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Cultura

Un breve ricordo di Camilleri a Parigi

DI Lodovico Luciolli

“Arcilucido, arcipacato, arcironico”, già ultranovantenne, con i due saloni arcipieni per ammirarlo. Così è stato Camilleri a Parigi ospite del Direttore Fabio Gambaro all’Istituto Italiano di Cultura il 15 giugno 2017, e l’arci ci vuole perché è lo stesso con cui ha “pennellato” la Sicilia con “Montalbano”, senza mai uscire dal garbo esemplare che lo contraddistingueva: sia con il pubblico, sia in TV nelle presentazioni dei racconti del “commissario”.

Aveva raccontato d’aver avuto la vocazione per la commedia nei templi di Agrigento, la città di Pirandello che aveva già fatto scuola come maestro della realtà in teatro (e non solo di quella siciliana). S’era tra l’altro occupato della messa in scena d’opere teatrali di Beckett, altro autore “realistico”, finché le traduzioni di Simenon gli avevano fatto combinare in testa il “giallo” con le realtà, che costituivano lo sfondo dei romanzi storici da lui precedentemente scritti. Anche Calvino gli aveva fatto da esempio per i sottofondi realistici nei romanzi.

Si considerava “Italo-siciliano” in quanto, allorché era arrivato all’Accademia d’Arte Drammatica a Roma, in Sicilia si parlavano ancora i dialetti diversi non solo nei luoghi, ma anche tra contadini, pescatori e nella media borghesia.

Quando gli era stata posta la domanda “I soldi?”, aveva risposto che gli servivano solo per avere una vecchiaia tranquilla, e di non aver neanche regalato una pelliccia alla moglie.

Aveva, così, dato il massimo esempio di signorilità, indipendente dal successo, anche a Parigi.

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