preoccupa(n)ti, la reazione è stata piuttosto ilare di fronte alla trovata (non saprei chiamarla diversamente) della Sovranità alimentare. Forse una traduzione libera di Eataly?

I dubbi e gli interrogativi hanno riempito i social, i dibattiti: dovremo mangiare solo italiano (leggi autarchia), confermando così, in altro modo, il fallimento della globalizzazione, oppure, addirittura, non dovremo andare oltre il km zero, riducendo emissioni, costi di trasporto, perfino la concorrenza che, in dosi corrette, aiuta il mercato ma non certo i prezzi finali per i consumatori? Sulla nuova definizione è stato scomodata anche la mente di Slow Food, Carlin Petrini: “un ministero così, ha precisato, avrebbe dovuto farlo un governo di sinistra”. Con un caveat: “nessuno si azzardi a storpiare questo concetto che è nato dai movimenti contadini, non nelle segreterie dei partiti”. Carlin, sociologo, ma ti pare che un governo di sinistra avrebbe usato il termine Sovranità? Passi quella territoriale, come quella ucraina violata da Putin (punto lampante sul quale però si discetta), ma per il Parmigiano Reggiano o il Culatello di Zibello sono più che sufficienti i marchi di qualità e tutela in uso.

All’Istruzione si è aggiunto il Merito. Peraltro, già presente nell’articolo 34 della Costituzione. L’auspicio è che finalmente, si realizzi, nei fatti il disposto della nostra Carta fondamentale dove si recita che “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”.

Consegnato da tempo all’oblio il ministero dei Trasporti e della Marina Mercantile, ecco che affiora (dalle acque…) il Ministero delle Politiche per il mare e per il Sud. Qualcosa di questa ricostruzione geografica però sfugge: il mare è sì coste, spiagge, tempo libero e turismo (e qui provvederà la ministra Santanché) ma è anche porti con tutte le attività ed il lavoro ad essi collegati. Genova e Trieste si trovano al Nord; quello della città giuliana è il primo scalo italiano. Vorremmo che il ministro Musumeci, siciliano, fuori da ogni retorica se ne ricordasse.

Ops, ma la novità storica di questo governo è la guida femminile, la prima nella storia italiana dal 1946, dopo 67 esecutivi con leader maschi. La diatriba appare quasi scontata: possibile che sia la Destra a dare questa chance alle donne e non la sinistra, humus dei diritti, del progresso ecc? Su una certa misoginia della sinistra nel tempo non si può essere ciechi ma piano con il dire che finalmente è stato sfondato il tetto di cristallo. Il valore della Presidente non starà solo se governerà con il pugno di ferro modello The Iron Lady (quello le sarà più utile nelle riunioni del Consiglio dei ministri) ma se, nel suo trovarsi all’apice della politica esecutiva, mostrerà empatia e solidarietà con le donne, che l’abbiano votata o no.
Essere politicamente responsabile di azioni non propizie al benessere ed al progresso femminili non è solo un atteggiamento becero, di chiusura ma obiettivamente dannoso per il Paese. Potrebbe comunque riservarle un posto nella storia. Nella categoria dei perdenti.

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